Caos vaccini, cercasi ministro capace di cambiare rotta

La scelta del nuovo Ministro della Sanità sarà una delle sfide più importanti del governo Draghi, soprattutto per quel che riguarda la gestione della campagna vaccinale. Diventa sempre più evidente che ci sono problemi di sicurezza ed efficacia dei vaccini, oltre ai problemi di distribuzione. Bisognerebbe essere chiari con i cittadini chiarendo che la campagna vaccinale è una sperimentazione sul campo, dei cui risultati non si è certi. Anche per spiegare i necessari cambiamenti di strategia.

Il governo Draghi, nato nel pieno della cosiddetta crisi sanitaria, con l’Italia ancora divisa in zone gialle e arancioni, con i lockdown e i coprifuochi ancora vigenti, e una campagna vaccinale che è nel caos organizzativo, è chiamato ad una sfida fondamentale sul tema della salute, che è la questione che sta condizionando ormai da quasi un anno le nostre vite. La scelta del nuovo Ministro della Sanità sarà assolutamente cruciale. L’Italia, come abbiamo già documentato, è uno dei primi Paesi al mondo per tasso di mortalità, segno del fallimento delle strategie di prevenzione e dei protocolli di cura. Molte cose vanno cambiate rispetto a quanto finora fatto da Speranza.

Il cambiamento in corsa ha nella campagna vaccinale uno dei suoi temi cruciali. Come sappiamo, l’OMS e l’Unione Europea hanno deciso di puntare tutto sull’immunizzazione di massa, avviando la più grande campagna vaccinale della storia, iniziata con grande enfasi retorica. Ma l’entusiasmo iniziale si è ben presto raffreddato: vuoi perché i vaccini stanno arrivando con il contagocce, vuoi perché cominciano a diventare sempre più consistenti i dubbi rispetto a vaccini fatti molto in fretta, troppo in fretta secondo molti esperti, con problemi di efficacia e sicurezza.

Per quanto riguarda la sicurezza, i dati degli effetti collaterali stanno diventando qualcosa che ci parla di una realtà concreta e ineludibile: non si tratta delle ubbie di sedicenti no vax, ma di segnalazioni fatte alle autorità di controllo preposte di eventi avversi, che vanno dalle reazioni allergiche a problemi neurologici come le paralisi facciali di Bell, per arrivare a numerosi decessi misteriosi avvenuti nei giorni seguenti alla vaccinazione in operatori sanitari perfettamente sani. Ovviamente la correlazione tra causa effetto è tutta da dimostrare, ma certamente si tratta di fatti su cui sarebbe opportuno fare attente verifiche.

C’è poi il problema dell’efficacia. Da questo punto di vista, è ormai da diversi giorni nella bufera il vaccino AstraZeneca. I dubbi delle autorità sanitarie tedesche che nei giorni scorsi mettevano in discussione la validità del prodotto, stanno trovando nuove conferme. In Italia non sarà somministrato al di sopra dei 55 anni. Troverà immediato utilizzo per insegnanti e forze dell’ordine, e già sono iniziate le proteste di chi si sente penalizzato da un vaccino che nell’immaginario collettivo è visto ormai come meno efficace del mitico Comirnaty della Pfeizer.

Il Sudafrica, dove è stata riscontrata una delle numerose “varianti” del virus che tanto fanno paura ma che soprattutto mettono ulteriormente in crisi l’idea di onnipotenza risolutrice dei vaccini, il governo ha sospeso il vaccino AstraZeneca, non per gli eventi avversi, ma proprio per la dubbia efficacia. Sembra che questo vaccino non impedisca di ammalarsi, ma semplicemente fa sì che i sintomi siano meno gravi, diminuendo il tasso di ospedalizzazione. Un po’ poco: per rendere l’infezione da Covid meno grave esistono già i farmaci antinfiammatori.
Si stanno allora ipotizzando delle strane soluzioni, come quella di mischiare i richiami di vaccino. Fare un po’ di AstraZeneca, aggiungere un pizzico di Pfeizer, magari anche un po’ di Moderna. Siamo alla Immunologia creativa. O più precisamente: siamo nel campo della pura sperimentazione. Si procede empiricamente, alla faccia del rigore scientifico, degli studi, dei trials clinici.

In realtà uno studio randomizzato verrà fatto, in Gran Bretagna, su circa 800 volontari. Ci saranno gruppi di controllo con solo AstraZeneca e solo Pfizer in due dosi, per studiare se anche ritardando la seconda dose il vaccino funziona ugualmente. Altri gruppi proveranno prima una dose AstraZeneca e poi il richiamo Pfizer e viceversa, sia a distanza di 28 giorni che di 12 settimane. La sperimentazione avrà la durata di 13 mesi. Quindi, chi a Natale levava cantici di gioia all’annuncio dell’arrivo del vaccino, deve decisamente raffreddare gli entusiasmi. O meglio: deve fare i conti con una realtà che sulla Bussola abbiamo sempre cercato di ricordare: che per fare un vaccino ci vogliono diversi anni, non pochi mesi.

Bisognerebbe essere chiari con i cittadini – ed è questo che dovrà fare il prossimo Ministro della Sanità – chiarendo che la campagna vaccinale è una sperimentazione sul campo, dei cui risultati non si è certi. Questa chiarezza potrebbe essere indispensabile anche per spiegare i cambi di rotta che saranno inevitabili nella strategia vaccinale. L’Italia infatti – avendo comunque già acquistato un certo numero consistente di dosi di AstraZeneca – non potrà certo buttarle via, e le utilizzerà nei soggetti più giovani, tra i 18 e i 55 anni. E gli over 80 che già erano pronti per le inoculazioni dovranno aspettare. Forse. Perché tutto dipenderà non da criteri scientifici o epidemiologici, ma letteralmente da quello che arriverà dalle aziende, da quello che ci sarà in magazzino. E le persone in attesa del magico antidoto saranno sempre più disorientate, incerte, ansiose. Non sarà facile gestire una simile campagna vaccinale, e forse il ministrò che verrà farà meglio a mettere le strategie di cura come prioritarie, rispetto a quelle di prevenzione, aspettando che finiscano le sperimentazioni.