Come la Samaritana, assetati dell’acqua di Gesù

Nei giorni del coronavirus, sentiamo che anche la nostra fede è messa a dura prova. Perciò l’implorazione della Samaritana sgorga anche dalla nostra gola riarsa: «Signore, dammi quest’acqua, perché io non abbia più sete». La sensazione dell’impotenza di fronte alla minaccia del male ha due sbocchi possibili: allontanarsi dall’amore di Dio credendo di essere autosufficienti o ritornare più intensamente a Lui, meta tipica del cammino quaresimale.

Come la Samaritana, assetati dell’acqua di Gesù

Il Signore è in mezzo a noi sì o no?” (Es 17, 7). La domanda, triste espressione della mormorazione di Israele nel deserto, insidia oggi anche i nostri cuori, le intelligenze e la compagine sociale, civile ed ecclesiale. Tormentati dall’incertezza e dallo smarrimento provocato dalla dilagante epidemia del Covid-19, sentiamo che anche la nostra fede è messa a dura prova e, ancor più, avvertiamo come insopprimibili il ricorso al Signore e la prospettiva del suo giudizio sui fatti della vita.

L’implorazione della Samaritana sgorga anche dalla nostra gola riarsa, Signore, dammi quest’acqua, perché io non abbia più sete e non continui a venire qui ad attingere acqua” (Gv 4, 15), ricordandoci l’antico e salutare rimprovero del Signore per bocca di Geremia: “Il mio popolo ha commesso due mali: ha abbandonato me, la sorgente d’acqua viva, e si è scavato delle cisterne, delle cisterne screpolate, che non tengono l’acqua” (Ger 2, 13).

La sensazione dell’impotenza di fronte alla minaccia del male costituisce un’autentica prova con due sbocchi possibili: rinnovare la fiducia in Dio e tornare più intensamente a Lui – meta tipica dell’itinerario quaresimale – oppure allontanarsi dal suo amore brandendo la pretesa dell’umana autosufficienza e negandone addirittura l’esistenza o perlomeno l’incidenza sulle circostanze della nostra storia.

È stata così la vicenda di Israele come anche l’avventura della donna di Samaria, che Gesù ha incontrato al pozzo di Sicar. Tanto Israele quanto la donna, come noi d’altronde, erano lacerati tra due evidenze: l’esperienza gioiosa delle meraviglie di Dio, intercettate dalla profonda nostalgia del cuore, e la drammaticità della situazione contingente.

Il Signore ci esorta alla fiducia perché “la speranza non delude” (Rm 5, 5), mentre noi siamo piuttosto portati ad innalzare barriere e muri di fronte all’accadimento della sua presenza e del suo abbraccio. La donna, schiacciata e stanca per il peso di una vita sfilacciata e per il tagliente giudizio sociale, è venuta al pozzo per attingere acqua in un’ora insolita, l’ora della fatica e della tentazione (i Padri del deserto parlano del demonio “meridiano”, che tenta il credente a disattendere le scelte buone fatte per Dio), e, al pozzo, finalmente trova il Salvatore; ma il cuore, indurito e disincantato, oppone resistenze tanto ostinate quanto banalmente pretestuose.

So che deve venire il Messia: quando egli verrà, ci annuncerà ogni cosa” (Gv 4, 25); mi viene spontaneo accostare l’affermazione della donna, giusta in se stessa, ma in replica alle parole di Gesù come una via di fuga, al famoso e bel racconto di Franz Kafka “Il Messaggio dell’Imperatore”, di cui offro un’ampia citazione:

«L’imperatore – così si dice – ha inviato a te, al singolo, all’umilissimo suddito, alla minuscola ombra sperduta nel più remoto cantuccio di fronte al sole imperiale, proprio a te l’imperatore ha mandato un messaggio dal suo letto di morte. Ha fatto inginocchiare il messaggero accanto al letto e gli ha bisbigliato il messaggio nell’orecchio; tanto gli stavi a cuore che s’era fatto ripetere, sempre all’orecchio, il messaggio. Con un cenno del capo ne ha confermato l’esattezza. E dinanzi a tutti coloro che erano accorsi per assistere al suo trapasso – tutte le pareti che ingombrano sono abbattute e sulle scalinate che si ergono in larghezza e in altezza stanno in cerchio i grandi dell’impero – dinanzi a tutti questi ha congedato il messaggero. Il messaggero s’è messo subito in cammino; un uomo robusto, instancabile; stendendo a volte un braccio, a volte l’altro fende la moltitudine; se incontra resistenza indica il petto dove c’è il segno del sole; egli avanza facilmente come nessun altro. Ma la moltitudine è enorme, le sue abitazioni non finiscono mai. Come volerebbe se potesse arrivare in aperta campagna e presto udresti il meraviglioso bussare dei suoi pugni al tuo uscio. Invece si affatica quasi senza scopo; si dibatte ancora lungo negli appartamenti del palazzo interno; non li supererà mai, e se anche ci riuscisse nulla sarebbe ancora raggiunto; dovrebbe lottare per scendere le scale, e se anche ci riuscisse nulla sarebbe ancora raggiunto; bisognerebbe attraversare i cortili, e dopo i cortili il secondo palazzo che racchiude il primo; altre scale, altri cortili; e un altro palazzo; e così via per millenni; e se riuscisse infine a sbucare fuori dal portone più esterno si troverebbe ancora davanti la capitale, il centro del mondo, ricoperta di tutti i suoi rifiuti. Nessuno può uscirne fuori e tanto meno col messaggio di un morto. Tu, però, stai alla tua finestra e lo sogni, quando scende la sera».

