Chiesa e fine vita: magistero chiaro e coraggioso

La lettera della Cdf "Samaritanus Bonus" ha la struttura tipica dei grandi documenti magisteriali che da qualche tempo si era persa: indica come vera ragione dell'eutanasia la mancanza di fede in Gesù, anche se basta la morale naturale a condannare l'atto. Tocca ogni aspetto del problema senza paura di andare controcorrente, fino a dare un giudizio sui piccoli uccisi come Charlie, Alfie o Isaiah, e a richiamare i medici cattolici ad astenersi dall'omicidio. 

La recente Lettera della Congregazione per la Dottrina della Fede (Cdf) Samaritanus bonus, dedicata alle tematiche di fine vita, è esemplare per contenuto (a parte una “sbavatura”, a parere ininfluente dello scrivente) e per struttura. Il contenuto parla da sé e lo avevamo già fatto oggetto di commento qualche giorno fa.

Ora invece vogliamo evidenziare alcune peculiarità della struttura di questa Lettera, struttura che era usuale fino a qualche anno fa nei pronunciamenti del Magistero sui temi eticamente sensibili. Il nostro intento di porre l’accento sull’impianto metodologico non è fine a se stesso, ma vuole mettere in evidenza che forma e contenuto dovrebbero andare di pari passo perchè sono strettamente connessi: al fine di esprimere alcuni concetti occorre scegliere le modalità di espressione più congrue. In tal senso apprezzare la struttura argomentativa è, spesso, apprezzare il contenuto.

Il primo aspetto lodevole è la successione ordinata perché logica delle riflessioni proposte. E dunque, volendo ripercorrerle: si indicano i destinatari della Lettera, si individuano i motivi per cui si è sentito l’urgenza della sua pubblicazione e, di conseguenza, si indica il fine per cui si è dato alle stampe questo documento: prendersi cura del prossimo. Espressione che ricalca da vicino il primo comandamento di Nostro Signore: «amatevi gli uni gli altri come io ho amato voi» (Gv 15,12). Chi ama con spirito di carità non uccide. L’impianto fondativo di carattere teologico contenuta nell’espressione “prendersi cura del prossimo“ porta ad articolare la riflessione secondo una duplice direzione. È la mancanza di fede la prima radice delle scelte eutanasiche. Nella Croce di Cristo troviamo il senso ultimo delle nostre sofferenze, anche di quelle che vorrebbero essere placate con un gesto omicida o suicida. Segue il motivo per cui l’eutanasia è pratica moralmente inaccettabile: contrasta con la dignità personale, quindi con il carattere sacro della vita umana. Successivamente si indicano gli ostacoli culturali che impediscono di riconoscere l’intrinseca malvagità di una tale scelta. Illustrato tutto ciò, appaiono quindi più comprensibili al lettore il giudizio assolutamente negativo del Magistero sull’eutanasia e sull’accanimento terapeutico (anch’essa pratica contraria alla dignità della persona) e le implicazioni pastorali di tale insegnamento (ad esempio, divieto di assoluzione per gli impenitenti che chiedono l’eutanasia).

Un secondo fattore da apprezzare, a cui abbiamo già accennato, è il corretto fondamento ultimo della condanna dell’eutanasia, un fondamento teologico. Vero è che i divieti di morale naturale possono essere validamente indicati con l’uso retto della ragione e quindi facendo appello esclusivamente a motivazioni di carattere razionale naturale, ma non bisogna dimenticare che la natura e dunque le motivazioni razionali che derivano da essa provengono in ultima istanza da Dio (l’autonomia morale è relativa, non assoluta). Dato che il fondamento ultimo del giudizio morale sull’eutanasia del Magistero è di carattere teologico, va da sé che, come accennato, la causa prima delle scelte eutanasiche non potrebbe che essere ugualmente di carattere teologico: la mancanza di fede.

Un terzo elemento da valutare positivamente è, per i motivi appena accennati, il doppio binario argomentativo scelto dalla Cdf: teologia morale e filosofia morale. La prima genera la seconda, il piano sovrannaturale, trascendente, giustifica il naturale e l’immanente. In tal modo, poi, il documento può essere letto, per mera ipotesi di scuola, dal credente come dal non credente.

