«Chi si è infettato mantiene le difese per almeno otto mesi»

Il professor Sette: la profilassi tutela meglio

Ci sono ancora tanti misteri attorno a Covid-19. E ancora tante domande cui rispondere. Eccone due: come il nuovo coronavirus si sta comportando, «travestendosi» nelle «varianti»? E come le difese immunitarie dell’organismo, comprese quelle stimolate dai vaccini, possono tenerlo a bada e per quanto tempo? Al momento si sa che la risposta immunitaria naturale (anticorpi) dopo l’infezione, nel 90 per cento dei casi, dura almeno 8 mesi. Però c’è un dieci per cento di persone che non ce l’ha, quindi ha una possibilità di reinfettarsi e di trasmettere l’infezione, anche se si parla di numeri ridotti».

Focalizziamoci su quella dei vaccini.«Oggi si sa che i vaccini, finora autorizzati, sono efficaci nel breve termine (mettono al riparo dall’infezione e, soprattutto dalle complicanze, ndr), ma bisognerà capire quale sarà la risposta nel tempo».

Alcune, di queste risposte, le sta trovando Alessandro Sette. Italiano, laureato all’Università La Sapienza di Roma, negli Usa dall’inizio degli anni Ottanta: ora dirige il Dipartimento di ricerca sui vaccini del La Jolla Institute of Immunology («Ljl») a San Diego, in California.

Professor Sette, sembra che i vaccini stimolino diversamente la risposta immunitaria nell’uomo. Quelli a mRna (Pfizer e Moderna) sarebbero più «bravi» a far produrre anticorpi (la prima linea di difesa: aggrediscono subito il virus, quando è in circolo, ndr). Quelli basati su adenovirus (AstraZeneca e Johnson&Johnson), invece, attivano di più cellule del sistema immunitario chiamate linfociti T (particolari globuli bianchi, ndr).

«Stiamo indagando. Occorre ricordare che la risposta immunitaria, nei confronti di un microrganismo come i virus, coinvolge diversi attori. I primi sono rappresentati proprio dagli anticorpi. Poi c’è quella cellulare che distrugge le cellule “invase” dal virus. E questo vale sia nell’infezione naturale, sia in quella stimolata dai vaccini».

Focalizziamoci su quella dei vaccini.

«Oggi si sa che i vaccini, finora autorizzati, sono efficaci nel breve termine (mettono al riparo dall’infezione e, soprattutto dalle complicanze, ndr), ma bisognerà capire quale sarà la risposta nel tempo».

(In altre parole, si dovrà capire se saranno solo gli anticorpi a proteggere, quelli che si valutano con i test oggi disponibili, oppure c’è un’immunità cellulare, quella, appunto, dei linfociti T, che garantirà una migliore protezione, ndr).

Vaccino a parte. Come funzionano, invece, le difese naturali contro il coronavirus?

«Anche qui, è ancora tutto da studiare. Al momento si sa che la risposta immunitaria naturale (anticorpi) dopo l’infezione, nel 90 per cento dei casi, dura almeno 8 mesi. Però c’è un dieci per cento di persone che non ce l’ha, quindi ha una possibilità di reinfettarsi e di trasmettere l’infezione, anche se si parla di numeri ridotti».

Raffreddore

Chi è stato affetto da uno degli altri Coronavirus

potrebbe essere più protetto da Sars-Cov2

Ritorniamo al vaccino. Meglio la risposta «naturale» all’infezione o meglio quella «indotta» da vaccino?

«Meglio quella indotta da vaccino. È più “vigorosa”».

Arriviamo alle «varianti». I vaccini attualmente disponibili funzionano?

«Sì. E poi non chiamiamole varianti “inglese”, “sudafricana”, “brasiliana”: evitiamo stigmatizzazioni. I vaccini in uso proteggono dalle complicanze e anche dalle infezioni. E, per ora, anche dalle varianti, grazie anche alla risposta cellulare dei linfociti T».

Ultima domanda, professor Sette. Anzi due. La prima: certi Coronavirus (diversi dal Sars-Cov2) sono diffusi nella popolazione e possono provocare il raffreddore comune. Come interferiscono con il nuovo coronavirus?

«Ci sono 4 tipi di coronavirus che provocano il raffreddore. La domanda, cui stiamo cercando di rispondere, è: se io ho avuto un raffreddore recente da coronavirus sarò più protetto contro il nuovo SarsCov-2? Stiamo cercando la risposta. E potrebbe essere un sì».

La seconda domanda. Alcuni vaccini (AstraZeneca e Johnson&Johnson) utilizzano, per veicolare il vaccino, un adenovirus, anche quello molto diffuso fra gli umani e responsabile di raffreddori. Quindi, non abbiamo già una risposta immunitaria che può rendere inefficace il preparato?

«No. Nei vaccini sono stati utilizzati adenovirus derivati dagli scimpanzè (AstraZeneca), dai gorilla (Reithera, quello italiano) e addirittura due adenovirus nello Sputnik V. Anche Johnson & Johnson ha utilizzato uno speciale adenovirus. Questi virus sono sicuri perché non si replicano nelle cellule umane».