Bisagno, il ricordo del “santo” partigiano

La Chiesa di Genova ricorda domani sera il suo Aldo Gastaldi, detto Bisagno, il giovane comandante partigiano per cui è stata aperta la causa di beatificazione. La testimonianza di un cugino e del regista del docu-film a lui dedicato.

Aldo Gastaldi “Bisagno”. Cristiano, partigiano, italiano. È con questo titolo che Genova dedicherà al suo illustre giovane concittadino una serata, il prossimo 29 gennaio 2020, alle ore 20,30, nell’ambito della XII edizione di Genova Cattedrale Aperta, alla presenza dell’Arcivescovo, cardinale Angelo Bagnasco, e delle massime autorità civili e militari della città. Dopo la proiezione del docu-film “Bisagno”, realizzato da Marco Gandolfo, seguirà un dibattito moderato da Francesca di Palma, cui prenderanno parte lo stesso regista ed Aldo Gastaldi, nipote omonimo di Bisagno, di cui lo scorso 31 Maggio l’arcivescovo di Genova ha promulgato l’editto che ha dato ufficialmente inizio al processo canonico di Beatificazione.

Nato a Genova il 17 settembre 1921, all’indomani dell’8 settembre 1943, mentre si trovava nella caserma di Chiavari come sottotenente del 15° Reggimento Genio, Aldo Gastaldi decise immediatamente di nascondere le armi in previsione di quella che di lì a poco sarebbe diventata la “sua” scelta per la Resistenza, concepita non come lotta per il potere, ma come servizio, come amor di Patria, come risposta ad una chiamata di responsabilità, per compiere scelte di verità, di giustizia e di libertà, scelte fedeli a quei valori  cristiani ed umani respirati nella austera semplicità della sua famiglia.

A soli 19 anni,  scriveva ai genitori: “Carissimi,..sono riuscito a comprendere che la mia vita non devo viverla solo per me, ma è come quella di un albero che per diversi anni ha strappato fatiche al giardiniere. Ora che è il momento del frutto non è sua facoltà, ma suo dovere fruttare. Scusatemi se non l’ho compreso prima…”.

Nei pressi di Cichero, una frazione di San Colombano Certenoli sulle pendici del Monte Ramaceto, Bisagno diede il via, insieme con altri compagni, al primo nucleo di quella che da lì a poco sarebbe diventata la Divisione Cichero, la più famosa e temuta operante in Liguria. Primo partigiano d’Italia, Medaglia d’Oro al Valor Militare, decorato con il massimo riconoscimento degli alleati americani, la Bronze Star Medal, Bisagno è oggi sepolto nel Famedio del Cimitero di Staglieno, a Genova. Nella sua breve vita, seppe lasciare ai suoi uomini, ma anche ai nemici ed alle popolazioni che vivano nelle montagne teatro dei combattimenti, una traccia umana e cristiana indelebile, basata sull’esempio, sulla limpidezza del suo pensiero e delle sue azioni, sul suo coraggio e sulla sua decisa fede in Dio. Ancora oggi nelle case di tanti valligiani dell’entroterra, il suo ricordo è vivo e la sua fotografia è spesso a fianco a quella delle persone più care.

“Dino Lunetti, suo cugino e suo uomo in montagna, lo ricorda come un uomo che ha amato tutti, un giusto.- dice il nipote Aldo Gastaldi in una intervista pubblicata sul settimanale diocesano di Genova Il Cittadino. Quando con Marco Gandolfo abbiamo raccolto le tante testimonianze di chi lo ha incontrato e gli fu vicino, abbiamo avuto modo di toccare con mano ciò che Aldo ha lasciato per una intera vita nel cuore di uomini che avevano in quel momento più di novant’anni. È stato commovente, lo ricordavano tutti come un padre. Aldo è morto all’età di 23 anni”.

In un ragazzo così giovane coesistevano quindi qualità eccellenti e straordinarie per la sua età: capacità militari e di comando riconosciute dai suoi uomini, dagli alleati e dai nemici, autorevolezza, severità prima di tutto verso sé stesso, unite a generosità, altruismo, compassione, capacità di introspezione. “Aveva uno sguardo forte, che sembrava ti perforasse le membra!” – afferma commosso Dino Lunetti “Caronte” , nel docu-film di Gandolfo, ricordando come con uno sguardo Aldo riuscisse a penetrare nel profondo della coscienza dei suoi uomini, mettendoli di fronte a quella sola Verità che sa distinguere il bene dal male, il giusto dall’ingiusto, l’onesto dal disonesto.

“Ci siamo accorti, Gech,- scrive Bisagno ad un suo uomo – che il metodo fascista nelle nostre file non è morto; ci siamo accorti che il fascismo rivive sotto altri nomi, ci siamo impegnati di condurre a fondo la nostra lotta contro tutto ciò che è falso, che è sgradevole, disonesto, ingiusto. Per combattere il falso, lo sgradevole, il disonesto, l’ingiusto, è necessario essere leali, onesti e giusti”.

