C’è un’Europa che vive ancora

A sorpresa, dopo la pandemia, l’ Europa potrebbe ripartire meglio di Stati Uniti e Cina. Non esistono le condizioni per considerare la Cina uno dei grandi vincenti del mondo post Covid (ma sarebbe più corretto scrivere del mondo "con" il Covid, il virus non sparirà purtroppo di colpo). Anche gli Stati Uniti saranno in difficoltà, lo sono già; hanno gestito in ritardo e male quella che era una tragedia annunciata e ne stanno subendo gli effetti economici. La vera sfida di oggi, con il Covid e dopo, è la tenuta delle società democratiche: obiettivo che continua a legarci all'Atlantico e non all'Eurasia.

La sorpresa geopolitica del mondo post Covid potrebbe essere l’Europa. È una conclusione controintuitiva, vista la lentezza con cui l’Ue ha reagito alla pandemia e gli usuali contrasti fra Paesi forti e Paesi deboli, o fra sistemi efficienti e sistemi fragili.

Ma è uno scenario che può essere argomentato, anzitutto mettendo in discussione lo scenario alternativo: la previsione secondo cui Covid 19 rafforzerà la Cina e indebolirà fatalmente l’America. Avremo dei vincitori e dei vinti, che poi si contenderanno l’Europa in una sorta di nuova guerra fredda del secolo (già in corso). In realtà, la Cina è più debole di quanto si tenda a pensare. È vero che ha un vantaggio iniziale, quale Paese che è uscito per primo dal lockdown, rilanciando l’economia. Ma è vero anche che la sua immagine internazionale ha subìto un duro colpo: la Cina è il Paese che ha determinato il problema ma lo ha a lungo nascosto, con un vizio di origine che ha poi tentato di bilanciare con la politica degli aiuti sanitari. Difficile, per il resto del mondo, potersi fidare di un Paese così. E peseranno le conseguenze della “de-globalizzazione”, per una Cina ancora largamente dipendente dalle esportazioni (più del 20% del Pil) e da catene globali del valore di cui abbiamo scoperto di colpo la vulnerabilità. In breve: non esistono le condizioni per considerare la Cina uno dei grandi vincenti del mondo post Covid (ma sarebbe più corretto scrivere del mondo “con” il Covid, il virus non sparirà purtroppo di colpo).

Anche gli Stati Uniti saranno in difficoltà, lo sono già; hanno gestito in ritardo e male quella che era una tragedia annunciata e ne stanno subendo gli effetti economici. La ripresa dei mercati non riesce a nascondere il brusco crollo congiunto dell’offerta e della domanda, indicato da un numero di disoccupati che non ricorda la Recessione dello scorso decennio ma la Depressione del secolo passato. È un’America che tende di nuovo all’isolazionismo e che ha per la prima volta rinunciato ad esercitare la sua leadership di fronte a una grande emergenza globale. Tuttavia, ed è un punto dirimente di scenario, l’economia americana è meno dipendente di quella cinese dagli scambi internazionali e potrà fare leva su due strumenti essenziali – la forza del dollaro, la vitalità del business – per riprendersi gradualmente.

Più che vincitori e vinti, abbiamo insomma di fronte due perdenti “relativi”, a breve termine; per ora è il virus ad avere prevalso. A medio termine, l’America ha più probabilità della Cina di vincere la (lunga) battaglia per la ripresa economica. Intanto il sistema internazionale si conferma privo di guida: è il mondo di nessuno, il G-0.

Nel mondo di nessuno, il futuro dell’Unione europea è aperto. Se si disgregherà di fronte alla pandemia e al suo contagio economico, sarà anche più esposta ai tentativi di influenza delle potenze autoritarie: la Cina tenterà di salvare ciò che resta dei suoi progetti geopolitici (la Belt and Road Initiative) e degli investimenti rivolti al trasferimento di tecnologia (i suoi investimenti diretti in Europa sono diminuiti nettamente nel 2019); la Russia userà una carta nazionalista per bilanciare la crisi innescata dalla doppia batosta di Covid e dal crollo del prezzo del petrolio, con la perdita netta di consenso per Putin. In questo scenario, da declino aggiornato dell’Impero romano, terrebbe solo la Germania, anche grazie alla capacità dimostrata di gestire la crisi sanitaria; ma sarebbe una Germania ridimensionata, priva dell’eurozona, e sovraesposta verso l’Eurasia.

Esiste tuttavia la possibilità opposta e cioè che l’Unione europea “tenga” e anzi dimostri la sua utilità, con l’ombrello aperto dalla Bce e con il pacchetto di misure approvate per sostenere la ripresa delle economie nazionali.

Lo scenario di un relativo rafforzamento dell’Unione europea richiede almeno due condizioni che non sono affatto scontate. La prima è che la risposta al virus non aumenti in modo drammatico le divergenze (politiche ed economiche) che già esistono fra gli Stati nazionali: si tratta di un rischio molto concreto, visto lo scarto di efficienza fra i sistemi, e che finirebbe per frantumare il mercato interno. Seconda condizione è che la gestione della crisi non si risolva in un moto di solidarietà estemporanea ma spinga l’eurozona a ripensare strutturalmente una parte del suo (cattivo) funzionamento: tornare allo stato ante Covid, in una situazione asimmetrica di alto indebitamento, sarebbe una fonte di perenne frizione.

A queste due condizioni, per ora non soddisfatte, l’Unione europea potrebbe dimostrarsi la sorpresa del mondo post Covid. Anche perché in uno scenario di “de-globalizzazione” parziale, il suo vantaggio comparato – l’integrazione regionale – conterà di più. E a quel punto l’Europa, che riesce a malapena a gestire una crisi alla volta, sarà anche nella condizione di riprendere in mano il suo destino geopolitico. La vera sfida di oggi, con il Covid e dopo, è la tenuta delle società democratiche: obiettivo che continua a legarci all’Atlantico e non all’Eurasia.

L’autrice, saggista e studiosa di politica internazionale, dirige la rivista Aspenia. Con questo articolo inizia a collaborare con Repubblica