Chi sfugge al mondo bipolare

 Dalla Thailandia al Myanmar, tutti quelli che si sottraggono all’abbraccio cinese o americano .Questa specie di smottamento geopolitico  causato dalla pandemia non segna il tramonto dell’Occidente, né l’inizio del secolo asiatico bensì l’emergere di una nuova geografia in cui occidente e oriente saranno sempre più separati, uniti solo dalle linee commerciali della Via della seta. Si prospetta un mondo nuovo, che ricorda l’epoca precoloniale, precedente le grandi scoperte e navigazioni, il medioevo di Marco Polo in cui l’altrove non era territorio di conquista ma di orrore o meraviglia. 

Un farang, come in Thailandia chiamano i forestieri, che di questi tempi cerchi di tornare in quel paese è sull’orlo di una crisi di nervi: per la burocrazia e i costi che deve affrontare tra assicurazione e quarantena in covid-hotel. Spesso è tentato di rinunciare in attesa di momenti migliori. Un dubbio aumenta la tentazione: tutte queste difficoltà sono per proteggersi dalla pandemia, oppure sono il sintomo di un diverso atteggiamento nei confronti dei farang, giudicati sporchi (come ebbe a dichiarare il ministro della sanità), untori? Il virus che possono trasmettere, inoltre, non è solo il Covid-19, bensì qualcosa di più insidioso, contro cui non c’è vaccino ma solo l’esorcismo. E’ la contaminazione culturale che minaccia un ordine trascendente, che sia quello predicato dal sangha, la comunità monastica buddhista o dai neoconfuciani. Tutto il sud-est asiatico appare circondato da una nuova cortina di bambù.

Secondo molti asiatici, e non solo gli ultrarealisti thai, i membri dei partiti comunisti lao e vietnamita, gli integralisti buddhisti birmani e quelli islamici indonesiani, sul tramonto dell’occidente è ormai scesa la notte. Ci attende l’alba di una storia post-pandemica, il “Medioevo prossimo venturo” definito nel 1971 in un saggio di Roberto Vacca, in cui il professore ipotizzava una prossima regressione della civiltà. Un mondo in cui l’utopia dei no-global rivela il suo volto distopico, dove il perseguimento di politiche contrapposte è la norma. Un mondo in cui le tradizionali categorie politiche non sono più definibili secondo il tradizionale linguaggio. Ed ecco le “Covid elections” birmane, che hanno dominato la psiche locale per oltre un mese, volute da Aung San Suu Kyi per evitare un rinvio che avrebbe portato allo stato di emergenza e riconsegnato il potere ai militari, concluse con la conquista dell’83,2 per cento dei voti, ma forse pagate con una seconda ondata del virus nonostante la distribuzione ai seggi di mascherine N-95. In compenso la Birmania, come gli altri paesi dell’area, potrà contare sulla “vaccine diplomacy” che è la versione sanitaria del soft power lanciato da Pechino.

“Siamo noi forse alla vigilia della più mostruosa trasformazione della terra intera e dello spazio storico-temporale a cui essa è legata? Siamo forse alla vigilia di una nuova notte che prelude un’alba nuova?”, si chiedeva nel 1946 Martin Heidegger. “Siamo noi veramente quegli ultimogeniti che siamo? O siamo anche nel nostro tempo i precursori dell’alba di tutt’altra età del mondo che ha lasciato dietro di sé tutte le odierne rappresentazioni storiografiche della storia?”. Questa citazione è premessa all’ultimo saggio di Umberto Galimberti: “Heidegger e il nuovo inizio. Il pensiero al tramonto dell’Occidente”. Vale la pena applicarsi alla lettura perché può essere una guida alla trasformazione planetaria e un manuale di resistenza che ci fornisce gli strumenti teoretici per un “nuovo inizio”, per riprenderci dallo choc post-traumatico da Covid. Nel febbraio scorso, quando la pandemia cominciava a manifestarsi in tutta la sua gravità ma sembrava circoscritta a Cina e dintorni (com’era accaduto nel 2002 con la prima epidemia di Sars) quegli stessi farang che oggi vorrebbero tornare al caldo, alle ragazze e all’apparente sicurezza dell’Asia, tempestavano le ambasciate, le compagnie aeree, le agenzie di viaggio per trovare un volo, una via di fuga che li riportasse nella comfort zone dell’Occidente.

