Come ripartono le città: la gioia del nuovo inizio e la speranza di farcela. Così torna la comunità

Dai bar ai negozi, dalle spiagge alle chiese, dai ristoranti ai parrucchieri: ecco le storie di chi ha ricominciato: con l’entusiasmo dell’anno zero, ma anche con le cautele necessarie. In ogni caso tutti stanno cercando la strada migliore per sopravvivere in questa fase in cui l’emergenza si è attenuata ma il virus e i timori circolano ancora. Di sicuro, il traffico di auto (preferite ai mezzi pubblici ma anche purtroppo a bici e mobilità sostenibile) è ripreso quasi ovunque.

Non solo distanziamento tra clienti e tra tavoli. Chi può, tra bar e ristoranti, mette i tavoli all’aperto, organizza il servizio d’asporto come sperimentato in queste ultime settimane, prova a reagire a un’inevitabile contrazione delle vendite. Riaprono anche i negozi di abbigliamento, prevedendo ingressi controllati, igienizzazione dei locali, mascherine e guanti, così da garantire acquisti in sicurezza. Da Roma a Venezia, a Milano a Palermo ieri è stato il giorno di un nuovo inizio per molte attività. Alcuni hanno invece preferito attendere. In ogni caso tutti stanno cercando la strada migliore per sopravvivere in questa fase in cui l’emergenza si è attenuata ma il virus e i timori circolano ancora.

Di sicuro, il traffico di auto (preferite ai mezzi pubblici ma anche purtroppo a bici e mobilità sostenibile) è ripreso quasi ovunque. Non solo distanziamento tra clienti e tra tavoli. Chi può, tra bar e ristoranti, mette i tavoli all’aperto, organizza il servizio d’asporto come sperimentato in queste ultime settimane, prova a reagire a un’inevitabile contrazione delle vendite. Riaprono anche i negozi di abbigliamento, prevedendo ingressi controllati, igienizzazione dei locali, mascherine e guanti, così da garantire acquisti in sicurezza. Da Roma a Venezia, a Milano a Palermo ieri è stato il giorno di un nuovo inizio per molte attività. Alcuni hanno invece preferito attendere. In ogni caso tutti stanno cercando la strada migliore per sopravvivere in questa fase in cui l’emergenza si è attenuata ma il virus e i timori circolano ancora. Di sicuro, il traffico di auto (preferite ai mezzi pubblici ma anche purtroppo a bici e mobilità sostenibile) è ripreso quasi ovunque.

Roma. Il caffé storico della capitale

«Disinfettatevi» va ripetendo alle coppiette il titolare del caffé Ciampini, storico avamposto della Roma che spende, tra via del Corso e Campo Marzio, lungo la traiettoria che porta a Montecitorio, porgendo il gel a chi si avventura fra i tavolini all’aperto. C’è una ragione in più, qui, per obbedire alle disposizioni della Presidenza del consiglio dei ministri: la caserma dei carabinieri sulla piazza. È una ripresa in progress quella del centro storico romano, penalizzata da un cielo coperto e resa tiepida dalle serrande abbassate di chi, per protesta o convenienza ha deciso di non riaprire. Tornano i tavolini all’aperto ma Ciampini pesa il danno: «I nuovi orari di apertura dei negozi ci penalizzano un po’. I commessi fanno colazione a casa anziché al bar…». La ripartenza è, insomma, tutta da costruire dice Andrea Ciampini: «Sono stati mesi duri. Ci siamo salvati perché è rimasta aperta la gastronomia di via del Leoncino, è così che siamo riusciti a pagare i soldi dell’affitto». Nel cielo nuvoloso fa capolino un sole caldo. Giacca blu e camicia bianca (senza cravatta), Giuseppe Conte, infilandosi in via di Campo Marzio, fa in tempo a rivolgere un augurio agli esercenti: «Buona ripresa» dice solo al capannello di piccoli imprenditori lungo la via. Ciampini presidia: «Facciamo affidamento sui romani— dice — perché i turisti li abbiamo persi. Speriamo nell’aperitivo».

Venezia. Il ristorante amato da Pertini e Clooney

Davanti al caminetto dove Sandro Pertini e i suoi sedevano in otto ora c’è posto per tre, 100 centimetri da spalla a spalla misurati e igienizzati dal maître Pasquale Lampis. I posti a sedere erano 150, ora sono 70, «tra incastri e combinazioni è come giocare a tetris». «E così l’unico ad aprire in queste condizioni sono io, lo farò giovedì» dice Eligio Paties, 77 anni, proprietario del ristorante «Do Forni» vicino a piazza San Marco. Ieri non aveva clienti, solo af-fanni: «Apro per dare un segnale alla città, sapendo che ci rimetto mentre altri tengono chiuso per lo stesso motivo. Facile riaprire quando tutto sarà normale, bisogna farlo ora e con coraggio». Il «Do Forni» è rinomato, dal 1976 non si contano i Vip attovagliati — dalla regina Elisabetta a George Clooney, da Cameron Diaz a Paul McCartney — in tempi normali dava lavoro a 58 dipendenti, adesso ne ha 25 in cassa integrazione. «Ho ricevuto le prime prenotazioni, clienti abituali. Io mi sono messo una ma-no sul cuore, la città va aiutata, aperta. Dopo l’acqua granda mancano so-lo le cavallette, eppure Venezia sarà l’ultima a morire per quante disgrazie le possano accadere». Eligio Paties ha ordinato la macchina che mi-sura in automatico la temperatura ai clienti, «la metterò qui all’entrata. A proposito, sapeva quale era l’abitudi-ne di Pertini? Carni bianche, sempre, e una zolletta di zucchero alla fine, bagnata in una goccia di grappa che doveva essere di Picolit. Di rigore».

