Cardinal Pell: “Trump ha contribuito alla causa cristiana. Benedetto XVI spero che sarà dottore della Chiesa”

L’ex prefetto vaticano presenta il libro «Prison Journal» sui mesi in carcere per pedofilia: «Non ho prove di denaro inviato da Roma in Australia per pervertire la giustizia»

Da quando dall’Australia è tornato a Roma da uomo libero, è andato a visitare il Papa emerito Benedetto XVI: «Stimo la sua teologia e sono nella sua linea dottrinale. Credo e spero che nel futuro sarà proclamato Dottore della Chiesa».  Lo stesso Papa emerito del quale, nel suo «Prison Journal», il diario scritto durante i primi cinque mesi dei tredici trascorsi in carcere in Australia con la falsa accusa di pedofilia, ha chiesto una regolamentazione del ruolo e del titolo perché «l’unità della Chiesa non è automatica»: «Non ho trovato una sola persona qui a Roma che non pensi che ci debbano essere protocolli per un Papa che va in pensione». Ha incontrato pure il suo successore alla Segreteria per l’Economia, il gesuita Juan Antonio Guerrero («Mi sembra capace e onesto, spero che riceverà tutto l’appoggio necessario»). Invece il cardinale Angelo Becciu, ex sostituto della Segreteria di Stato licenziato dal Papa per presunti reati finanziari, in passato suo «nemico», non l’ha neppure incrociato: «Con lui non ho nulla da discutere».

Il cardinale George Pell, ex prefetto della Segreteria per l’Economia vaticana, dopo una serie di interviste, torna a parlare con i giornalisti. Lo fa in una conferenza su Zoom organizzata dalla Ignatius Press, casa editrice dei gesuiti Usa che ha pubblicato “Prison Journal”, primo di una serie di volumi che ripercorrono i 404 giorni dietro le sbarre.

“Prison Journal”, il diario della cella del cardinale Pell: dal rosario sequestrato alle perquisizioni umilianti dopo le visite

Ironico e schietto come è sempre stato, tanto da urtare la sensibilità di non poche personalità in Curia, il cardinale – collegato dal suo appartamento in Piazza della Città leonina, dal quale dovrebbe traslocare – ha risposto ad ogni domanda dei cronisti. Inclusa quella su Donald Trump, verso il quale mostra evidente simpatia pur definendolo «un tipo controverso». «Ho detto che era un po’ barbaro, ma il “nostro” barbaro. Penso che abbia fatto delle splendide nomine alla Corte Suprema. È stato insolito sotto molti aspetti, ma credo anche sia insolito che abbia mantenuto molte delle sue promesse: ha riportato a casa alcune truppe, non è entrato in nessuna guerra, l’economia ha continuato a girare. Faccio i migliori auguri al nuovo presidente (Joe Biden). Lui (Trump) mandava una cartolina per Natale e si è presentato alla “Marcia per la Vita”. Gli sono grato per questo e non vado in giro a maledire la sua memoria».

«In una democrazia – prosegue Pell – noi cristiani abbiamo il diritto, anzi l’obbligo, di lottare per mantenere i valori cristiani nella vita pubblica, nozioni che cominciano a scomparire come la verità, la ragione, la libertà di parola. Quindi, nel complesso, penso che Trump abbia dato un contributo positivo alla causa cristiana. In altri ambiti, non sono sicuro che sia stato sufficientemente rispettoso del processo politico». E «non è cosa da poco indebolire la fiducia nelle grandi istituzioni pubbliche».

Fiducia che Pell dichiara di non avere nel sistema giuridico australiano che lo ha condannato a sei anni di carcere per abusi su due chierichetti minorenni nel 1996, per poi assolverlo da ogni accusa. «La cosa più deprimente – dice – è stata che i giudici della Corte Suprema australiana mi hanno dichiarato colpevole. La sensazione era che l’accusa fosse formulata molto male, senza prove». Al porporato è stato chiesto se farà causa allo Stato di Victoria. Lui prima replica con ironia: «Mi mette davanti ad una serie di tentazioni», poi aggiunge: «La risposta è no. Non lo stiamo facendo. Mi è stato detto che le possibilità di ottenere un risarcimento dal governo sono molto improbabili…. Quindi no».

Il cardinale assicura di voler comunque tornare «ogni anno» in quell’Australia che si è infuocata durante i mesi del processo con manifestazioni di strada, cartelli che lo ritraevano come Belzebù, manifestanti lividi di rabbia fuori dal Tribunale. I mesi in galera, seppure non facili, sono stati quasi uno stacco necessario per George Pell: «Dio scrive dritto su righe storte», «per me il carcere non rappresenta un incubo». L’ex zar dell’economia vaticana sembra parlare con nostalgia di alcune piccole abitudini della routine carceraria: la camomilla e la cioccolata Cadbury prima di dormire, le lettere di familiari e altri detenuti, il Tour de France in tv e il pasticcio di carne, specialità inglese: «Mangiarlo uscendo dalla palestra è stato meraviglioso».

Il suo posto per ora è Roma, anche se in Vaticano non ricoprirà alcun incarico: «Non è una scelta. Ho quasi 80 anni…». Quel che doveva fare come prefetto dell’Economia l’ha fatto, anche se molte delle riforme avanzate non sono mai partite. «Combattere a quei tempi per la riforma delle finanze vaticane è stato molto, molto difficile ed estenuante… Paradossalmente dopo sei mesi (in Australia) e nonostante le accuse contro di me, mi sentivo molto meglio che a Roma».

Ma «la verità è venuta fuori». Forse non tutta visto che su Rai Uno, in un’intervista per il programma «Settestorie», Pell asseriva di esser stato incastrato per il suo tentativo di mettere mano alle casse vaticane, evocando addirittura le vicende oscure del banchiere Roberto Calvi suicidatosi sotto un ponte a Londra con le mani dietro la schiena («strano modo di impiccarsi») e Michele Sindona «avvelenato in carcere».

In conferenza, tuttavia, il cardinale ribadisce di «non credere» all’accusa emersa su alcuni media italiani che dal Vaticano siano partiti bonifici in due tranche per finanziare accuse a suo carico. «Non abbiamo prove di un collegamento in questo senso, cioè che il denaro di Roma sia stato usato per pervertire in qualche modo il corso della giustizia… Uno dei monsignori accusati, secondo i giornali romani, ha detto di avere prove dell’esistenza di denaro e io stesso sono abbastanza sicuro che il denaro sia andato da Roma all’Australia in quel momento, ma non ho prove su dove sia finito. C’è del fumo ma non abbiamo prove di un incendio». In ogni caso, il cardinale manda un messaggio a «coloro che possono essere stati coinvolti in complotti e desideravano farmi cadere»: «Prego per voi».