Carducci, il classicista che si riconciliò con Dio

Nel clima anticlericale e anticattolico del primo Regno d’Italia la cultura dominante trovò in lui un suo illustre rappresentante. Carducci era attratto dal progresso, dalle invenzioni e dalla tecnologia. Era conquistato dalla classicità, dalla grandezza dell’antica Roma. In morte volle i Sacramenti e, malgrado la guardia feroce che gli montavano i massoni, li ebbe da un sacerdote vestito da barbiere e venuto con la scusa di fargli la barba. 

Con questo articolo dedicato a Carducci, incominciamo una nuova rubrica curata dal professor Giovanni Fighera: Appunti per la Maturità. Si tratta di un appuntamento settimanale per aiutare i ragazzi a preparare l’esame. Ogni domenica affronteremo un autore e fianco ci sarà una scheda per l’esercitazione.

Nutrito di cultura classicista, letterato fortemente risorgimentale, incline ai miti repubblicani e garibaldini prima e monarchici più tardi, Giosuè Carducci cantò sempre le gesta dell’Italia unita con una vena decisamente civile, non scevra spesso di un tono caustico nei confronti della classe dirigente. Senatore e iscritto alla massoneria, divenne espressione dello scrittore engagé ovvero organico al potere e al sistema, poeta ufficiale del Regno.

Nel clima anticlericale e anticattolico del primo Regno d’Italia la cultura dominante trovò in lui un suo illustre rappresentante. Osannato in vita come poeta vate, venne celebrato per decenni come punto di riferimento per la poesia e per gli ideali della patria in tutte le scuole. Generazioni d’italiani impararono i suoi versi a memoria finché il poeta non cadde nella dimenticanza tanto cupa quanto prima era stata luminosa la sua fama.

Carducci nacque nel 1835 a Val di Castello in Versilia e si formò negli studi classici prima a Firenze e, poi, alla Scuola Normale di Pisa. Laureatosi in Lettere classiche a soli ventun anni, iniziò ad insegnare fin da subito nelle scuole superiori finché non gli venne proposta, quando aveva solo venticinque anni, la cattedra di letteratura italiana a Bologna, cattedra che ricoprì per più di quarant’anni fino al 1904. Coloro che avessero ricoperto quella cattedra dopo Carducci avrebbero da lui ereditato una sorta di testimone del poeta vate, figura di riferimento per la nazione.

Lo stesso discepolo di Carducci, che fu critico severo del maestro, quando divenne docente di Italiano a Bologna nel 1906, avrebbe modificato anche la sua ispirazione poetica improntandola alla retorica risorgimentale e all’enfasi patriottica tanto da declamare prima e poi scrivere La grande proletaria si è mossa nel 1911 per l’impresa di Libia.

Intanto, gravi lutti colpirono il poeta nella giovinezza: prima, nel 1857, la morte del fratello Dante, suicida o ucciso dal padre (chiarezza definitiva non si fece mai sull’accaduto, perché il caso venne archiviato con la tesi del suicidio, anche se forti dubbi rimasero) e, l’anno seguente, la morte del padre stesso.

Convolato a nozze con Elvira Menicucci nel 1859, Carducci ebbe cinque figli: Francesco morì pochi giorni dopo la nascita, mentre Dante all’età di tre anni, forse di tifo. Era il 9 novembre 1870. Fu una morte che lasciò un segno indelebile non solo nella vita e nel cuore del poeta, ma anche nei suoi versi.

Nel giugno del 1871 Carducci dedicò al figlio la strofa anacreontica Pianto antico nella quale descrisse un melograno che in primavera ha ripreso a fiorire nel suo giardino. La natura, nel suo ciclo perenne che dal sonno invernale riporta alla rinascita primaverile, se può far rinascere e splendere per alcuni mesi la vita in terra, non è, però, capace di risuscitare i morti.

Inconsolabile, il poeta può solo abbandonarsi ad un threnos (in greco «pianto») che accomuna la sua sofferenza a quella di tutti gli uomini che da sempre vedono morire i propri cari. Per questo il pianto di Carducci è «antico», ovvero universale. Innanzi alla morte, e ancor di più di fronte alla scomparsa di un figlio, solo la speranza di rivedere il volto dell’amato nell’aldilà potrebbe dar conforto.

