Brexit, finisce un’era per i camerieri che sperimentavano Londra

Milioni di europei hanno lavorato nei bar: servono ancora. Gli inglesi sapranno sostituirli?

Possiamo chiamarlo il gioco dell’oca britannica. Si torna al punto di partenza, dopo molti anni: back to square one. Dal 1° gennaio 2021 i lavoratori stranieri — anche quelli che provengono dalla Ue — dovranno conoscere l‘inglese ed essere in possesso di un contratto di lavoro, per entrare nel Regno Unito. Le nuove regole prevedono corsie preferenziali per scienziati e talenti. Ma per i milioni di ragazzi italiani ed europei che in questi anni hanno sperimentato Londra — la metropoli più vitale d’Europa, anche grazie a loro — tra dieci mesi cambierà tutto. Non potranno più riempire un trolley, salutare i genitori e partire. Tutto sarà regolamentato. Il nuovo sistema rischia di avere conseguenze pesanti anche sul Regno Unito: la sanità, l’edilizia e la ristorazione britannica sono vissute — e fiorite — anche grazie ai giovani europei. Così i servizi, finanza compresa. Non c’è cantiere senza un polacco; gli italiani lavorano con successo in ristoranti, bar, negozi.

Come negli anni 60. Sono appena rientrato dall’Inghilterra, e ho scritto un «diario post Brexit» che uscirà su 7 Corriere il 27 febbraio. Parte dall’incontro con Sergio Poletti, classe 1940, che possiede tre ristoranti a Chester. Era arrivato a Liverpool come cameriere a 22 anni, dalla Lunigiana; si è presentato all’Hotel Adelphi, intimorito davanti alle porte girevoli. Aveva un contratto di lavoro; se l’avesse perso, sarebbe dovuto rientrare in Italia. Tutto come un tempo. Come se 47 anni nella Comunità/Unione Europea fossero un colpo di vento. Era prevedibile: l’idea di «riprendere il controllo dei confini» stava al cuore della propaganda di Brexit, e ha portato alla vittoria nel referendum del 2016 (e in misura minore al successo elettorale di Boris Johnson del 2019).

Le nuove regole prevedono corsie preferenziali per scienziati e talenti. Ma per i milioni di ragazzi italiani ed europei che in questi anni hanno sperimentato Londra — la metropoli più vitale d’Europa, anche grazie a loro — tra dieci mesi cambierà tutto. Non potranno più riempire un trolley, salutare i genitori e partire. Tutto sarà regolamentato. Il nuovo sistema rischia di avere conseguenze pesanti anche sul Regno Unito: la sanità, l’edilizia e la ristorazione britannica sono vissute — e fiorite — anche grazie ai giovani europei. Così i servizi, finanza compresa. Non c’è cantiere senza un polacco; gli italiani lavorano con successo in ristoranti, bar, negozi. Al Reform Club, di cui sono socio dal 1986, nei giorni scorsi mi è capitato di conversare con chi lavora lì: una russa, un bulgaro, due italiani, due marocchini. Al bar, una ventiduenne tedesca con i capelli corti, appena arrivata e felice di conoscere Londra da dentro.

Accade lo stesso in tutto il Regno Unito. L’immigrazione europea ha sostituito quella proveniente dall’Impero. Spesso ai nuovi arrivati si offrono contratti e salari modesti. Ma dentro quell’offerta sta una cosa importante: la possibilità di conoscere altri ragazzi e ragazze, la lingua inglese, la prima casa da soli. Londra ha finito per diventare la scuola di formazione d’Europa, un’ironia che i Brexiters, presi dalle proprie nostalgie, non hanno mai saputo cogliere. L’esercito dei giovani lavapiatti stranieri che ha lavorato nei ristoranti della capitale — non sempre scuole di generosità e pulizia — mostrava una sua nobiltà. Come verranno rimpiazzati tutti i lavoratori europei non qualificati? Se i giovani europei perderanno molto, la Gran Bretagna rischia di perdere di più. La libera circolazione delle persone ha garantito finora manodopera duttile, giovane, spesso di talento, a costi competivi. Dove sono gli inglesi che possono fare tutto questo? Good luck, Britain: ne avrai bisogno.