Cina, rabbia per il medico «martire». Il morbo della protesta infetta il Partito

Indagine sulla morte del dottor Li, che fu censurato. Scienziati inglesi: 50 mila casi al giorno, noto il 10%

«Una società sana non dovrebbe avere una voce unica». Li Wenliang lo aveva detto a Caixin, una rivista cinese relativamente libera. E questa frase è rimbalzata sui social del Paese dopo la sua morte per il virus. Li Wenliang, medico di Wuhan, il 30 dicembre aveva dato l’allarme sull’epidemia: forse si sarebbe ancora potuta prevenire. Fu «redarguito» dalla polizia e messo a tacere. Ora, da morto, per tutti i cinesi è un eroe. Lo è anche per le autorità: un eroe scomodo. Il ministero degli Esteri da lunedì incontra la stampa estera e cinese solo in modo virtuale, su WeChat, per evitare riunioni a rischio contagio. Narrativa ottimista: 73 morti giovedì, uno in meno rispetto al giorno prima, 3.143 nuovi casi: «La progressione del contagio è in calo da 4 giorni», sottolinea la portavoce diplomatica. I morti in totale sono 636, i contagi 31.161 in tutta la Cina. ..Ora il prof Neil Ferguson ( Londra) dice che probabilmente «solo il 10% o meno dei contagi viene scoperto in Cina. Pensiamo che siano 50 mila al giorno. L’epidemia raddoppia ogni 5 giorni e il picco non è raggiunto».

La censura sul web è rapidissima in Cina, meno di 5 minuti perché sparisca un post sgradito. Ma la reazione sulla rete è stata quasi incontenibile ieri. Impossibile inseguire e oscurare tutti i commenti. Come questo: «Wuhan deve scusarsi con Li Wenliang. I funzionari debbono anche scuse solenni alla gente di Wuhan e dello Hubei e a tutta la nazione». Lo ha scritto su Weibo il compagno direttore Hu Xijin, che guida il Global Times, quotidiano del Partito a Pechino. Un uomo accorto: ha accusato i dirigenti locali e ha chiesto che si scusino con il governo.

Il Global Times giovedì notte era stato il primo a dare notizia della morte del dottor Li, stroncato dal virus che aveva cercato di fermare. Poi era arrivato l’ordine di smentire la fine del medico. Le autorità non erano ancora preparate a gestire un martire. Finalmente qualcuno si è reso conto che dopo avergli negato il diritto di avvisare i suoi concittadini del pericolo epidemia, non si poteva negare al medico anche il diritto di essere morto. Ormai i cinesi sapevano e piangevano in rete di sconforto e rabbia.

Pechino cerca di limitare il danno. È stata ordinata un’inchiesta della Commissione Nazionale di Supervisione, l’organo anticorruzione. Aperta una «Indagine intorno alle questioni legate al dottor Li», si legge sul sito dei supremi ispettori del Partito ora in viaggio verso Wuhan. Quali sono le «questioni», non è specificato.

Il ministero degli Esteri da lunedì incontra la stampa estera e cinese solo in modo virtuale, su WeChat, per evitare riunioni a rischio contagio. Narrativa ottimista: 73 morti giovedì, uno in meno rispetto al giorno prima, 3.143 nuovi casi: «La progressione del contagio è in calo da 4 giorni», sottolinea la portavoce diplomatica. I morti in totale sono 636, i contagi 31.161 in tutta la Cina.

L’allarme

Il dottore aveva dato l’allarme il 30 dicembre Fu zittito (e forse poteva fermare il virus)

Ma questi numeri non convincono il professor Neil Ferguson, direttore del Centre for Global Infectious Disease Analysis dell’Imperial College di Londra. Il 18 gennaio Ferguson e i suoi ricercatori avevano rivelato con un modello matematico che i contagiati erano già quasi 2.000, non i 50 dichiarati dalle autorità di Wuhan. Due giorni dopo la gravità della situazione fu confermata e Pechino dichiarò «guerra al virus». Ora il professore dice che probabilmente «solo il 10% o meno dei contagi viene scoperto in Cina. Pensiamo che siano 50 mila al giorno. L’epidemia raddoppia ogni 5 giorni e il picco non è raggiunto».

Per il professore «all’estero c’è consapevolezza, ma ancora pensiamo che stiamo individuando solo un quarto dei casi». Le opzioni mediche «sono limitate: per un vaccino servono mesi. Si possono prendere solo misure di salute pubblica, identificare il maggior numero di casi il prima possibile e isolarli».

Sul web cinese i due hashtag più seguiti nella notte erano «Il governo di Wuhan si scusi» e «Vogliamo libertà di parola». E anche la strofa «Do you hear the people sing?», tratta dai Miserabili. Il virus della protesta è un rischio sconosciuto per Xi Jinping e il Partito-Stato.