Un altro punto a favore della Cdf sta nel fatto di aver richiamato gli evergreen della dottrina cattolica su questo tema: la dignità personale metafisicamente e ontologicamente fondata, gli atti intrinsecamente malvagi, il ruolo di circostanze e intenzioni e così via.

Ulteriore ingrediente: l’esaustività. La struttura del documento è deduttiva: dal generale al particolare. Pur sinteticamente, la Lettera indica i principi primi morali a cui riferirsi e poi li declina nelle principali tematiche legate al fine vita: le leggi, l’obiezione di coscienza, il ruolo dei medici, il dolore e quindi le cure palliative e gli hospice, la nutrizione e l’idratazione assistita, l’eutanasia in ambito neonatale, le pratiche sedative, etc.

Altro aspetto assai apprezzato: la chiarezza espositiva. Molti cattolici a leggere questo documento di certo avranno esclamato: «Così dovrebbe sempre parlare il Magistero!». Come ricordava Giovanni Paolo II nell’Evangelium vitae occorre «chiamare le cose con il loro nome, senza cedere a compromessi di comodo o alla tentazione di autoinganno» (58). Chiarezza soprattutto nella condanna di ogni pratica eutanasica. In questo documento, che in realtà riproduce il bimillenario insegnamento della Chiesa sull’assassinio e sul suicidio, non ci sono ambiguità espressive, infingimenti, non si indulge in periodare obliquo – escamotage linguistico usato spessissimo negli ultimi anni al di là delle Mura Leonine – ma i concetti sono esposti in modo ben definito, perimetrati sotto la forte luce del sole della sana dottrina. La Cdf non è scesa a compromessi.

La chiarezza espositiva genera, tra le molte, la seguente ricaduta positiva: la Cdf non ha paura di andare contro corrente, non teme di inimicarsi media, governi, Oms, George Soros & Co., non vuole lisciare il pelo del politicamente corretto per il verso giusto. Ecco allora: la condanna adamantina non solo dell’eutanasia, ma anche delle norme che la legittimano; la condanna della bioetica della qualità della vita e quindi dell’utilitarismo, del pietismo, dell’individualismo; il divieto per i medici di cagionare volutamente la morte di un innocente o di prendere parte ad essa in modo formale o materiale immediato; il doppio divieto per il sacerdote di assolvere l’aspirante suicida che non ha dato segni di pentimento e, addirittura, di rimanere nella stanza ove si pratica l’eutanasia per evitare lo scandalo; l’obbligo di carattere generale di alimentare e idratare il moribondo.

Il coraggio dimostrato dagli estensori della Lettera si evidenzia soprattutto in alcune sezioni. Ad esempio una di essa è dedicata interamente alle cure dovute ai neonati (esemplare poi la spiegazione che tra aborto e infanticidio non c’è differenza). La condanna ferma e decisa di ogni forma di eutanasia a danno di questi piccoli pazienti, anche se nati pretermine o con poche aspettative di vita, è una chiara condanna delle decisioni dei giudici inglesi sui casi Charlie Gard, Alfie Evans, Isaiah Haastrup e di casi simili successivi a questi. Appare poi vibrante il richiamo rivolto a medici cattolici e cliniche cattoliche al dovere morale di astenersi da ogni atto eutanasico, richiamo reso necessario dal fatto che ormai si nota anche presso gli istituti di cura cattolici una certa disinvoltura nel gestire i casi cosiddetti pietosi.

La netta presa di distanza dal mainstream corrente ha fatto sì che nel documento siano assenti alcuni topos concettuali ormai divenuti usuali negli scritti ecclesiali tanto da farli apparire stereotipati: il pauperismo che porterebbe a giustificare qualsiasi azione se compiuta in una condizione di povertà materiale o morale; l’inclusività che, scindendo correttamente il giudizio sulla responsabilità soggettiva dal giudizio morale sull’atto, giunge però spesso a non condannare i mala in se; il situazionismo dove, discernendo caso per caso, alla fine nega i princìpi primi della legge naturale e legittima moralmente atti che mai potrebbero essere legittimati; il soggettivismo che giustifica una coscienza malata e fragile incapace di riconoscere il bene e, anche se riconosciuto, di compierlo; l’umanitarismo che si articola su un piano meramente filantropico in cui la figura di Dio è evaporata o viene richiamata per un mero ossequio all’etichetta. Chiudiamo con una domanda: in casa cattolica farà scuola Samaritanus bonus?