Cocq, sponsor dell’eutanasia, non vuole più morire

"La strada per la liberazione inizia e, credetemi, sono felice”, aveva detto il 57enne francese Alain Cocq. Così, come abbiamo raccontato, l’uomo aveva fatto sapere al mondo che a causa della sua malattia si sarebbe lasciato morire di fame e di sete. Ma ora ha cambiato idea. Una vicenda che mostra tante verità nascoste dai promotori della morte. Quello che emerge da questa vicenda è quanto sia difficile vivere la malattia e affrontare la morte finché si pensa di “autodeterminarsi”, perché l’unico modo per farlo è una compagnia che ti aiuti ad accettarle e che ti voglia accompagnare fino alla fine, come dicono queste poche parole di un uomo che, dopo una battaglia durata decenni, in soli quattro giorni ha deciso che adesso "è ora di recuperare un po' e creare una squadra di ricovero a casa”.

“La strada per la liberazione inizia e, credetemi, sono felice”, aveva detto il 57enne francese Alain Cocq. Così, come abbiamo già raccontato, l’uomo aveva fatto sapere al mondo che a causa della sua malattia si sarebbe lasciato morire di fame e di sete. Ma ora ha cambiato idea.

La protesta, portata avanti in diretta Facebook dal letto di casa sua, era innazitutto contro la legge Leonetti del 2005 che, pur definita una norma contro l’eutanasia, ha portato l’anno scorso all’omicidio di Vincent Lambert. Il suo testo, infatti, fa delle eccezioni, definendo “accanimento terapeutico” la somministrazione di cibo e acqua ai pazienti terminali. Ora, se è vero che nelle ultime ore di vita non ha senso nutrire il malato, legiferare fu comunque un errore perché già prima i pazienti in agonia non venivano nutriti e perché mettere ai voti la vita legiferando su casi che vanno valutati volta per volta, apre, come successo in questo caso, il buco alla diga dell’eutanasia. Lo dimostra proprio Lambert, che pur non essendo terminale è stato poi ucciso di fame e sete proprio grazie a questa norma contro “l’accanimento terapeutico”.

Torniamo a Cocq che aveva appunto detto che si sarebbe lasciato morire per privazione di cibo e acqua, smettendo di nutrirsi il 4 settembre scorso: erano 30 anni che il francese, affetto da una patologia che lo aveva paralizzato gli arti inferiori, combatteva per l’ampliamento della norma in senso eutanasico. Lui, apparso sempre solo e senza famigliari al suo capezzale, aveva fatto di questa battaglia la sua ragione di vita legandosi agli attivisti radicali dell’Association pour le Droit à mourir dans la dignité, che gli stavano vicini come si fa con uno sponsor molto efficacie. Eppure, proprio alla fine della sua battaglia, a differenza di Dj Fabo che si fece uccidere in mondo-visione portando all’approvazione italiana delle “Diposizioni anticipate di trattamento” (la legge che permette a chiunque lo richieda l’eutanasia per fame e sente ma non solo), Cocq ha mollato il colpo e ha chiesto di essere alimentato e idrato di nuovo.

Così, mentre Marco Cappato lo invitava a morire in diretta Facebbok, come ultima possibilità che gli restava per riuscire a modificare la legge francese (ovviamente e cinicamente Cappato lo fa sempre sulla pelle degli altri), lui decideva di non morire. Letteralmente preferendo la sua vita di malato a una morte tale: “Non ero più in grado di condurre questa battaglia”.

Ecco perché, lunedi scorso, l’uomo è stato ricoverato presso l’ospedale di Digione, dove risiede. E, sebbene, Sophie Medjeberg, vice-presidente dell’associazione Handi-Mais-Pas-Que, che ha sostenuto Cocq nella sua battaglia mortifera, avesse dichiarato alla stampa che temeva che fosse stato “portato in ospedale contro la sua volontà” (mostrando di non essere stata al suo fianco mentre soffriva per l’assenza di sostegni vitali), lui stesso l’ha poi smentita sottolineando che tutto era accadauto “con il suo consenso” e che “fra 7 giorni, al massimo 10 sarò a casa”. Perché, ha continuato, “è ora di recuperare un po’ e creare una squadra di ricovero a casa” .

Ovviamente i riflettori mediatici si sono improvvisamente spenti e non certo grazie a Facebook, che aveva vietato a Cocq di mostrare la morte per fame e sete non perché sia contrario ad essa ma piuttosto perché mostrarla avrebbe potuto sconvolgere molti su cosa significhi davvero morire così.

Il caso dimostra, infatti, che, oltre alla menzogna della “compassione” nutrita dai promotori dell’eutanasia, che usano persone disperate come cavalli di battaglia politici per poi abbandonarli a se stessi nelle ore più difficili, l’ideologia si schianta spesso contro la realtà. Che la morte per fame e sete, il metodo con cui sono stati uccisi Eluana Engrlaro, Vincent Lambert o Terry Schiavo, è una fine tremenda. Esattamente come testimoniò la madre di Lambert, Viviane: “Siamo stati costretti ad assistere al crimine commesso su Vincent. […] È stato terribile per noi. Siamo scioccati e arrabbiati”. E che di fronte alla malattia e alla sofferenza l’uomo può decidere che è meglio vivere, anche se prima aveva pensato diversamente (motivo per cui le Dat sono una trappola mortale che può uccidere persone che hanno dichiarato di voler morire in certi casi per poi magari aver cambiato idea senza potersi più esprimere). Infine, si capisce che gli uomini, soprattutto quelli che vogliono l’eutanasia legale, non temono la sofferenza (come si dice spesso) ma proprio la morte, per questo vogliono viverla nell’incoscienza e senza pensarci. Non a caso Cocq, che l’ha vista in faccia, ci ha ripensato.

Ma sopratutto quello che emerge da questa vicenda è quanto sia difficile vivere la malattia e affrontare la morte finché si pensa di “autodeterminarsi”, perché l’unico modo per farlo è una compagnia che ti aiuti ad accettarle e che ti voglia accompagnare fino alla fine, come dicono queste poche parole di un uomo che, dopo una battaglia durata decenni, in soli quattro giorni ha deciso che adesso “è ora di recuperare un po’ e creare una squadra di ricovero a casa”.