Conte invoca condivisione ma i soldi non arrivano

Ha invocato lo spirito del dopoguerra, richiamando i partiti alla condivisione, ma per taglio della burocrazia e Riforma del fisco siamo fuori tempo massimo, perché il Paese è in ginocchio e necessiterebbe di un vero e proprio “Piano Marshall”. Ormai, a preoccupare la maggioranza degli italiani, più che il virus, è la dilagante crisi socio-economica, che alimenta rabbia e disperazione in ampi strati della popolazione.

Ha invocato lo spirito del dopoguerra, richiamando le forze sociali e i partiti di opposizione a una maggiore condivisione e promettendo agli italiani “un patto per la rinascita”. Durante la conferenza stampa di ieri nel cortile di Palazzo Chigi, il premier Giuseppe Conte ha di fatto inaugurato la Fase 3, considerati i dati positivi dei contagi da Covid-19. Nel giorno delle riaperture dei confini tra regioni italiane e tra Italia e altre nazioni europee, ha voluto lanciare un messaggio di speranza e di incoraggiamento all’opinione pubblica: «Dopo i sacrifici fatti l’Italia merita il sorriso».

Ma ormai, a preoccupare la maggioranza degli italiani, più che il virus, è la dilagante crisi socio-economica, che alimenta rabbia e disperazione in ampi strati della popolazione.

Il Presidente del Consiglio ha annunciato la convocazione degli Stati generali dell’economia, ha auspicato un clima di pacificazione ma ha anche replicato a Confindustria e al Presidente Carlo Bonomi che aveva detto che la politica «può fare più danni del virus». «Da Bonomi parole infelici – ha detto Conte – Confindustria non si limiti a chiedere meno tasse. Le imprese pensino all’esempio di Adriano Olivetti».

Dopo la manifestazione del 2 giugno del centrodestra il premier ha aperto al confronto: «Sulle somme per l’Italia dalla Ue ovviamente ci sarà dialogo con le opposizioni. È un piano di lungo periodo, è giusto che si faccia con le opposizioni». Ora, ha chiarito il premier, arriva «un nuovo inizio. Dobbiamo agire nel segno dello spirito del 2 giugno, nel segno della condivisione».

In effetti ieri mattina, dalle colonne del Corriere della Sera, era stato proprio Silvio Berlusconi a biasimare alcuni eccessi della manifestazione del giorno prima, promossa dal centrodestra in varie parti d’Italia. In particolare il Cavaliere non aveva gradito gli slogan contro Sergio Mattarella. La verità è che ormai dentro il centrodestra si è creata un’area più filogovernativa che coinvolge gran parte di Forza Italia, il governatore veneto Luca Zaia, Giancarlo Giorgetti e Roberto Maroni, convinta che elezioni anticipate non siano possibili e che sia meglio dialogare con il governo Conte per tentare di ricostruire il Paese, magari puntando su un rimpasto che consenta di sostituire alcuni ministri.

Conte ieri ha nuovamente chiesto scusa agli italiani per i ritardi nel pagamento di bonus e ammortizzatori sociali ma non ha detto nulla sul decreto semplificazioni, che invece rappresenta lo snodo fondamentale per sbloccare grandi opere, erogazione di prestiti e aiuti alle famiglie, finanziamenti a start up e aziende in difficoltà. Il Presidente del Consiglio si è limitato ad annunciare il taglio della burocrazia, con lo snellimento delle procedure di autorizzazione e di avvio di nuove attività, al fine di attrarre nuovi investitori internazionali. Ma sui dettagli non ha detto nulla.

Per questa come per altre riforme, ad esempio quella del fisco, siamo fuori tempo massimo, perché il Paese è in ginocchio e necessiterebbe di un vero e proprio “Piano Marshall”. Tanto più che Conte, nonostante la pandemia abbia colpito maggiormente la Lombardia e le aree settentrionali del Paese, ha fatto sapere che sono previsti interventi specifici per il sud Italia, con una fiscalità di vantaggio per l’intero Meridione, «affinchè diventi sempre più attrattivo».

Si tratta di annunci che allontanano sempre di più le scelte del Governo dalle esigenze reali del Paese, in particolare quelle evidenziate dalla vera locomotiva dello sviluppo e della rinascita, vale a dire il mondo delle imprese del nord, che dà lavoro e produce ricchezza a beneficio dell’intera nazione. E’ miope puntare sul Mezzogiorno in una fase in cui i ceti produttivi invocano terapie shock per impedire la morìa di imprese, stabilimenti, negozi, attività commerciali.

Forse il premier è consapevole del fatto che ci sarà bisogno anche del Mes. Non ha il coraggio di dirlo ora perché rischierebbe di incrinare i già delicati rapporti con il Movimento Cinque Stelle. Però ieri ha dichiarato che «per quanto riguarda il Mes, quando avremo tutti i regolamenti lì porterò in Parlamento e con il Parlamento decideremo. Ricordo che è un prestito, vanno valutate una serie di previsioni inserite nel regolamento». E poi ha annunciato: «Parteciperemo sicuramente ai fondi Sure e Bei».

Le opposizioni reputano insufficienti le promesse di Conte. Matteo Salvini (Lega) ha auspicato l’adozione del “modello Genova” per azzerare la burocrazia e portare a compimento tutte le opere pubbliche in sospeso ed è tornato a proporre la flat tax. Giorgia Meloni (Fratelli d’Italia) ha sottolineato i ritardi sin qui accumulati dall’Italia nell’erogazione degli aiuti alle categorie in difficoltà e ha chiesto la diretta streaming delle riunioni che Conte intende promuovere con i partiti di opposizione. Più cauta Forza Italia, che evidentemente non esclude una collaborazione con l’esecutivo, quanto meno sul Mes e su singoli temi legati alla ripresa delle attività economiche.