“La sua fede fu semplice e genuina, – afferma ancora il nipote di Bisagno nelle pagine de Il Cittadino – fu la fede di un giovane, che sin dalla più tenera età aveva ascoltato e scelto Cristo, che lui stesso definì in una sua lettera alla famiglia “la sua unica Guida”. Aldo non era solito fare proselitismi, anzi; è nel silenzio e nel nascondimento di un impegno quotidiano nelle diverse fasi del suo stato di vita, che è cresciuta il lui quella Presenza, che lo ha guidato sempre, anche nei momenti più duri, drammatici e bui, della sua breve esistenza terrena. Io sono convinto Aldo parli oggi alle nuove generazioni con un linguaggio semplice che va dritto al cuore, così come dritto e alto puntava il suo sguardo. È il linguaggio chi di ha messo Dio al primo posto nella vita. È l’evidenza del frutto buono, non buono per suo merito, ma buono, perché buono è l’albero da cui è stato colto”.

Abbiamo chiesto anche noi ad Aldo Gastaldi, nipote di Bisagno, di raccontarci qualche aneddoto che ci aiuti ad entrare meglio nella nitida personalità dello zio. “La nostra famiglia, e mio padre Giacomo in particolare, ha raccolto per decenni testimonianze sullo zio, poiché fin da subito la famiglia volle custodire qualcosa che riteneva prezioso. Gli aneddoti sono moltissimi: Era l’inverno del ’44, insieme ad Elvezio Massai, nome di battaglia “Santo”, suo braccio destro, Bisagno si trovava in un paese presso una casa di contadini. Non mangiavano da giorni e gli fu chiesto se volessero favorire. Bisagno si rese conto che quella povera famiglia aveva solo un piatto di minestra per ciascun membro, e null’altro. Appoggiando la sua mano sulla spalla di “Santo” disse in dialetto genovese: “No grazie. Abbiamo già mangiato”. Santo ricordando questo episodio commosso sorrise, dicendo che la sua prima reazione verso Bisagno fu quella di volerlo strangolare con le sue stesse mani”.

«Ricordo ancora un’altra testimonianza significativa – continua Aldo Gastaldi –. Un giorno un partigiano, vedendo passare nell’entroterra chiavarese un carro con sopra alcune salme, fra le quali vi erano anche bambini, si voltò verso Bisagno, sapendolo credente, e con umano comprensibile sdegno gli chiese: “Come fa il tuo Dio a permettere queste cose?”. Bisagno lo guardò, con fermezza e dolcezza, e gli rispose: “Il mio è un Dio degli uomini liberi. Ed è per questo che ci credo”».

La poetessa Elena Bono, che fu staffetta partigiana, e che incontrò una sola volta lo sguardo di Bisagno, mentre in motocicletta transitava da Bertigaro (paese dell’entroterra chiavarese in cui la Bono era sfollata), ha dedicato a lui molti dei suoi scritti, curando anche un libro di testimonianze, ormai introvabile se non in formato ebook, cui si è molto ispirato anche il regista Marco Gandolfo per la stesura del suo docu-film. Di lui la Bono ha scritto il più bell’Epitaffio: “Come venuto da un mondo migliore / a combattere per il nostro mondo”. E il “mondo migliore” di Bisagno era la consapevolezza di vivere ogni giorno sotto lo sguardo di Dio, nella sincera ricerca di Lui e della Sua volontà. “La mia mente non trovò nessuno sulla terra che potesse darle né tranquillità né giustizia: trovai l’una e l’altra in Dio. Con Lui ero arrivato a constatare che la gloria terrena è molto effimera e passeggera, la Gloria di Dio è eterna”, scrive ai suoi genitori.

Bisagno compì fino in fondo la sua missione, pur sapendo che il suo agire, apartitico e volutamente estraneo a giochi di potere, gli avrebbe procurato nemici pericolosi. Al termine della guerra volle accompagnare personalmente a casa gli alpini del Battaglione Vestone, che aveva persuaso nel corso del conflitto, a passare all’interno delle file della Divisione Cichero e per i quali temeva possibili ritorsioni. In una sua lettera a Gino Campanella suo uomo in montagna, poco prima della fine della guerra, scrisse: “Continuerò a gridare ogniqualvolta si vogliano fare ingiustizie e griderò contro chiunque, anche se il mio grido dovesse causarmi disgrazie o altro. Non devo formarmi quassù la mia posizione per domani. Io nulla attendo dal domani a sfruttamento del mio lavoro di oggi. Quanto ho dato e dò, lo dono alla mia Patria, alla quale nulla si chiede”.

Bisagno morì a Desenzano del Garda il 21 maggio 1945, dopo aver riconsegnato tutti gli alpini sani e salvi alle loro famiglie