Chi era il generale Soleimani: uomo chiave dell’influenza iraniana in Medio Oriente

Il carismatico generale ucciso a Baghdad era uno dei personaggi più popolari in Iran e considerato un temuto avversario dell’America e dei suoi alleati

Non è una frase fatta e neppure un’esagerazione bombastica: l’assassinio del generale Qassem Soleimani cambia le regole del gioco in Medio Oriente e nei fatti accelera la già strisciante guerra a basso profilo tra Stati Uniti e Iran. Teheran risponderà inevitabilmente con durezza. L’escalation militare è inevitabile e ciò coinvolgerà anche le truppe italiane in missione sotto comando Usa in Iraq. Lo stesso scenario libico ne sarà affetto. Israele è già in allarme, l’Hezbollah libanese affila i coltelli, sono state tra l’altro chiuse le piste da sci sull’Hermon. E ciò per il fatto che il 62enne Soleimani non era semplicemente un pezzo da novanta dell’apparato militare iraniano, bensì a tutti gli effetti il vero artefice della politica del suo Paese riguardo ai dossier più importanti: dall’Iraq, alla Siria, al Libano, al confronto con Israele, sino allo scontro con gli Stati Uniti. Tanto da essere il candidato più gettonato alle massime cariche dello Stato iraniano nel prossimo futuro.

Nato nel 1957 vicino alla storica città di Rabor, la sua infanzia la trascorse tra le montagne in una famiglia contadina. A 13 anni è operaio, quindi impiegato nella compagnia Kerman per la gestione del sistema idrico. Taciturno, riservato, il giovane rappresenta l’ideal-tipo delle falangi di volontari che nel 1979 proprio dalle campagne e le province più remote iraniane si uniscono ai ranghi delle Guardie Rivoluzionarie che garantiscono al movimento dell’Ayatollah Khomeini di rovesciare lo Shah Reza Pahlavi, battere nel sangue l’opposizione laica e comunista e infine prendere il potere. Subito dopo si guadagna meriti e rispetto tra i militari per il suo diretto coinvolgimento nella lunga guerra con l’Iraq. Si distinse però anche per la sua opposizione a quelle che allora venivano definite le «morti senza significato»: le terribilmente celebri ondate di giovani combattenti mandati a correre sui campi minati verso le trincee nemiche per spianare la strada alle truppe corazzate. L’Iran perse oltre un milione di soldati. Si dice che allora egli cadde in disgrazia presso il presidente Hashemi Rafsanjani dal 1987 al 1989. Ma subito dopo venne nominato comandante delle forze Al Quds: il fiore all’occhiello delle truppe d’élite iraniane. Fu il suo trampolino di lancio verso i massimi vertici dell’apparato militare del suo Paese.

Da allora la sua stella non ha mai cessato di brillare. E’ stato lui a coltivare i rapporti con l’Hezbollah, il «Partito di Dio», che rappresenta il braccio armato degli sciiti libanesi. Dopo l’invasione americana in Iraq nel 2003 fu ancora lui a costruire le brigate sciite che poi tra il 2014 e 2017 paradossalmente hanno combattuto spalla a spalla con le truppe americane contro Isis, specie nella zona di Mosul. Ma i suoi rapporti con l’amministrazione americana sono sempre stati difficili. Tanto che al Pentagono l’hanno sempre visto come un pericoloso avversario, mai come un alleato. Furono gli Usa a premere sull’Onu perché già nel 2007 venisse messo sulla lista delle persone da sanzionare. In seguito Soleimani divenne l’uomo chiave del sostegno iraniano al regime di Bashar Assad contro le rivolte scoppiate nel 2011.

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Più volte venne dato per morto. Nel 2006 sopravvisse fortunosamente ad un incidente aereo dove persero la vita parecchi suoi collaboratori. Nel 2012 ancora se la cavò uscendo indenne dagli attentati contro i vertici militari siriani e tre anni dopo ancora sfiorò la morte nella battaglia di Aleppo. Questa volta però il suo decesso è confermato da Teheran. Il drone americano che ha sparato evidentemente era stato ben programmato. L’intelligence americana ha seguito con attenzione le mosse del generale iraniano sino all’ultimo. L’assassinio è stato programmato con meticolosa precisione. Le conseguenze però sono ancora tutte da valutare.