Persa la fede, considerata retaggio vetusto e superstizioso, Carducci creò nuovi idoli (il progresso, la scienza, il culto della classicità, ecc.) che non riuscirono, in alcun modo, a rispondere all’umano e universale desiderio di salvezza e di eternità.

Il dolore per la morte del figlio divenne fonte di ispirazione anche per Funere mersit acerbo, appartenente sempre alle Rime nuove. Carducci si rivolge al fratello Dante, morto nel 1857, chiedendogli di accogliere suo figlio appena defunto. In un sonetto dai toni aulici e classicheggianti, ispirato a quell’Ade pagano e antico raccontato da Virgilio nel VI libro dell’Eneide, il poeta richiama anche l’amato paesaggio toscano con immagini icastiche e con grande carica affettiva ed emotiva. Il poeta sa così toccare il cuore di ogni uomo grazie all’universalità dei temi affrontati: il dolore per la morte di un caro, il bisogno umano di amore e di affetto. La disperazione, ovvero la totale mancanza di speranza, si tramuta qui in tragedia. Senza Cristo, senza promessa di salvezza, Carducci è ritornato al paganesimo.

Dal 1871 Carducci divenne l’amante di Carolina Cristofori Piva, cantata col nome di Lidia nelle Odi barbare. A lei furono dedicati alcuni dei componimenti più belli incentrati sulle partenze laceranti che la separarono dal poeta. Nei versi di Alla stazione in una mattina d’autunno (Odi barbare) i fanali di una locomotiva a vapore in un plumbeo cielo di una mattina d’autunno e il lungo rintocco che preannuncia la partenza, cui risponde l’eco dolorosa del tedio per la separazione, trasmettono una tristezza profonda, sancita dalla definitiva chiusura degli sportelli. Il treno è un «mostro» moderno, prodigio sorprendente, che «va empio; con traino orribile», portandosi lontana l’amata Lidia. Richiamandosi all’episodio di Plutone che rapisce Proserpina per portarla giù nell’Ade, Carducci descrive l’amata come un sogno che si allontana («viso dolce di pallor roseo», «stellati occhi di pace», «bianca faccia e ‘l bel volo») contrapponendo ai bei ricordi dell’estate il triste autunno della separazione.

Carducci era attratto dal progresso, dalle invenzioni e dalla tecnologia. Lo vediamo anche nell’inno A Satana, ove il poeta esalta anche l’edonistica gioia di vivere, sbeffeggiando la persona di Cristo e chiedendosi a che cosa sia servito che i riti liturgici celebrati a memoria dell’ultima cena abbiano bruciato i templi pagani e abbiano distrutto le statue greche pagane. Il progresso ha vinto, rendendo inutile, a detta di Carducci, la superstizione cristiana. Ma è solo un inganno, come vedremo alla fine di questo racconto.

Carducci avvertiva, al contempo, una grande distanza tra la modernità e l’antichità. Era conquistato dalla classicità, dalla grandezza dell’antica Roma, da forme metriche e stilistiche che avevano raggiunto livelli elevati di raffinatezza e cura formale. Per questo il poeta perseguiva anche l’introduzione delle antiche forme metriche classiche all’interno della lirica contemporanea. L’operazione era ardita e avrebbe trovato la sua migliore espressione nelle Odi barbare.

È il caso di Nevicata, poesia scritta in distico elegiaco. Il lento cadere della neve addormenta progressivamente la vita, i rumori, i suoni, quelli che caratterizzano la gioventù e la sua gaia spensieratezza come pure l’età adulta nel suo infaticabile correre e nella sua incessante attività. Le stesse ore, cadenzate, come sempre accadeva nel passato, dallo scampanio, sembrano quasi fermarsi, restituendo l’impressione della partecipazione al torpore della natura. Il suono delle campane pare arrivare da un mondo lontano dal nostro, il mondo dell’oltretomba, dove tutto è ormai immobile e impalpabile. Il bel paesaggio invernale tratteggiato da Carducci si fa carico di immagini e di parole simboliche. Gli stessi uccelli cercano di comunicare con il poeta picchiando sui vetri come se volessero annunciargli qualcosa, come fossero portavoci dei cari amici estinti, provenienti dall’Ade. Il poeta si sente vicino alla morte, la «fatal quiete» foscoliana ora descritta come silenzio e ombra, dove trovare riposo. Se Foscolo percepiva la serenità e la pacificazione dei sensi, Carducci avverte l’ineluttabilità. Se è vero che un indomito cuore accomuna Carducci a Foscolo, espressione di furori e di passioni che possono trovare pace solo una volta che tutta l’energia vitale si è assopita, è altresì vero, però, che il quadretto generale, le immagini, i colori e il ritmo stesso trasmettono una malinconia profonda.