Ma questa specie di smottamento tettonico geopolitico non segna il tramonto dell’Occidente, né l’inizio del secolo asiatico bensì l’emergere di una nuova geografia in cui occidente e oriente saranno sempre più separati, uniti solo dalle linee commerciali della Via della seta. Si prospetta un mondo nuovo, che ricorda l’epoca precoloniale, precedente le grandi scoperte e navigazioni, il medioevo di Marco Polo in cui l’altrove non era territorio di conquista ma di orrore o meraviglia.

Vista da Oriente questa è anche una sorta di rivincita asiatica su secoli di dominio da parte dell’occidente. “Una delle ragioni per cui l’occidente non può più dominare il mondo è che il resto del mondo ha imparato molto dall’occidente, mentre gran parte della civilizzazione occidentale appare esausta, priva di guida ed energia. Le altre civiltà stanno semplicemente accelerando”, ha scritto Kishore Mahbubani, ex diplomatico e accademico di Singapore, considerato la “Muse of the Asian Century”. Secondo Mahbubani questa inversione di energie è dovuta al fatto che in occidente il governo è sempre più visto come il problema e non la soluzione. E’ il paradosso secondo cui la “libertà politica” delle democrazie occidentali limita la “libertà personale”. Con pari, sottile distinguo Mahbubani paragona le diseguaglianze che il Covid ha amplificato. “Il problema non sono le disuguaglianze. La società cinese è diseguale tanto quanto quella americana. Ma in America la diseguaglianza significa che i più poveri si sono impoveriti, mentre in Cina si sono arricchiti”.In tutta l’Asia, del resto, i “ristori” hanno raggiunto cifre record, sino al 7 per cento del pil stanziato dalla Cina con la disponibilità ad aumentarlo “a qualunque costo”. Il risultato potrebbe essere uno tsunami di debito che contraddice l’ideologia neoconfuciana predicata dal patriarca di Singapore Lee Kuan Yew, che considerava il welfare il cancro della società. Ma anche questo si rivela un equivoco, come spiega nella sua autobiografia “From Third World to First”: “Abbiamo previsto aiuti, ma solo chi non ha altra scelta li riceverà. E’ l’opposto dell’atteggiamento occidentale dove si incoraggia la gente a richiederlo senza alcuna vergogna provocando un’esplosione nei costi del welfare”.

Mahbubani, discepolo di Lee, applica alle differenze di gestione della pandemia le stesse categorie. Il Covid non ha fatto altro “che esporre in modo drammatico quali stati abbiano una forte capacità di reazione e quali debole”. Almeno sino alla seconda o terza ondata della pandemia che sembra stia per colpire il sud-est asiatico, gli autoritarismi asiatici, “la democrazia fiorente nella disciplina”, si sono rivelati più efficaci delle incertezze e contraddizioni e dei governi occidentali.

Un pragmatismo che a Singapore si applica anche nei laboratori della Duke-Nus University, dove potrebbe trovarsi una chiave per comprendere meglio il Covid-19. Come ha dichiarato in un’intervista esclusiva al Foglio Antonio Bertoletti, professore di Emerging Infectious Diseases, parte della popolazione dell’area potrebbe aver sviluppato una certa resistenza al virus grazie e precedenti infezioni da coronavirus, come nell’epidemia di Sars di diciassette anni fa.

Anche questa resilienza, per molti analisti occidentali è la prova di una “regressione pandemica” utilizzata dai regimi asiatici per consolidare il proprio potere, marginalizzare l’opposizione. Anziché cercare di comprendere e magari utilizzare ciò che si sperimenta in Asia, tutto viene assunto a prova di una marginalità asiatica, di una sua alterità, a volte mostruosità (di cui è simbolo il “virus cinese” diffuso in orridi “wet market”).

