Bomba di Francesco sui movimenti: limite di mandati

Per decreto, il Vaticano entra nell'organizzazione delle associazioni internazionali di fedeli. Viene introdotto un limite temporale per i mandati degli organi di governo e dei loro membri, fondatori inclusi. E questo per evitare "autoreferenzialità" e "veri e propri abusi". Si chiude un'epoca iniziata da S. Giovanni Paolo II a Loreto nel 1985.

Il limite di mandati, in via di rottamazione nel Movimento Cinque Stelle che lo ha consacrato al successo, sbarca nella politica ecclesiastica per la governance delle associazioni internazionali di fedeli. Un nuovo decreto generale del Dicastero per i Laici, la Famiglia e la Vita, infatti, dispone l’introduzione di una durata massima di cinque anni per ciascun mandato all’interno dell’organo centrale di governo delle associazioni. Viene fissato a dieci anni consecutivi, invece, il limite per l’esercizio di qualsiasi incarico in tale organo: per essere rieletti sarà necessario ‘saltare’ un turno. Con l’eccezione dei moderatori: chi lo è stato per almeno dieci anni, non potrà essere rieletto dopo un mandato di stop.

Il decreto, che entrerà in vigore tre mesi dopo la promulgazione, ha avuto l’approvazione del Santo Padre. Queste novità obbligheranno le associazioni di fedeli interessate a convocare le rispettive assemblee generali per modificare gli aspetti degli statuti contrastanti con il contenuto del provvedimento. Nella Nota esplicativa pubblicata dal Dicastero viene spiegato lo spirito dei cambiamenti, sostenendo che “l’esperienza ha mostrato che il ricambio generazionale degli organi di governo mediante la rotazione delle responsabilità direttive, apporta grandi benefici alla vitalità dell’associazione”. Nella Nota, inoltre, non si risparmia una tirata d’orecchie che facilita la comprensione del provvedimento: “non di rado – vi si legge –  la mancanza di limiti ai mandati di governo favorisce, in chi è chiamato a governare, forme di appropriazione del carisma, personalismi, accentramento delle funzioni nonché espressioni di autoreferenzialità, che facilmente cagionano gravi violazioni della dignità e della libertà personali e, finanche, veri e propri abusi”. Tendenze che vengono identificate come “cattivo esercizio del governo” capaci di creare “inevitabilmente conflitti e tensioni che feriscono la comunione, indebolendo lo slancio missionario”. I fondatori potranno essere dispensati dai limiti, previa specifica indicazione del Dicastero.

Si tratta di un provvedimento che ha risvolti importanti nella vita della Chiesa dal momento che interessa – tra le tante – realtà come la Comunità di Sant’Egidio, la Fraternità di Comunione e Liberazione, la Giovanni XXIII ma anche enti a personalità giuridica sottoposti alla vigilanza del Dicastero come il Cammino Neocatecumenale. Sebbene nella Nota esplicativa si sottolinei la continuità con il passato, non è difficile interpretare questo provvedimento come un ridimensionamento dell’influenza dei movimenti ecclesiali. E’ lo stesso gesuita Ulrich Rodhe, decano della Facoltà di Diritto canonico della Pontificia Università Gregoriana autore di un commento sul decreto pubblicato nell’Osservatore Romano, a scrivere che “gli organi di governo nelle associazioni di fedeli finora non sono stati oggetto di molte norme canoniche” e che “le associazioni godevano di un alto livello di libertà – forse troppo alto –, per quanto riguarda il modo di conferire gli incarichi e la durata massima dei mandati”. In particolare, il segnale che arriva dal decreto del Dicastero per i Laici, la Famiglia e la Vita interessa molto la Chiesa italiana in clima sinodale.

Il ridimensionamento del peso delle associazioni laicali, in effetti, può essere letto come la chiusura di quella stagione aperta al Convegno ecclesiale di Loreto del 1985 da San Giovanni Paolo II che decise di puntare sui movimenti per ridare slancio alla Chiesa, scontrandosi con l’episcopato italiano allineato alle posizioni di Ballestrero e Martini. Un braccio di ferro che continuò nel Sinodo del 1987, dove l’allora arcivescovo di Milano polemizzò apertamente con la strategia wojtyliana, sostenendo che i movimenti avrebbero dovuto “lasciarsi sottoporre alla valutazione e al giudizio dei vescovi”. Un’opinione molto diversa da quella manifestata dal Pontefice polacco che ai responsabili di Sant’Egidio intenzionati a fondare un istituto secolare negli anni Ottanta, suggerì di rimanere laici e di non mettersi “sotto l’ombrello della Congregazione dei religiosi”. La predilezione di Giovanni Paolo II verso i movimenti fu talmente indigesta al cardinal Martini da motivarne il parere contrario alla canonizzazione nella sua deposizione alla Congregazione delle Cause dei Santi, sostenendo che il suo appoggio eccessivo alle associazioni laicali lo avrebbe portato a trascurare “di fatto le Chiese locali”.