Conte: “Se cado Pd e M5s mi seguiranno al voto”. Ma non ha fatto i conti con i parlamentari

Il premier continua a non trovare i responsabili e ribadisce lo stop a Renzi. La mina su Bonafede rinviata a giovedì. Ma dem e grillini faticano a reggere una linea comune sul ritorno alle urne

Conte

Chi parla drammatizza, chi tace aspetta di capire come andrà a finire. Giuseppe Conte continua a non trovare i responsabili che dovrebbero sostituire Matteo Renzi e Italia viva, ormai fuori da qualsiasi futura maggioranza in quanto sicari con l’obiettivo di “uccidere” il Partito democratico. Il Nazareno con Goffredo Bettini reputa l’ex premier di Rignano “inaffidabile” in quanto se dovesse rientrare tra “cinque mesi potrebbe ricominciare con le sue manovre” approfittando del semestre bianco e dunque delle Camere che non possono essere sciolte.

Anche i vertici del M5s (vedi Vito Crimi, reggente ormai da un anno seppur tecnicamente scaduto nella sua funzione il 31 dicembre) è di questa opinione. Due input che trovano la sponda di Palazzo Chigi: mai più con Renzi.

E quindi? I responsabili latitano e il voto sulla relazione di Alfonso Bonafede potrebbe essere fatale al Senato, dove Iv ha già detto di voler schierarsi contro. Lo scenario perfetto per l’incidente che potrebbe costare caro, carissimo a Conte. Il panico è tale che al momento – in mancanza di responsabili o costruttori come dir si voglia – l’unica mossa ragionevole è procrastinare l’appuntamento: da mercoledì a giovedì. Ventiquattro ore per cercare una nuova gamba, sperando nell’appoggio di centristi, pezzi di Forza Italia e di Italia Viva.

Ma far abbracciare la linea giustizialista di Bonafede, come riflette Walter Verini, responsabile giustizia del Pd, è complicato da far digerire a chi vorrebbe entrare nel club di Conte. Da qui l’appello di Verini e Orlando a Bonafede affinché “conceda aperture anche ai contributi dell’Aula”.

Conto alla rovescia fa rima con disperazione e con uno scenario a cui nessuno sa dare una traiettoria precisa. Che succede se la maggioranza dovesse andare sotto? Conte si dimetterebbe sperando in un ter con i responsabili? Ma poi questi responsabili, specie al Senato, sono pronti a uscire per salvare Conte o sperano in un nuovo governo una volta che l’avvocato del popolo dovesse uscire per sempre di scena?

Tutto ruota intorno a queste domande e a cosa accadrebbe se Conte dovesse cadere. Per Palazzo Chigi la strada è segnata: “Se non si dovesse uscire dall’empasse c’è solo il voto, e i leader di Pd e M5s la pensano come noi. In eventuali consultazioni davanti al presidente Mattarella direbbero una parola sola: voto”. Detta così sembra facile. Ma le dinamiche tra i vertici del M5S e del Pd con i rispettivi gruppi parlamentari non sono così semplici e lineari. Per motivi diversi ma alla fine convergenti. Lo sa Nicola Zingaretti, come ne è consapevole Vito Crimi, a capo del gruppo più pesante in Parlamento, fotografia di una forza scattata nel 2018 e assai lontana dall’attuale realtà. Soprattutto in una legislatura, la prossima, che avrà un terzo di posti in meno.

I peones, pancia grillina, sono insofferenti a Conte e scalciano: “Ci sta mandando a sbattere”. E sarebbero pronti a non seguirlo verso le elezioni anticipate. Almeno la maggior parte. Discorso simile, ma molto più complesso nel Pd, partito strutturato e con gruppi che rispondono più a Lorenzo Guerini e Dario Franceschini (entrambi mutissimi in queste ore) che a Nicola Zingaretti. I due ministri dem controllano la maggioranza dei parlamentari, deputati e senatori che in queste ore aprono a un ritorno di Renzi e che vedono un futuro per la legislatura anche se saltasse Conte.

Dinamica ben chiara a Zingaretti che infatti ammonisce tutti: “Il problema è molto più complicato di certe facilonerie. Il Pd vuole dare all’Italia un governo autorevole e stabile che possa con credibilità affrontare i prossimi mesi e chiudere la legislatura. Alzi la mano chi ha il coraggio di dire senza essere deriso che Renzi garantisce credibilità e stabilità o durata a un governo”, è  la linea dei deputati che ripetono il ragionamento di Zingaretti. Concetto ribadito anche da Bettini: “Senza Conte il Pd sarebbe più debole”. Si capisce dunque la tensione interna ai dem.

Niente a che vedere con le dinamiche incontrollabili del M5s. Crimi su input di Palazzo Chigi ha fatto trapelare che il Movimento accelera sulla sua governance (direttorio a cinque) e che non esclude il voto. Luigi Di Maio tace. Dice di non aver paura delle urne ma si professa sacerdote della stabilità. In questa foresta pietrificata deve muoversi Conte.

Intanto il centrodestra, diviso al suo interno sul da farsi, aspetta la fine politica del premier. La strada è stretta, il tempo scorre e nessuno controlla il Parlamento. Un caos ideale per andare al voto, o forse no. A tirare le somme sarà comunque il capo dello Stato