CHI DÀ I NUMERI/ 3-3, 4-3, 15-5: il centrodestra guadagna una regione ma ha perso?

Fino a ieri il centrosinistra governava 4 regioni e il centrodestra 2; ora invece il computo è 3-3 (più una). I numeri “scomodi” del voto regionale

Pallottoliere alla mano, fino a ieri il centrosinistra governava 4 regioni e il centrodestra 2; ora invece il computo è 3-3: se la matematica non è un’opinione, la sinistra ha un presidente in meno a vantaggio della destra; senza contare che in Val d’Aosta la Lega è il primo partito e si appresta a governarla.

Qualcosa vorrà dire. E le Marche perse dalla sinistra e conquistate dalla destra sono una regione che ha tanti abitanti quanti la Liguria e un tasso di imprenditorialità elevatissimo quanto in difficoltà. Insomma, non è l’ultima delle regioni.

Il risultato sarebbe stato anche migliore se il centrodestra non si fosse ripetuto in uno dei suoi errori più frequenti, cioè candidare la persona sbagliata. Anzi due, cioè Raffaele Fitto in Puglia e Stefano Caldoro in Campania. Per Caldoro (Forza Italia) si potrebbe anche perdonare Silvio Berlusconi, visto che con Vincenzo De Luca la battaglia era di bandiera, ma per Raffaele Fitto l’errore imperdonabile è quello di Giorgia Meloni. Negli ultimi anni, Fitto ha cambiato più partiti che magliette della salute (Cdu, Forza Italia, Conservatori e riformisti, Popolari per l’Italia, Noi con l’Italia, Direzione Italia, Fratelli d’Italia) e da governatore in carica era già stato sconfitto da uno della sinistra, cioè Nichi Vendola. Se la coerenza è uno dei punti forti della Meloni, la scelta di un perdente girovago come Fitto va nella direzione opposta.

Al Sud, dunque, non ci voleva molto al centrodestra per andare meglio. Al Nord, dove pure hanno trionfato Luca Zaia e Giovanni Toti, la coalizione può segnare altri punti a suo favore. In Liguria, per esempio, la regione di Beppe Grillo, il centrodestra 5 anni fa aveva vinto quasi per caso a causa di una somma di errori della sinistra, mentre ora si riconferma per meriti acquisiti sul campo. E in questa tornata la Liguria era l’unica regione in cui la coalizione che governa a Roma si è presentata unita, con Pd e 5 stelle accomunati sotto l’egida di Ferruccio Sansa senza che Italia Viva facesse una lista parallela. Quanto a Zaia, sarà pure una spina nel fianco di Matteo Salvini, ma una combinazione di buon governo e consenso sociale come quella messa a punto dal governatore veneto non ha uguali. Dalla sua ha avuto anche una spintarella dal coronavirus, così come anche De Luca è stato “miracolato” dal Covid e il governatore Toti dalla ricostruzione del ponte Morandi.

Infine, la Toscana. Qui la Lega di Salvini ha preso il 22% circa (140mila voti in più del 2015 quando Claudio Borghi aveva raccolto il 16%) e Fratelli d’Italia il 13,5 (5 anni fa stava al 3,8%): un balzo notevole. Viceversa, il 48% di Enrico Rossi è rimasto invariato per Eugenio Giani, con la differenza che il Pd troneggiava al 46% e ora è precipitato al 35. Insomma, il centrodestra poteva anche fare di più. Ma i numeri dicono che non è affatto in rotta come molti osservatori in queste ore lo dipingono.