Il racconto rende efficacemente la sensazione di un travaglio affannato, riscattato, alla fine, da un’insopprimibile nostalgia. Così è l’affascinante cammino della fede: c’è la sete di Dio, che si manifesta nella concreta richiesta di Gesù alla donna “dammi da bere” (Gv 4, 7), e c’è la sete profonda del cuore umano torturato e inquieto per gli innumerevoli tentativi di tacitarlo con surrogati e false promesse.

Va a chiamare tuo marito e ritorna qui” (Gv 4, 16); Gesù riesce ad aprire una breccia nella coscienza di quella donna, che proverà ancora maldestramente a sfuggire, non tanto con un banale espediente moralistico, quanto piuttosto con una domanda straordinariamente profonda. Quella donna rappresenta Israele, la Chiesa, l’umanità intera e ogni credente (non ha un nome perché ognuno può mettere il proprio), e a lei Gesù chiede di rendere conto di ciò che c’è di più prezioso nella vita: l’alleanza, evocata dalla simbologia nuziale.

La domanda conduce alla profondità del senso della vita: “di chi sei? a chi appartieni?”. Il quesito la inchioda e il sapere che quell’uomo tutto conosce di lei la rende immediatamente missionaria, testimone di un fatto che le esplode dentro: “Venite a vedere… che sia lui il Cristo?” (Gv 4, 29) e intanto “lascia la brocca” (cfr. Gv 4, 28)… potrebbe sembrare una dimenticanza, ma forse è qualcosa di più, come il liberarsi istintivo di una zavorra, di una schiavitù, di un mezzo che non è più risorsa od opportunità, di una sorta di catena invisibile.

La donna sente il suo cuore schiudersi alla fede di fronte ad un’evidenza che ancora resta misteriosa e indecifrabile: “(il Messia) sono io che parlo con te” (Gv 4, 26), parole che si illuminano con l’affermazione dell’apostolo Paolo: “a stento qualcuno è disposto a morire per un giusto; forse qualcuno oserebbe morire per una persona buona. Ma Dio dimostra il suo amore verso di noi nel fatto che, mentre eravamo ancora peccatori, Cristo è morto per noi” (Rm 5, 8).

Oggi per tutti, anche in questo tempo faticoso e oscuro, risuona il messaggio, di cui ogni cuore sente il fascino e il richiamo. Provvidenzialmente le disposizioni precauzionali a contrasto del contagio, così restrittive, estendono a molte più persone, magari anche inconsapevoli, il premuroso avvicinarsi di Dio: “Io la sedurrò, la condurrò nel deserto e parlerò al suo cuore” (Os 2, 16). Per noi credenti è una Quaresima strana, penosa e carente di tutte le belle occasioni comunitarie per pregare insieme e vivere in condivisione i gesti dell’itinerario penitenziale, tuttavia è una Quaresima capace di raggiungere più persone, proprio come chiedevano i profeti: «Fu proclamato in Ninive questo decreto, per ordine del re e dei suoi grandi: “Uomini e animali, grandi e piccoli, non gustino nulla, non pascolino, non bevano acqua. Uomini e bestie si coprano di sacco e si invochi Dio con tutte le forze; ognuno si converta dalla sua condotta malvagia e dalla violenza che è nelle sue mani. Chi sa che Dio non cambi, si impietosisca, deponga il suo ardente sdegno sì che noi non moriamo?”» (Gn 3, 7-9).

La solitudine, la privazione delle solite relazioni sociali, la vita più raccolta e intima nelle famiglie facciano risuonare nel silenzio, anche per chi non crede o non avrebbe fatto Quaresima, l’appello della grazia e lo Spirito del Signore conduca tutti noi a condividere lo sguardo fiducioso di Gesù: “Ecco io vi dico: alzate i vostri occhi e guardate i campi che già biondeggiano per la mietitura” (Gv 4, 35).

La nostra è sete di speranza e di fiducia, e soltanto il Signore ha l’acqua, anzi è sorgente: conceda a tutti di incontrarlo così, aprendo i nostri occhi per scorgere i teneri germogli di risurrezione, ancora intrappolati in un terreno arso dalla morte e che già si sgretola per l’irresistibile e nascosta forza della vita nuova.