Altro esempio di forma metrica classica riprodotta nella poesia italiana è l’ode anacreontica San Martino (appartenente alle Rime nuove). Carducci dipinge un quadretto di paese autunnale, dipinto con colori, suoni e odori. Poche pennellate dipingono una natura toscana malinconica (nebbia) e mossa (mare in tempesta). In questo contesto vi è un borgo animato da vite umane. L’attenzione si concentra su una figura solitaria, immersa nella tranquillità del paese, un cacciatore, simbolo forse del poeta stesso che osserva uccelli migratori: assomigliano ai pensieri della sera, quelli che riportano ai cari defunti e alla percezione del carattere transeunte della vita.

La compresenza di campi sensoriali differenti prelude senz’altro alle dimensioni decadenti di qualche decennio più tardi (considerazione quasi paradossale se pensiamo che Benedetto Croce contrappone proprio il «sano» Carducci ai malati poeti decadenti), mentre la tendenza impressionistica ad avvalersi di pochi tratti pittorici per dipingere il quadretto ritornerà sovente nel Pascoli di Myricae, allievo di Carducci, che del resto partirà spesso da temi già affrontati dal maestro. Dell’«estate fredda dei morti» di San Martino scriverà Pascoli nella celeberrima Novembre (Myricae).

Il 10 ottobre 1906 l’Accademia di Svezia conferì a Carducci il Premio Nobel, proprio l’anno prima della morte. Non poté consegnarglielo di persona, per la malattia del poeta, a causa della quale aveva interrotto nel 1904 anche l’insegnamento all’università di Bologna. Il premio venne fatto recapitare a casa di Carducci. Era il primo poeta italiano a conseguirlo. Queste le motivazioni:

Non solo in riconoscimento dei suoi profondi insegnamenti e ricerche critiche, ma su tutto un tributo all’energia creativa, alla purezza dello stile ed alla forza lirica che caratterizza il suo capolavoro di poetica.

Carducci aveva composto numerose raccolte (Juvenilia, Levia gravia, Giambi ed epodi, Rime nuove, Odi barbare, Rime e ritmi): quella che rivela maggiormente l’aspetto intimo e privato del poeta è indubbiamente Rime nuove.

Le sorprese nella vita di Carducci non erano finite. Quella più sorprendente sarebbe arrivata in punto di morte e non è raccontata sui libri di scuola. Riguarda la morte cristiana di Carducci. Luigia Tincani, fondatrice delle Missionarie della Scuola, figlia del noto classicista Carlo Tincani, amico del poeta, scrive: «Mio padre, pur se allora non era praticante, combatteva per la difesa della religione e della Chiesa. Era Vice-presidente del Consiglio scolastico, che contava altri quattordici membri: tutti massoni […]. Noi eravamo amiche delle figlie del custode della Certosa. Abbiamo sentito che Carducci in morte volle i Sacramenti e, malgrado la guardia feroce che gli montavano i massoni, li ebbe da un sacerdote vestito da barbiere e venuto con la scusa di fargli la barba».

Abbiamo prove di un avvicinamento di Carducci alla fede cristiana risalenti a prima dei sacramenti ricevuti in punto di morte? Se leggiamo il processo di beatificazione di Don Orione, scopriamo che Carducci si confessò e si convertì negli ultimi anni. La confessione sarebbe avvenuta nel 1895. Don Giuseppe Zambarbieri racconta al riguardo: «Una notte il Carducci passò in piedi, passeggiando avanti e indietro nella sua stanza. Fu una notte assai simile a quella dell’Innominato. Al mattino si presentò all’abate Chanoux e si è confessato. Ho chiesto se vi sono prove di veridicità. Don Orione è stato di persona a Courmayeur per accertare il fatto, penso che sia stato inviato in missione straordinaria. Ed ebbe dall’abate la conferma».