Come nelle cronache di Marco Polo ciò che si coglie di quel mondo è l’esotico, il pittoresco, “il Milione”, che mette in ombra il significato reale della storia, ossia che il sud-est asiatico ha sperimentato la maggior crescita al mondo dalla crisi finanziaria del 2008 e che oggi rappresenta la sesta economia mondiale con un pil aggregato di 2.8 trilioni di dollari. Nel caso della Thailandia, per esempio, le cronache recenti si dedicano soprattutto alle stravaganze del re anziché commentare un movimento d’opposizione che sta mettendo in discussione i totem e i tabù della cultura thai. Contestazione, per altro, cui si dedica attenzione per le papere gialle usate come scudi agli idranti della polizia.
Il Covid, inoltre, fornisce un ulteriore “giusta causa” per cui i paesi del sud-est asiatico con tutti i loro problemi sono entrati nel cono d’ombra dell’informazione globale. Indifferenza amplificata dalle elezioni americane che hanno monopolizzato l’attenzione dei media. Il che si è verificato soprattutto nel caso delle elezioni birmane, svolte una settimana dopo (e definite nei risultati un mese prima). L’attenzione degli osservatori occidentali continua a focalizzarsi sulla questione rohingya: è la parola che appare nelle prime righe di qualunque articolo sulle elezioni, condizionando le analisi, piegandole alla tesi secondo cui l’utopia birmana incarnata da Aung San Suu Kyi sia mutata nell’ennesima manifestazione di dittatura.

Sfugge così la complessità della situazione birmana, che può essere presa a metafora di tutto lo scenario del sud-est asiatico. “La Birmania somiglia a parti dell’Europa e del nord America nel XIX secolo: un miscuglio febbrile di nuove libertà e nuovi nazionalismi, capitalismo sfrenato, nuove ricchezze e nuova povertà, città e baraccopoli che spuntano come funghi, governi eletti, popoli esclusi e violente guerre di frontiera; uno specchio del passato, turbo-esasperato da Facebook e dalla vicina potenza ad alta industrializzazione, la Cina”,  scrive lo storico Thant Myint-U nel saggio “L’altra storia della Birmania” (intervistato nell’articolo in basso). Per Myint-U la Birmania è “l’occhio del Budda”, a indicarne l’importanza strategica nello scenario della regione che era definita Indocina, punto di unione e collisione delle grandi civiltà asiatiche.

Oggi unione e collisione sono tra Cina e Stati Uniti. Anzi, tra Asia e occidente. Negli ultimi anni i fronti sono divenuti ancor più fluidi: occidente significa Stati Uniti e Unione europea, Asia vuol dire Cina, India, Asean (l’associazione delle nazioni del sud-est asiatico) e Asia orientale (Giappone e Corea). “Come le tensioni in Indo-Pacifico riflettano un nuovo ordine mondiale post-Covid di conflitti e contraddizioni” è il titolo di un articolo pubblicato sul South China Morning Post a firma del Commodoro C. Uday Bhaskar, direttore della Society for Policy Studies, un think tank di New Delhi. Secondo Bhaksar la geopolitica del secondo Dopoguerra ha avuto una prima fase bipolare, tra Usa e Urss, quindi un breve periodo unipolare governato dagli Stati Uniti tra il 1991 e il 2002, seguito da una fase in cui questa supremazia è sta messa in crisi dal risorgere della Cina. Ma ciò che si sta verificando oggi, determinato dal Covid, dalle sue conseguenze economiche e amplificato da quello che Bhaskar chiama “l’obbrobrio della presidenza Trump”, è una “variante” come quelle che comincia a manifestare il virus. E’ quella che David Shambaugh, professore di Studi Asiatici alla George Washington University, su Foreign Affairs efinisce “la prova del fuoco del sud-est asiatico”. Le nazioni dell’Asean, pur abituate alla competizione tra grandi potenze, a repentini cambi di campo per salire sul carro del vincitore, all’arte della strategica elusione e predisposte al neutralismo e al non-allineamento, non possono più sfuggire a scelte che potrebbero influire sulla loro sopravvivenza, fisica ed economica, ma al tempo stesso devono evitare tutte le “trappole”, da quella del debito a quella del vaccino. “Per i thai è troppo tardi per sfuggire all’abbraccio cinese, possiamo solo cercare di non farcene soffocare” ha dichiarato un anziano diplomatico di Bangkok.

