Carabinieri arrestati a Piacenza: «Abbiamo venduto 20 chili di droga, adesso in città ci stiamo solo noi»

Le carte dell’indagine che ha portato all’arresto di sei carabinieri. I dialoghi in auto con l’amico trafficante. La telefonata per evitare i controlli su un furgone carico di marijuana

«Noi dobbiamo viaggiare a numero uno, i numeri due li lasciamo agli altri, adesso a Piacenza poi stiamo solo noi… perché a Piacenza non ce n’è più nessuno». L’appuntato Peppe Montella è euforico. È in macchina con il socio Daniele Giardino l’amico Tiziano Gherardi che su Facebook si fa chiamare con un soprannome piuttosto esplicito «Mezzo kg». Gherardi è uno degli spacciatori più attivi della piazza piacentina. Non a caso, ancora prima della confessione del pusher-pentito che farà partire l’inchiesta, è proprio lavorando su di lui che gli investigatori del Nucleo di polizia tributaria delle Fiamme gialle iniziano a sospettare delle amicizie dell’appuntato della caserma Levante. I due parlano di droga, di soldi, degli ultimi affari: «Noi ieri abbiamo venduto venti chili». Le amicizie di Giuseppe Montella non sono segrete. Il profilo social del carabiniere lo testimonia. Nessuno però tra i superiori ha mai segnalato quegli strani rapporti tra pusher e carabiniere. «Tali frequentazioni apparivano, fin da subito, in evidente contrasto con lo status rivestito e l’attività svolta all’interno della stazione Carabinieri di Piacenza Levante — ricostruiscono gli investigatori — soprattutto considerato il coinvolgimento di Giardino e Gherardi in attività di traffico e spaccio di sostanze stupefacenti anche volte all’approvvigionamento della piazza piacentina».

Montella è un carabiniere dalla doppia vita, ugualmente «delinquente» come lo definiscono i magistrati che vive in una sorta di «film poliziesco anni ‘70» ma dove «i soprusi e le percosse non sono una finzione scenica». Da un lato abusa della sua divisa per «estorcere confessioni» a presunti spacciatori, picchia selvaggiamente i sospettati, organizza festini nella caserma di via Caccialupo. Dall’altro organizza traffici di droga, ne cura il trasporto insieme alla compagna Maria Luisa Cattaneo (ai domiciliari) e si spinge fino nell’hinterland milanese insieme a Giardino per acquistare partite di marijuana dai calabresi. Il Montella narcos si occupa di attività di «bonifica dei caselli autostradali» e «di scorta a tutela del trasporto di stupefacenti». Per gli inquirenti coordinati dal procuratore Grazia Pradella e dai pm Antonio Colonna e Matteo Centini, il 36enne sfrutta così «la sua posizione all’interno dell’Arma» per verificare l’eventuale presenza di controlli o pattuglie lungo il tragitto» e per reperire «informazioni sulle indagini». Come quando i fratelli Giardino vedono un posto di blocco al casello Piacenza sud. Sul furgone hanno tre chili di marijuana. Montella chiama un amico finanziere (indagato) che lavora nel nucleo cinofili e lo informa che non si tratta di un semplice «pattuglione» ma di un controllo mirato.

Montella racconta al figlio undicenne del pestaggio di «un neg… che scappava». Alla moglie illustra i risultati del traffico di droga. E insieme a un collega fa «la spesa» durante il turno di servizio. «L’immagine dell’Arma per l’ennesima volta ne esce danneggiata se solo si immagina quale opinione possa farsi nel vedere, in un momento delicato e di controlli nella contingenza dell’epidemia da Covid 19, due carabinieri a bordo di una pattuglia con i colori di istituto che sostanzialmente “cazzeggiano” occupandosi degli affari propri — scrivono i pm di chiedendo gli arresti al gip—, quali ritirare latticini e un libro: una tracotanza fastidiosa». Dopo gli arresti sono iniziate le verifiche sull’attività della squadra di via Caccialupo: «Tutti gli arresti da fine gennaio in poi sono stati eseguiti tacendo che venivano promossi da sedicenti informatori, risultati essere, complici, o meglio, galoppini dell’appuntato Montella» e «rappresentando accertamenti sul territorio in realtà inesistenti». Ma soprattutto «macchiati indelebilmente da violenze e percosse inferte a coloro che erano nelle mani dei rappresenti dello Stato».