BOOM DIVORZI/ +60% sul 2020, se il Covid ha aperto le nostre ferite invece di unirci

Nell’anno della pandemia da Covid i divorzi sono aumentati del 60% rispetto al 2020. Servono politiche a sostegno della famiglia. Nessuno sembra interrogarsi su un fenomeno che potrebbe apparire di natura privata, del tutto soggettivo e destinato a gravare su una sfera affettiva personale, ma che in realtà incide inevitabilmente sulle prospettive dell’intera comunità.

divorzio

Boom di divorzi causa Covid. Sono i dati a delineare la crisi familiare accelerata dalla pandemia: nel 2020, secondo l’Associazione nazionale divorzisti italiani, le separazioni sono aumentate del 60% rispetto all’anno precedente. E pare non ci sia scampo alla catastrofe di livello planetario confermata da uno studio di Euromonitor International secondo il quale entro il 2030 le separazioni nel mondo aumenteranno del 78,5%.

 

Se da un lato dovremmo essere assuefatti all’idea che l’amore eterno oggi non rientra nelle prospettive disegnate dalle giovani coppie con presunta e assoluta sicurezza, e quindi dovremmo essere anche preparati all’andamento di un fenomeno di ricorrente sfaldamento della famiglia, tuttavia è difficile evitare una certa amarezza di fronte a una notizia che comunque riguarda esperienze fallimentari, comporta delusioni e ferite, incrementa solitudini e spesso anche disagio e povertà.

La pandemia, la grande prova che stiamo tuttora attraversando e che ancora ci costringe nei labirinti di regole non sempre giustificate, che ancora ci opprime con l’ansia di un domani incerto, di disagi che affiorano in una quotidianità per molti stravolta e sospesa nel vuoto – gli studenti senza scuola ne sono il simbolo più evidente – ha rafforzato conflittualità e tensioni, ha aggravato ulteriori alienazioni e lacerazioni.

Era in realtà balenato un pensiero diverso, forse illusorio: si sperava che l’emergenza Covid con tutto il suo carico di paure, ansie, reclusioni, instabilità economica, dolore… potesse suggerire una spinta al reciproco aiuto, risvegliare sentimenti di umanità, attenzione al bisogno delle persone più fragili colpite dall’emergenza. “Niente sarà più come prima” si diceva pensando di riuscire a scardinare la superficialità e l’indifferenza, l’affanno e la frustrazione della “normalità” precedente, vissuta di corsa e senza piena consapevolezza fino alla vigilia del primo improvviso lockdown.

Era parso un pensiero non velleitario, di slancio, mosso forse anche dal desiderio di far fronte a un dramma che richiedeva uno sforzo collettivo, persino un sacrificio, specialmente da parte di medici e infermieri, ma anche di tanti genitori in prima linea, pur fra le pareti di casa, per dar vita in spazi esigui, a ore di scuola, di palestra, di gioco, di lavoro a distanza, di giornate intere da non abbandonare all’inerzia. Forse non è stato così per tutti. Parallelamente un’altra realtà procedeva su piste sfuggenti, su un binario diverso dove le contraddizioni e le tensioni si sono moltiplicate, la fatica è stata eccessiva, lo sforzo protratto troppo a lungo.

Il “niente sarà più come prima” oggi ha tutt’altro accento: evoca fratture, distanze, incomprensioni, mette alla prova le relazioni, interpella a misurarsi con grovigli inestricabili di malessere. Così dicono i dati, i numeri che già si traducono in proiezioni delineando un prossimo decennio di relazioni frantumate. La tendenza appare incontrovertibile e non suppone riflessioni, domande, ripensamenti. Gli attori in scena, l’umanità globalizzata, troveranno in tempi più o meno rapidi l’antidoto efficace a sconfiggere il virus che aggredisce l’organismo – così si auspica – ma non esisterà un vaccino per vincere la fragilità dell’amore che in nessuna promessa può ritrovare il vigore, per riattivare la circolazione di un bene desiderato e desiderabile. Nessuno sembra interrogarsi su un fenomeno che potrebbe apparire di natura privata, del tutto soggettivo e destinato a gravare su una sfera affettiva personale, ma che in realtà incide inevitabilmente sulle prospettive dell’intera comunità.

Non sembra prioritaria oggi la questione di un domani privo di rapporti stabili, carente di quelle “cellule” vitali del corpo sociale che, nonostante non costituiscano microcosmi perfetti, si rivelano importanti nella cura reciproca, nel rinsaldare affetti e ideali, assicurare legami e continuità tra le generazioni.

Da tempo accreditati studi confermano che l’ambito familiare, paradigmatico per tutte le altre relazioni, è di assoluto rilievo per lo sviluppo economico e sociale di una comunità. Sulla spinta della concezione innovativa di capitale umano introdotta da James Heckman, Premio Nobel per l’Economia nel 2000, sono stati condotti nuovi percorsi pluridisciplinari che hanno fra l’altro rilevato quanto l’investimento sociale sulle relazioni familiari, anche su quelle difficoltose, si riveli decisamente produttivo. Il risultato non è certo immediato: è importante avere un pensiero lungo, cioè generazionale, per afferrare la produzione di ricchezza, quella fatta di risorse “immateriali” che proviene dalle relazioni familiari e sociali.

Perché dunque rassegnarsi con indifferenza alla progressiva dissoluzione quando sembra ancora possibile operare per un cambiamento positivo?