Contagi, curve in calo nelle prime aree colpite Ma ora preoccupa Milano. «La stretta non è bastata»

Più di 22 mila positivi e oltre 2.500 vittime. Eppure, nella Regione dove il virus è arrivato prima e che sta pagando il prezzo più alto, le misure di contenimento iniziano ad avere effetto: in alcune aree il tasso di trasmissione è sceso dal 30 al 10%. Il capoluogo è ancora troppo alto

Ancora in crescita: i contagi salgono a 22.264, più 2.380 da ieri. Ma, al di là dei dati giornalieri, la Lombardia in trincea da trenta giorni contro il Covid-19 cerca di capire l’effetto delle misure attuate per contenere la diffusione del virus. La sua avanzata sta rallentando? E, dopo Lodi, Bergamo e Brescia, l’epidemia esploderà anche a Milano? Dall’elaborazione statistica del numero di nuovi casi emerge una trend: l’accelerazione sta diminuendo nelle province più duramente colpite, mentre Milano è in controtendenza.

La matematica dei contagi insegna che i dati vanno interpretati su un periodo di più giorni, anche perché sono legati all’esito dei tamponi che può variare in base alla capacità dei laboratori di analisi di smaltire i vari campioni. Per capire l’andamento, la data di partenza è il fine settimana del 7-8 marzo. Un weekend che difficilmente sarà dimenticato: su pressing del governatore lombardo Attilio Fontana e dell’assessore alla Sanità Giulio Gallera, nella notte tra sabato e domenica il premier Giuseppe Conte blinda la Lombardia e altre 14 province. Il provvedimento sarà poi esteso in modo ancora più restrittivo a tutta Italia l’11 marzo. Sono i giorni in cui Bergamo è la città più colpita con 997 casi: oggi è a 5.154 e non sa più dove ricoverare i malati in ospedali al collasso né dove mettere le salme. Ma le fredde statistiche dicono che l’incremento dei numeri dei nuovi contagi in quel fine settimana procede alla velocità del 25-30%, oggi è intorno al 10%.

L’11 marzo è la volta di Brescia: i 561 nuovi casi (più 71% in un giorno) fanno capire che sarà la prossima provincia travolta. Così pochi giorni dopo il sindaco Emilio Del Bono riassumerà la situazione: «È il nostro 11 settembre. Per gli americani quella data rappresenta il crollo delle certezze, il dolore di una comunità intera, una botta psicologica dalle ripercussioni attuali. Chi non ha conosciuto un parente o un amico malato non può capire. Viviamo un’emergenza di proporzioni enormi, che cambierà il nostro modo di essere». Il 18 marzo si contano 465 morti, il 15% dei decessi dell’Italia intera. Eppure anche qui — e può sembrare paradossale vista la tragedia ancora in corso — i dati iniziano a fare vedere uno spiraglio di speranza: se nella settimana tra l’8 e il 15 marzo il virus ha un incremento medio del 27%, negli ultimi sette giorni è al 13%. Ovviamente i numeri assoluti restano drammatici, ma per capire l’evolversi della curva epidemiologica bisogna guardare la crescita in percentuale di nuovi casi. È l’unica in grado di misurare la velocità di propagazione del coronavirus. Oggi in frenata.

È la lezione del Lodigiano, da dove la maledetta notte tra il 20 e il 21 febbraio arriva la notizia del primo tampone positivo. Il «Paziente Uno». Da Codogno, Castiglione d’Adda e Casalpusterlengo i contagi dilagano per tutta la provincia di Lodi. Eppure adesso l’incremento dei nuovi casi è del 4%. I paesi individuati come il centro del focolaio e per questo, assieme ad altri sette Comuni del Lodigiano, i primi ad adottare misure più rigide per l’emergenza, ora hanno contagi prossimi allo zero. Milano, invece, preoccupa. Le Terapie intensive della Lombardia costrette ad allargarsi in corridoi, sale operatorie e stanze di risveglio; le ambulanze che arrivano in un’ora e più anziché in 8 minuti; i malati che devono essere trasportati in elicottero in altre Regioni perché non c’è più spazio nonostante sforzi enormi, la conta dei morti che ormai supera i 2.500: ebbene, tutto questo può ancora non essere il fondo della tragedia, se il virus sfonderà nella capitale lombarda. Qui la corsa del Covid-19 vede un incremento del 17%, contro il 22% della settimana precedente. La decelerazione è inferiore alle altre province. A Milano-città, i nuovi casi di ieri sono 172, più 12% rispetto a giovedì, ma nei due giorni precedenti i valori di crescita oscillano intorno al 20%. Gallera commenta: «Spero che i dati siano ancora figli del fine settimana del 7-8 marzo in cui i parchi erano pieni di gente. I risultati li potremo vedere meglio tra qualche giorno». Di sicuro c’è che il monito di restare a casa è più che mai d’attualità: «È l’unico modo per fermare il virus». Altro che Spritz.