Con il voto di oggi in Iran si chiude la fase “repubblicana” del regime

Affluenza prevista ben sotto il 50 per cento: Ebrahim Raisi, il potente capo della Giustizia sponsorizzato dai pasdaran, si prepara a salire al potere fra il disincanto degli iraniani

L’ordine khameneista

Fatica, insofferenza, apatia, sono le parole che compaiono più spesso nella descrizione della breve e mesta vigilia elettorale di Teheran, e anche nel giorno in cui la tredicesima corsa per la presidenza entra nel vivo, nulla pare in grado di contrastare il cupo disincanto degli iraniani. Votate per il candidato che si avvicina di più ai vostri gusti, se proprio non ne trovate uno che vi piaccia, ha detto Rohani. Votate perché è un dovere e perché in questo modo difendete il vostro paese, ha tuonato l’ayatollah Khamenei, la bandiera da un lato e una foto del padre della Rivoluzione, Ruhollah Khomeini, dall’altra. Non rimanete a casa, votatemi, ha implorato il candidato “moderato” Abdolnaser Hemmati, evocando il rischio di nuove sanzioni e di un’impennata della tensione con l’occidente.

Ma è difficile immaginare di poter risvegliare l’entusiasmo del “partito del vento” che nel 1997 ha assistito Mohammed Khatami e nel 2013 Rohani nel mezzo di una crisi spaventosa e di una pandemia gestita in modo che è generoso definire fallimentare, difficile, a maggior ragione, se la partita che si sta giocando è una in cui il vincitore pare già acclarato. “Hanno allineato il sole, la luna e le stelle per fare in modo che una persona conquisti la presidenza” ha ammesso, alludendo al favoritissimo capo della Giustizia, Ebrahim Raisi, il “riformista” Mohsen Mehralizadeh. Non stupisce quindi che le previsioni riguardo all’affluenza siano magre, la forbice si attesta fra il 34 e il 42 per cento: se il dato fosse confermato si tratterebbe del peggior risultato mai registrato alle presidenziali. Il Consiglio dei guardiani ha già messo le mani avanti: il voto sarà considerato valido a prescindere.

Molti commentatori hanno sottolineato che una competizione così poco partecipata rappresenta un rischio per il regime, che si è sempre nascosto dietro la foglia di fico dell’affluenza. D’altro canto, per la fazione “antirepubblicana” del regime, quella che ha sempre osteggiato non solo la sostanza, ma la stessa forma della democrazia, le dinamiche degli ultimi mesi rappresentano il culmine di una lunga traversata nel deserto. “Abbiamo un problema che è iniziato con Mohammed Khatami – ha detto lo stratega ultraconservatore Hassan Abbasi, da sempre nemico delle piazze festanti e degli happening elettorali – Gli Emirati Arabi Uniti non tengono elezioni come le nostre. Ditemi: la loro gente ha forse il mal di testa? Non lo fanno neppure in Oman né in Turkmenistan e questa gente vive molto più serena, o sbaglio?”.

Ma se è improbabile pensare che Teheran abbandoni in toto i riti repubblicani, una vittoria schiacciante di Raisi, anche con un’affluenza in altri tempi ritenuta imbarazzante, segnalerebbe un cambiamento di paradigma. Nella decade tra le manifestazioni del 2009 e quelle del 2019 i dimostranti sono passati dall’innalzare cartelli con su scritto: “Dov’è il mio voto?”, al calpestare l’effigie di Khamenei. Il regime è insicuro, non si fida degli iraniani e non vuole lasciare nulla al caso. “Guardano agli altri modelli autoritari – spiega l’analista della Johns Hopkins University, Narges Bajoghli, che da anni monitora questo dibattito negli ambienti conservatori – e si dicono: se ha funzionato da loro, funzionerà anche da noi”. Voterà? Ha chiesto un giornalista della Reuters alla cinquantenne Fatemeh. “Sarebbe un insulto alla mia intelligenza”, gli ha risposto.