Napoli. Il negozio di cravatte famoso

Marinella

Alle 7.30 ha venduto la prima cravatta. Maurizio Marinella ha affrontato la riapertura della sua storica bottega di piazza Vittoria, a Napoli, con l’entusiasmo del «primo giorno di scuola». Il negozio è minuscolo e può entrare un cliente alla volta accolto da un unico venditore: ieri è stato lui a fare il primo turno. Il negozio sarà aperto sette giorni su sette, dalle 7 (e non più dalle 6) alle 20. Identici gli orari dello showroom al primo piano dello storico palazzo della maison, dove entrano due clienti alla volta, con due venditori a disposizione. «Io sono felice, lo confesso — racconta Marinella insieme al figlio Alessandro —. È un nuovo inizio, pieno di sfide. Aspettiamo a breve un macchinario che renderà il negozio sempre sanificato. Per il resto ci appelliamo al buonsenso di tutti». In atelier le 14 sarte lavoreranno a giorni alterni, per mantenere il distanziamento. E in negozio a Napoli, ma anche Roma e Milano, i venditori saranno impegnati in turni di quattro ore. «Siamo carichi di ottimismo, anche se la cassa integrazione ai dipendenti non è arrivata e l’abbiamo anticipata noi e siamo al lavoro con guanti, mascherina e gel. Viviamo alla giornata e va bene così. Un nostro ragazzo che lavora a Milano ha rischiato di morire, in rianimazione per giorni. Un altro è stato contagiato. Alla fine tutto si è risolto. Il bicchiere lo vedo mezzo pieno».

Milano. I trasporti

La nuova normalità finisce per rispolverare la cara vecchia automobile. Milano regge l’urto del primo giorno di ulteriore passo verso la convivenza con il virus, ma il sistema di mobilità pensato dal Comune per il post lockdown mostra le prime crepe. Nelle ore di punta lo snodo critico coincide con l’operazione simbolo del nuovo corso bike friendly: la lunga ciclabile che dal centro città taglia dritto verso Nord. Corso Venezia, corso Buenos Aires, viale Monza non è solo una lunga sequenza di vetrine, è anche uno degli assi principali del traffico milanese, che mostra di non metabolizzare la cura dimagrante ideata per lasciare spazio alle due ruote. Tra code, clacson e ciclisti che provano a incunearsi tra i mezzi. Situazioni che non si sono ripetute però in altre zone della città, nonostante l’aumento generale del 20-25 per cento dei mezzi in strada rispetto alle prime avvisaglie di fase 2 del 4 maggio scorso. Siamo comunque ancora lontani dai flussi pre covid-19, quando si registravano il doppio di veicoli a Milano. Procede a piccoli passi, invece, la crescita dei passeggeri sui mezzi pubblici. L’assalto a treni e metropolitane non c’è stato. Tra i pendolari vince ancora la paura. L’affluenza sui mezzi Atm resta lontana dai picchi del passato (su tram e metrò viaggiano il 20% di passeggeri del passato) e si contano solo una manciata di interventi per evitare assembramenti.

La fila ordinata nella cattedrale di Bologna

Bologna. La chiesa e l’immagine della processione con la Madonna

Ingressi scaglionati e lunghe code, ma gestite in modo ordinato, per poter vivere un momento di preghiera e riflessione di fronte all’icona della Madonna di San Luca: in questi giorni, come da tradizione, l’immagine sacra è stata trasportata (senza appuntamenti ufficiali) dal santuario che domina dall’alto Bologna alla cattedrale di San Pietro, dove rimarrà fino a domenica prima di affrontare il tragitto di ritorno. È l’evento religioso più atteso dai bolognesi, che nonostante le restrizioni dovute al coronavirus stanno dando vita a questa processione continua per rendere omaggio alla Madonna, alla quale anche il cardinale Matteo Maria Zuppi si è affidato nelle settimane più dure dell’emergenza sanitaria per chiedere aiuto. «Forse mai come quest’anno — commenta Zuppi — capiamo come la presenza della Madonna di San Luca nella nostra città sia di conforto e speranza. Sarà occasione per sentire il suo amore ancora più caro nella difficoltà. Soprattutto con la crisi economica i problemi saranno molti, serviranno risposte concrete». Pure Sinisa Mihajlovic, l’allenatore del Bologna, ieri si è unito ai fedeli. Per garantire l’ingresso nella cattedrale sono stati individuati percorsi definiti, controllati da volontari che gestiscono i piccoli gruppi dei partecipanti, che possono sostare davanti all’effigie per il breve tempo di una preghiera.

