CAOS LIBIA/ Fiducia al governo, ma resta l’incognita Haftar-Emirati

Momento storico in Libia: il governo di transizione e di unità nazionale ottiene il voto di fiducia del Parlamento con 132 sì su 178 presenti

Non era scontato, vista quanto è sempre complessa la questione libica e il clima dei giorni scorsi nel quale il primo ministro incaricato Abdul Hamid Dbeibah era stato addirittura accusato di corruzione da parte dell’Onu. Invece il suo governo ha ottenuto la fiducia del Parlamento di Tobruk, riunito a Sirte, con ben 132 voti favorevoli su 178 presenti. “Un risultato bulgaro” lo definisce Michela Mercuri, esperta di Libia e docente di Storia contemporanea dei Paesi mediterranei all’Università di Macerata da noi intervistata, “un vero miracolo e un grande segnale di speranza per la Libia”.

Un governo di transizione che guiderà la Libia alle elezioni nazionali previste per il 24 dicembre, ma che chiude, sembra, quella brutta pagina che aveva portato alla guerra civile: “Haftar, pur essendo sempre in gioco e godendo del sostegno degli Emirati Arabi, non si è espresso e questo significa che acconsente al corso che il paese sta prendendo”. Il giuramento del nuovo governo si terrà il 15 marzo a Bengasi presso la sede ufficiale della Camera dei rappresentanti.

Una votazione, quella che si è tenuta, segnata dall’accusa di corruzione nella elezione di Dbeibah come premier, secondo l’Onu. È un segnale che il futuro di questo governo non sarà roseo?

Dbeibah ha vinto con un plebiscito, un risultato notevolissimo. Ha davanti a sé compiti difficili come portare la Libia alle elezioni nazionali, intervenire sulla situazione economica della popolazione, ad esempio riportare l’energia elettrica nel paese, e deve potenziare le realtà territoriali. È chiaro che se non riuscirà in questi compiti il tema della corruzione potrebbe tornare, ma con il plebiscito bulgaro che ha ottenuto il problema adesso non si pone.

Dbeibah è noto come “uomo di Mosca”, ma risulta anche vicino alla Turchia e ai Fratelli musulmani: contraddizioni evidenti?

Non sono contraddizioni in realtà.  Dbeibah è un imprenditore che ha avuto rapporti con Gheddafi, gestiva un suo fondo economico, è in ottimi rapporti economici con la Turchia e anche con la Russia. La vicinanza con i Fratelli musulmani è solo tattica e non incisiva come quella dell’ex ministro degli Interni.

Secondo quanto letto nei giorni scorsi, alla regione della Cirenaica sarebbero andati il ruolo di vice primo ministro e nove ministeri tra cui quello degli Affari esteri; alla regione occidentale undici ministeri tra cui Economia, Petrolio e gas e Giustizia, mentre al Sud i ministeri delle Finanze e dell’Interno. È una suddivisione che rispetta il ruolo e l’importanza delle tre regioni?

Tendenzialmente nella situazione attuale questo accontenta un po’ tutti, anche se non è stato ancora nominato il ministro della Difesa, che riveste un ruolo fondamentale per instaurare una difesa unificata. È stato nominato un ministro per il Petrolio e questi lavorando con il presidente della National Oil Corporation potrà finalmente sbloccare la distribuzione dei proventi del petrolio e migliorare le condizioni di vita della popolazione.

Il ministero dell’Interno è la figura che interessa di più noi italiani, perché si occupa dei migranti. Come si porrà Dbeibah a proposito dell’Italia e dell’immigrazione?

Si dimostrerà disponibile nei nostri confronti, cercherà di riavere più amici possibili, anche l’Italia, per ottenere da noi un supporto nell’addestramento della guardia costiera e anche elargizioni economiche di vario tipo. Va detto che il tema migranti è sempre stato in mano alle milizie, contro cui anche Serraj non è riuscito a fare quasi nulla, per cui sarà difficile anche per lui riuscire a riprendere alle milizie il pieno controllo dei flussi migratori.

Si può dire adesso che il tentativo di Haftar e l’uso delle armi siano falliti per sempre? E soprattutto le ingerenze straniere?

Assolutamente no. Haftar è imprevedibile, non è possibile escludere alcun tentativo da parte sua, anche perché è sempre supportato dagli Emirati arabi, che sono una potenza molto forte. Nei futuri assetti del paese potrebbero spingere Haftar a un atto di forza. Le ingerenze straniere poi rimarranno per molto tempo, ci sono ancora 20mila mercenari russi e turchi ed entrambi i paesi hanno in Libia basi strategiche che non abbandoneranno. Haftar al momento sembra comunque essere in linea con il risultato elettorale e il processo in corso.