Ci vuole la consolazione di un Dio-con-noi

La grazia è che nella vita e nella storia, come in questo Natale, si aprono brecce attraverso le quali può finalmente entrare il mare della consolazione del Dio-con-noi

“Consolate, consolate il mio popolo!” (Is 40,1): cosa possiamo chiedere al Natale, alla fine di un anno come questo, se non la consolazione del Dio-con-noi, l’Emmanuele, nel mezzo delle prove della vita?

Nel suo profondo libro sulla veggente di Lourdes, Franz Werfel dice che fino al momento in cui vide la Bella Signora, nella grotta di Massabielle, Bernadette “non sapeva che aveva bisogno di consolazione” (Il canto di Bernadette, capitolo 7). La miseria obbligava lei e la sua famiglia a cercare ogni giorno una soluzione ai problemi immediati. Sopravvivere era il grande successo di ogni giornata. Ma alla luce dello sguardo della Vergine Maria, Bernadette ha scoperto quello che il suo animo puro già percepiva: il cuore non si sazia di soluzioni, ma di una Presenza che ti guarda e sta con te, che ti riempie dentro, e ti rende soggetto della tua vita. Un bisogno più profondo dei nostri mille bisogni ci salva dal divenirne schiavi. I bisogni ci spingono a sopravvivere; il desiderio di Dio ci dà di vivere.

Ma ci vuole la consolazione di una Presenza, di un Dio-con-noi, altrimenti anche il desiderio di Dio rischiamo di confonderlo con gli altri, o di sentirlo meno urgente degli altri. L’istinto di sopravvivenza si impone con un’urgenza che ci prende alla gola; non è come il Signore mite ed umile di cuore che, pur essendo tutto ciò di cui abbiamo veramente bisogno, se ne sta dietro la porta a bussare discretamente, aspettando che troviamo la voglia e il tempo di aprirgli. Riduciamo spesso Dio a un passatempo, a un hobby per il tempo libero, Lui, l’Alfa e l’Omega, l’Origine e il Destino del cosmo e della storia. La grazia è che nella vita e nella storia, come ora, si aprono brecce attraverso le quali può finalmente entrare il mare della consolazione di Dio. Allora, come Bernadette, capiamo che non avevamo bisogno d’altro.

La consolazione di Dio non viene però a censurare le necessità della vita, non viene a disprezzare tutto quello che viene a mancare, come il pane, il lavoro, la salute, la sicurezza di una famiglia, l’educazione dei figli, l’accompagnamento degli anziani e dei malati. La consolazione di Dio è Cristo che nel Vangelo vediamo preoccuparsi dei bisogni umani fino al dettaglio: “Sento compassione per la folla; ormai da tre giorni stanno con me e non hanno da mangiare. Se li rimando digiuni alle loro case, verranno meno lungo il cammino; e alcuni di loro sono venuti da lontano” (Mc 8,2-3). Le proposte religiose o spirituali che censurano l’umano, soprattutto l’umano degli altri, dei più poveri, sono sempre alienanti. Ma lo sono anche le proposte sociali e politiche che censurano il bisogno di Dio. Cristo consola il bisogno profondo del cuore nell’atto di prendersi cura di ogni dettaglio della nostra fame, della nostra sete, del nostro essere stranieri, nudi, malati, prigionieri… Ci rivela nella Sua persona una Salvezza che abbraccia tutta la nostra umanità.

Proprio per questo la sua venuta a consolarci comporta una sorpresa a cui, troppo intenti ai nostri bisogni, spesso non pensiamo. Cristo ci rivela il bisogno degli altri. Anzi: il Suo bisogno negli altri: “Tutto quello che avete fatto a uno solo di questi miei fratelli più piccoli, l’avete fatto a me” (Mt 25,40). Il bisogno dell’altro è in realtà il bisogno di Gesù. Questa rivelazione ci svela però anche il nostro bisogno più profondo e come esso si soddisfa in Cristo. Il nostro cuore ha bisogno di amare, ha bisogno di sperimentare la sua natura e vocazione ad essere misericordioso come il Padre, ad amare come Dio. La venuta di Cristo nella nostra carne, nella nostra umanità, ci rivela che siamo fatti per amare Dio amando come Lui ama. Rispondendo al bisogno del fratello, è la sete del mio cuore che soddisfo, che è sete non solo di Dio, ma di essere come Lui, di essere Lui, identificandomi, per grazia Sua, al Suo essere dono, dono divino che umanamente si è espresso in Gesù Cristo, dalla mangiatoia di Betlemme alla Croce.

Il paradosso cristiano è che la vita non è salvata da quello che si guadagna, ma da quello che si dona, perché Dio si è donato per noi, senza misura. Anche quando donarsi è un perdersi. Nulla unifica e pacifica l’esistenza più della fede che tutto in essa, assolutamente tutto, è chiamato ad amare l’amore di Cristo, la sua presenza che risponde al desiderio del cuore facendosi prossimo da amare in ogni istante e occasione.

Dopo aver trasmesso l’invito di Dio a consolare il popolo, Isaia ci chiede di gridare: «Una voce dice: “Grida!” e io rispondo: “Che devo gridare?”» (Is 40,6). La tentazione del profeta, come per noi, è di limitarsi a gridare un lamento, di gridare solo per maledire quello che non va. Dio invece invita a gridare un annuncio, la Buona Novella di una presenza che salva: «Alza la voce, non temere; annunzia alle città di Giuda: “Ecco il vostro Dio! (…) Come un pastore egli fa pascolare il gregge e il suo braccio lo raduna; porta gli agnellini sul petto e conduce pian piano le pecore madri”» (Is 40,9-11).

L’annuncio, il Vangelo da gridare senza timore è la venuta di un Pastore forte e tenero ad un tempo: Cristo che ci accompagna attraverso tutte le valli oscure della vita e della storia, donandoci l’esperienza che ciò che rende bella e sicura la vita è la comunione con Lui, la tenerezza di questo suo portarci in braccio, sul suo petto, come agnellini.

Il Papa ci dona un anno specialmente consacrato a san Giuseppe, proprio per aiutarci a vivere come lui all’ombra e alla luce della paternità di Dio, con una coscienza di fede che cambia il volto della realtà, anche la più negativa. “La nostra vita – scrive Papa Francesco – a volte sembra in balia dei poteri forti, ma il Vangelo ci dice che ciò che conta Dio riesce sempre a salvarlo, a condizione che usiamo lo stesso coraggio creativo del carpentiere di Nazareth, il quale sa trasformare un problema in un’opportunità anteponendo sempre la fiducia nella Provvidenza” (Lettera Apostolica Patris corde, 5). È così che anche il Figlio di Dio ha vissuto in mezzo a noi, e che vuole continuare a vivere in noi, nel suo Corpo ecclesiale che attraversa il corso della storia generandola, passo dopo passo, all’eternità. Il Natale di Cristo fa rinascere il mondo.