Firenze. Il coiffeur delle dive

Sostiene Gino De Stefano, il coiffeur delle dive, di aver dormito poco per l’emozione e di essersi svegliato all’alba felice dopo 70 giorni di serrata. E mentre alle 8.30 in punto apre il suo negozio di via Ponte alle Mosse, a due passi dal parco delle Cascine, quasi si commuove. «Sono emozionato come la prima volta quando a 9 anni iniziai a lavorare da Carmelo il barbiere, il mio primo maestro», dice mentre con le sue quattro collaboratrici entra in negozio per una veloce riunione in attesa della prima cliente. «Oggi abbiamo l’adrenalina addosso ma stiamo tutti attentissimi e dobbiamo essere ancora più accoglienti e precisi. Senza dimenticare il kit monouso da distribuire ai nostri ospiti». La prima cliente, la signora Jessica, quando vede Gino vorrebbe abbracciarlo e lui, con visiera, mascherina e guanti che lo fanno sembrare un marziano, vorrebbe fare altrettanto. Si ferma: «Signora, per carità, i regolamenti. Bentornata, arriveranno anche i giorni dei baci e degli abbracci». Il lavoro procede bene. Gino è felice come quando lavorò per Jennifer Lopez, Alba Parietti, Laura Chiatti e Raul Bova, vinse il campionato del mondo parrucchieri e diventò quello del Festival di Sanremo. Quando la saracinesca si abbassa, sono stati 20 i clienti, tutti entusiasti. «La bellezza salverà il mondo», le mormora l’ultima ospite. E dalla visiera di Gino sembra spuntare una lacrima.

Savona. Lo stabilimento balneare

Stiamo prendendo le misure, dice Enrico Schiappapietra. Prima giornata di via libera negli stabilimenti balneari e in Liguria sugli arenili si vedono soprattutto bagnini con il metro. «Ma sì — dice il gestore dei Bagni Olimpia di Savona — apriamolo un ombrellone: è un gesto simbolico, ma rincuora sapere che possiamo farlo rispettando tutte le regole». E le regole sono molte: «Oggi è una giornata di lavoro per definire le distanze, segnalare i percorsi per muoversi tra gli ombrelloni e i cartelli informativi». Parecchi cartelli. «Eh sì, ma va bene. Ci vorrà un rodaggio». Ci sono ancora argomenti in sospeso. «I giochi per i bambini in Liguria, in spiaggia, sono autorizzati quindi delimitiamo le aree e limitiamo il numero nel recinto». Stesso discorso per le piscine degli stabilimenti: sette metri di distanza fra i nuotatori, per aprirle ci vorrà un po’ più di tempo. «I clienti lombardi e piemontesi stanno telefonando da giorni, vogliono garantirsi il posto, sono ansiosi di arrivare e noi di accoglierli. Le regole le conoscono e non sembrano preoccupati. Non disperiamo di veder arrivare francesi e tedeschi». Da Genova a Imperia i gestori di stabilimenti hanno creato un’ app in consorzio “Obiettivo spiagge” con cui prenotare gli ingressi giornalieri: «Per non ospitare solo abbonati e lasciare spazio anche a chi può permettersi solo una giornata al mare».

Torino. L’outlet village

Un’app per evitare le file nei negozi. Le mascherine distribuite gratuitamente, anche ai bimbi, e sanificazioni continue in tutte le aree, dai servizi pubblici ai parcheggi. La partenza, lenta, del «Torino Outlet Village» di Settimo Torinese passa anche dalla tecnologia. Ieri, dopo due mesi di chiusura, i 90 negozi del centro commerciale a Sud di Torino hanno riaperto. «Tutti devono indossare la mascherina — afferma Luca Frigeri, direttore del centro —. Le regaliamo. Ne abbiamo ordinate più di 20 mila, anche per i più piccoli. Per entrare nei negozi bisogna usare i guanti e disinfettare le mani con il gel mentre fuori dalle porte ci sono dei cordoni per gestire gli ingressi. Abbiamo previsto messaggi sonori per ricordare i comportamenti da tenere. Vogliamo garantire la massima serenità». Tra i viali dell’outlet già dalle prime ore del mattino si potevano incrociare mamme con bambini, coppie di fidanzati ma anche amici che hanno colto l’occasione per rivedersi dopo mesi. Numeri di presenze che fanno sperare Frigeri seppure lontani da quelli che si raggiungevano prima dell’emergenza: 7 mila al giorno in settimana, 25 mila al sabato e alla domenica. «L’obiettivo è garantire uno shopping in sicurezza. Per limitare le code stiamo lanciando un servizio che permetta di prenotare il giorno e l’orario di ingresso ed evitare assembramenti».