Caucaso, la guerra si sposta nelle città: “Rischio massacro”

Bombe su Stepanakert e Ganja. Il conflitto del Nagorno-Karabakh disegna nuove alleanze: Russia e Iran con Erevan contro Turchia e Israele a fianco di Baku ( Azebajzan) . All’ottavo giorno dall’inizio dell’aggressione azera contro quest’enclave di montagna a maggioranza armena, Baku ha lanciato una nuova, pesante offensiva: da terra, con i lanciarazzi Grad, e dal cielo, con i droni di ultima generazione

STEPANAKERT (NAGORNO-KARABAKH) –  L’urlo della sirena antiaerea squarcia di continuo il silenzio imposto dal coprifuoco, prima e dopo ogni esplosione di un bombardamento che negli ultimi due giorni s’è fatto pressoché incessante, al ritmo di una quarantina di colpi l’ora. I razzi sparati dall’Azerbaijan cadono ovunque, a caso, sull’ospedale, sulle abitazioni civili e sulle principali arterie di Stepanakert, capitale della repubblica secessionista del Nagorno-Karabakh, al solo scopo, si direbbe, di terrorizzare una popolazione che ormai vive trincerata negli scantinati delle case. All’ottavo giorno dall’inizio dell’aggressione azera contro quest’enclave di montagna a maggioranza armena, Baku ha lanciato una nuova, pesante offensiva: da terra, con i lanciarazzi Grad, e dal cielo, con i droni di ultima generazione.
Questi li abbiamo visti in azione l’altro ieri a Martakert dove, sopra la piazza del municipio e preceduto dal sibilo mesto del suo motore, se ne sono improvvisamente materializzati un paio, che hanno cominciato a sparare contro i pochi anziani ancora rimasti in questa malconcia cittadina, ferendo gravemente uno di essi. Dal palazzo del comune si sono affacciati tre uomini armati con vecchi kalashnikov, che hanno cercato di replicare ai droni senza neanche scalfirli ma facendoli arretrare di poche centinaia di metri. «È sulla linea del fronte meridionale, dove si concentrano gli scontri tra gli eserciti, che si contano più vittime», dice Ararat Petejan, capitano dei corpi speciali armeni che avevamo incontrato martedì scorso e che ritroviamo a Stepanakert, dov’è appena rientrato perché ferito ad una mano.

Petejan conferma il diretto e ancora inedito coinvolgimento militare di Ankara: «Ho perso quattro uomini del mio gruppo, tutti addestrati a combattere nelle condizioni peggiori, ma contro le bombe sganciate dai caccia turchi non hanno avuto scampo. Solo sabato scorso, sono morti cinquantuno soldati armeni. È in queste ore che si decide delle sorti della guerra. Se nessuno interverrà, oltre a una grave catastrofe umanitaria, vi saranno anche orrendi massacri». Ieri, dopo aver dichiarato di aver «liberato la città strategica di Jabrayil dal giogo dell’occupazione armena», anche l’esercito azero ha parlato di vittime civili provocate da colpi di artiglieria lanciati per rappresaglia contro villaggi e città del suo territorio, come Ganja.
Intanto, lungo la strada che porta verso il confine occidentale, incrociamo vecchi mezzi militari armeni che in un’altra era appartenevano forse all’Armata rossa e che ora arrancano lentissimi, con la marmitta sgangherata, per portare armi e munizioni all’esercito secessionista. Non lontano, in senso contrario, vediamo procedere una lunga teoria di pullman color malva, pieni di donne, anziani e bambini in fuga verso l’Armenia, dove nella città di Goris si sta già approntando un campo per accogliere i primi profughi dell’ultimo episodio di questa guerra trentennale. Grande come il Molise, ma con la metà della sua popolazione, appena 150 mila abitanti, il Karabakh fa da sempre gola ai suoi vicini, siano essi iraniani, russi o azeri, per via delle sue montagne ricoperte di boschi primari, per i suoi fiumi e per i suoi rigogliosi frutteti. L’ultima a rivendicarne il controllo è Baku, da cui nel 1991 questi armeni di montagna si sono resi indipendenti, provocando una guerra intermittente e mai risolta tra le ex Repubbliche sovietiche dell’Armenia e dell’Azerbaijan, che negli anni ha provocato decine di migliaia di morti.
Gli scontri di questi giorni sono stati definiti come i più violenti degli ultimi anni e con un’inquietante novità di rilievo: la presenza tra le fila azere di jihadisti siriani al soldo di Ankara, come hanno denunciato il ministero degli Esteri russo e il presidente francese Macron. «È la conferma dell’arrivo degli islamisti ai nostri confini che spinge le famiglie alla fuga, perché terrorizzate dall’idea che il conflitto che li funesta da decenni possa trasformarsi in guerra religiosa, con loro nel ruolo degli agnelli sacrificali», spiega Hakobjan Suren, parroco della chiesa del San Salvatore di Stepanakert.
Ma quest’ultima fiammata di violenza sta anche ridisegnando le alleanze nella regione. Anzitutto consolidando la storica unione tra Turchia e Azerbaijan, che è stata nuovamente siglata dal bellicoso atteggiamento del presidente Erdogan, accusato da molti di buttare «benzina sul fuoco». Ai due “Paesi fratelli”, perché entrambi musulmani e perché gli azeri sono di origine turca, si è più o meno apertamente unita Israele, che in Azerbaijan può godere di un punto di osservazione strategico sul nemico iraniano e che vende armi a Baku in cambio del petrolio. Il 1° ottobre, l’Armenia ha perciò richiamato il suo ambasciatore a Gerusalemme.
Nell’altro campo ci sono anzitutto i francesi, con Macron che in questi giorni si è schierato al fianco del popolo del Karabakh anche per via della popolosa comunità armena d’Oltralpe che conta circa 600 mila persone. C’è poi l’Iran che dal confine armeno sta inviando i suoi miliziani al fronte per contrastare quello che considera l’espansionismo neo-ottomano nella regione. C’è infine la Russia che deve ancora decidere con chi stare, perché appoggiare Baku significherebbe perdere terreno in Azerbaijan, che sarebbe immediatamente occupato da Ankara. Non reagire sarebbe invece interpretato come un segno di debolezza russo nel Sud del Caucaso, poiché Mosca e Erevan sono legate da un accordo di difesa (che non riguarda però il Karabakh).

Finora Vladimir Putin aveva giocato sui due registri, vendendo armi a entrambi i Paesi belligeranti, ma adesso che il conflitto si internazionalizza sarà costretto a difendere Erevan dall’aggressione di Baku. Il che sarebbe un paradosso, perché il capo del Cremlino è per natura più vicino al rude presidente azero, Ilham Aliyev, che al primo ministro armeno, Nikol Pashinjan, ex giornalista d’inchiesta, pacifista e paladino della giustizia, che due anni fa ha sconfitto il regime post-sovietico di Erevan