Il mega abbraccio cinese si è stretto il 15 novembre, quando è stato siglato il Regional Comprehensive Economic Partnership (Rcep) l’accordo economico-commerciale tra i 10 paesi dell’Asean più  Cina, Giappone, Corea del Sud, Australia e Nuova Zelanda. Il Rcep, oltre a creare il blocco commerciale e d’investimento più grande al mondo, si integra nei progetti della Belt and Road Iniziative, e segna lo spostamento dell’Asean nella sfera d’influenza di Pechino. Non c’erano alternative dopo che il presidente Trump, per marcare il distacco dal “pivot to Asia” di Obama, che affermava il ruolo strategico dell’Asia extra-cinese, e ribadire il suo concetto isolazionista di “America First”, nel 2017 si è ritirato dalla Trans-Pacific Partnership, l’accordo di libero scambio tra gli Usa, il Canada e altri 10 Paesi del Pacifico. Ironia della sorte: il 17 novembre, durante un summit dell’Apec (l’Asia-Pacific Economic Cooperation), il presidente Xi Jinping ha annunciato la disponibilità ad aderire alla Tpp.

Oltre l’America, altro grande assente dal Rcep è l’India, preoccupata dallo strapotere cinese. Per questo, almeno in apparenza, affianca gli Stati Uniti nella strategia per “un Indo-Pacifico libero, aperto e inclusivo”, eufemismo per definire il contenimento dell’influenza cinese. In realtà è probabile che l’India, con Giappone e Corea del sud, cerchi di bypassare i progetti cinesi di collegare Oceano indiano e Pacifico occidentale. Progetti che hanno il loro centro nella pupilla dell’occhio del Buddha, il porto birmano di Kyaukphyu (nel nord-est dell’Oceano indiano e che per molti è il vero pivot della Belt and Road Initiative), terminale del “corridoio” che collegherebbe la baia del Bengala con la provincia dello Yunnan e da là con il Mar cinese orientale. Non a caso l’India si è rivelata più disponibile dell’America, “regalando” al Myanmar un sottomarino. “I militari adorano questi giocattoli e non amano troppo la dipendenza dalla Cina”, commenta una fonte del Foglio appassionata di questo risiko.
Ancora una volta il nuovo “Grande Gioco” si gioca in mare. Tanto che tra gli analisti sta tornando di moda un termine obsoleto: “navalismo”, la tendenza, nella politica di un paese, a dare grande sviluppo alle forze navali. Il Plan, la marina cinese, entro il 2030 metterà in campo circa 430 navi da combattimento e 100 sottomarini. La marina statunitense opporrà le forze dell’Indopacom (Indo-Pacific Command) sotto il comando dell’ammiraglio John Aquilino, nominato da Trump, che ha proposto di creare una nuova flotta (denominata 1° flotta, di base a Singapore) da affiancare alla Settima flotta di base in Giappone che controlla il Pacifico occidentale e si avvale del supporto della terza flotta che ha per teatro il Pacifico orientale. Uno spiegamento di forze, come avvertito dallo stato maggiore, che ha l’ordine di rispondere in modo “più risoluto” a incursioni nell’Indo Pacifico. E’ una strategia, però, non solo muscolare, ma accompagnata da un approccio proattivo in tutto il sud-est asiatico. A quanto sembra l’Amministrazione Biden vuole riprendere la politica obamiana del “pivot” senza rinunciare alla dottrina del “Free and Open Indo-Pacific” di Trump, e ha annunciato un piano di commercio internazionale che potrebbe contrastare la Rcep.

Oltre le strategie, lo scontro delle civiltà, questo grande gioco fa emergere una miriade caotica di contrapposizioni. Un mondo “contro-polare”. La Thailandia sta pensando di fortificare i confini con la Birmania per controllare l’ingresso di potenziali untori. Per lo stesso motivo la Cina vuole costruire duemila chilometri di una “Grande muraglia del sud” per evitare traffici di merci illegali e individui infetti con la Birmania (oltre, secondo alcuni, la fuga dei dissidenti dalla Cina). La Birmania a sua volta accusa di contagio il Bangladesh (e probabilmente gli imputati saranno i soliti rohingya), mentre il Vietnam se la prende con l’eterno rivale cinese.