Contro la barbarie dell’obbligo vaccinale

Trattare le masse come fossero pecore destinate all’immunità di gregge è oltranzismo positivista che rischia di esasperare menti già di per sé confuse. Invece serve pazienza per persuadere le minoranze riottose Ma come si permettono? L’obbligo politico, comunitario, è una cosa seria. Non c’è bisogno di essere libertari radicali per sapere che la sola idea di un obbligo vaccinale è barbarica. Fa parte di quelle cupe idiozie da cui siamo circondati.

Come quella storia che per difendere i valori repubblicani bisogna imporre alle musulmane in spiaggia o in piscina di spogliarsi e mettersi in bikini: signora si denudi (ma neanche nelle commedie di Achille Campanile)! Come i divieti antifumo nei parchi o alle fermate del bus, il razionamento delle bevande gassate e altri indottrinamenti fitness. Si spaccia per scienza oggettiva, neutrale, doveristica una tendenza al dominio ideologico che funesta le censure della cultura e della teoria del safe space, lo spazio liberato, che è la prigione degli altri. Delenda Pompei, una seconda volta, se è vero che nello street food market hanno ritrovato una scritta salacemente omofoba.

La questione dei vaccini non è un argomento da caserma o da bar sport. Siamo nel rigoglio di una civilizzazione nata anche dalle sconfitte vaccinali del vaiolo e della poliomielite. Civilizzazione però è ricerca, scoperta, industria, giustizia distributiva, protezione sociale. Non può essere l’impero delle idee forzate, inculcate, inobiettabili. Tutti hanno il minimo accesso necessario alla conoscenza, a tutti è data la possibilità di sapere che in certi casi una procedura sanitaria è un aiuto per sé e per gli altri. Che è una cosa utile, necessaria. Ma escludere la paura anche immotivata, il dissenso, la poca voglia e tutto il resto delle minime libertà umane, trattare la gente come vacche o pecore destinate all’immunità del gregge è una dolosa forma di oltranzismo positivista, una sciocchezza da farmacisti flaubertiani, un incensamento controproducente delle magnifiche sorti progressive del nostro tempo. Resta sempre vero, checché se ne pensi, il brocardo versicolare rinascimentale del “chi vuol esser lieto sia” e “del diman non v’è certezza”.
Chiudere gli impiegati pubblici, gli angestellter, in un ruolo militarizzato, irregimentarli nella pratica discriminatoria e obbligatoria del vaccino, come ha proposto l’ulivista Zampa, è un modo di far odiare la politica professionale, di portare all’esasperazione menti già di per sé confuse, quando è evidente che ci vuole tempo, ci vuole pazienza, ci vuole persuasione per piccole minoranze riottose mentre una immensa maggioranza è lì che fa i conti con il calendario per sapere quando toccherà a me, a te, a lei, a lui il beneficio del vaccino Pfizer o Oxford-AstraZeneca o Moderna. Di certe questioni non si dovrebbe nemmeno stare lì a parlare tutti i santi giorni, organizzando cerimonie di stato e di opinione controllata per dimostrare cose che tutti quelli che vogliono sapere sanno. Ho ancora il vivo ricordo del Sabin, quand’ero piccolo mia madre mi portò in una specie di raduno coatto, ma libero, per liberarmi, appunto, dell’incubo della polio insieme con i coetanei. Che sia cambiato il modo di fare esperienza della libertà e della sicurezza, e delle sue possibilità scientifiche, è vero, non fino al punto di rovesciare un acquisto tranquillo e gioioso, roba da incubi diradati e spenti, in una campagna all’insegna dell’obbligo politico.