Cina: “Io, positivo a Nanchino”

E così alla fine è successo: ho il virus. Me lo hanno comunicato domenica sera con un messaggio in mandarino, per fortuna che WeChat ha la traduzione. Un contatto sconosciuto si è presentato, un funzionario del Centro per il controllo delle malattie locale, e prima ancora di leggere sapevo già cosa mi doveva dire: “Il campione prelevato oggi è positivo”. Qualche secondo dopo ecco un altro messaggio, stavolta dal responsabile dell’hotel in cui stavo facendo la quarantena prevista per chi arriva in Cina, un Holiday Inn alla periferia di Nanjing. Messaggio più vago, ma anche più imperativo: “Ci sono dei problemi con il suo test. Dobbiamo trasferirla in un altro luogo per ritestarla”. Prepararsi in fretta per cortesia, l’ambulanza sta arrivando.

Dunque ora eccomi qui, rinchiuso da due giorni in isolamento in questa claustrofobica stanzetta (foto) di uno dei famosi ospedali Covid cinesi, le strutture a container costruite dal governo per fronteggiare la pandemia. Una cabina tutta di plastica tre metri per cinque, due letti, due comodini e un armadietto. Niente luce naturale, solo un neon che rende impossibile distinguere mattina, pomeriggio e notte, il brusio dell’impianto di aerazione come costante sottofondo. Da una parte una porta chiusa dall’esterno, che ogni tanto qualche infermiera apre per farmi dei prelievi o consegnarmi i pasti. Dall’altra una finestra sbarrata e sigillata che dà su un corridoio, neppure da lì entra la luce del sole. Una cella sanitaria. Ieri a un certo punto mi hanno portato fuori per fare la tac, mezzo minuto di aria aperta, al sole: è stato il momento più bello della giornaFilippo Santelli, positivo a Nanchino: ”Isolato e senza sintomi, ecco come mi stanno curando in Cina”

Mi hanno fatto esami di ogni tipo, prelavato cinque provette di sangue, tamponato ovunque, scansionato i polmoni. Sono classificato come caso di coronavirus “asintomatico” e spero proprio di restarlo. In Italia trascorrerei il decorso in isolamento domestico, ma questa è la Cina. Qui mi sottoporranno comunque a un ciclo di terapie, un farmaco chiamato Arbidol di cui non è dimostrata l’efficacia. Qui mi rilasceranno solo dopo due tamponi negativi. È il modello cinese, prendere o lasciare.

In tutto ciò ieri grande momento (tragi)comico. Un’infermiera entra per farmi un prelievo e una sua collega, passando davanti alla stanza e credendo che la porta sia stata dimenticata aperta, lasciandomi una via di fuga, la chiude subito a chiave. Terminati i prelievi, la mia infermiera fa per uscire ma realizza che la porta è sbarrata. A quel punto, nonostante sia bardata con lo scafandro, viene presa dal panico. Inizia a bussare con forza e urlare, mi dice di mettere la mascherina, si sanifica continuamente le mani, mi fa chiamare le colleghe con il telefono. È bloccata in una stanza con un positivo, terrorizzata. Dopo un paio di minuti arrivano in soccorso e la liberano. Resto di nuovo l’unico prigioniero della stanza.

Il vero problema è che qui dentro il tempo non passa mai, non viene scandito da nulla se non tre pasti assai cinesi, e che quindi tendono ad assomigliarsi tra loro. L’unica postazione che ho per lavorare è un tavolinetto che si estrae dal comodino, l’unica seduta a parte il letto è uno sgabellino alto 40 centimetri. Nessuno parla inglese, provo a cavarmela con il mio mandarino elementare e con il traduttore di WeChat, cercando di capire quello che mi aspetta. Siamo appena all’inizio, ma so che qui al Secondo Ospedale di Nanchino, reparto Covid D1, sarà lunga. Domani proverò a fare un po’ di esercizio fisico, magari mi deciderò a sperimentare con lo yoga, potrebbe farmi bene al corpo e alla testa.

Continuerò anche a raccontarvi questa disavventura, qui e su Instagram, serve prima di tutto a me.