Bill Gates, Jeff Bezos e George Soros, l’altra faccia dei miliardari: filantropi o predatori?

La beneficenza è sempre stata una virtù dei ricchi. Nell’ultimo decennio c’è stata una crescita esponenziale del numero di miliardari-filantropi, tant’è che nel 2010 Bill Gates e Warren Buffett hanno lanciato «The Giving Pledge» movimento di imprenditori e businessmen che si sono impegnati a donare gran parte del proprio patrimonio per scopi benefici. All’inizio i miliardari che hanno accettato di partecipare erano 62, ma alla fine del 2020 sono diventati 216. Tuttavia solo il 18% del totale delle donazioni è indirizzato a organizzazioni multilaterali e a enti di beneficenza operativi sul campo, mentre la maggior parte dei finanziamenti finisce in fondazioni familiari private, spesso controllate dagli stessi donatori e con la possibilità di essere trasmesse agli eredi. Oggi se ne contano circa 200 mila nel mondo.

Il boom delle donazioni

Guardando più in generale le statistiche, solo nel periodo 2013-15 circa 23,9 miliardi di dollari sono stati destinati ad iniziative benefiche. Da allora le cifre aumentano di anno in anno. Secondo il «Wealth-X and Arton Capital Philantropy Report» le donazioni sono aumentate del 3% nel 2015 rispetto all’anno precedente, che aveva già registrato una crescita del 6,4%. Tuttavia solo il 18% del totale delle donazioni è indirizzato a organizzazioni multilaterali e a enti di beneficenza operativi sul campo, mentre la maggior parte dei finanziamenti finisce in fondazioni familiari private, spesso controllate dagli stessi donatori e con la possibilità di essere trasmesse agli eredi. Oggi se ne contano circa 200 mila nel mondo.

I vantaggi fiscali delle fondazioni private

La gran parte delle attività delle fondazioni private, per ogni intervento, seguono analisi costi-benefici.

Il presupposto è quello di ottenere sempre un ritorno economico, poiché non c’è risultato senza profitto

Per questo spesso operano insieme alle multinazionali. Secondo la loro visione il mercato è in grado di proporre le soluzioni migliori ai problemi globali, a differenza del settore pubblico, di norma inefficiente e paralizzato dalla burocrazia. Le fondazioni di comunità, soprattutto negli Stati Uniti, dove questo istituto è nato oltre cento anni fa, godono di generosi vantaggi fiscali: «Più ricco è il donatore, più conveniente diventa la detrazione fiscale per beneficenza – si legge nel rapporto Gilded Giving 2020 Pledge, How Wealth Inequality Distorts Philantropy and Imperils Democracy dell’Institute for Policy Studies – . Per ogni dollaro messo nella propria fondazione privata, il miliardario recupera fino a 74 centesimi in agevolazioni fiscali». A fronte di questi vantaggi, le fondazioni hanno solo un obbligo: investire ogni anno in beneficenza almeno il 5% del loro bilancio, mentre il resto può anche restare in cassa (ad oggi risultano parcheggiati oltre 1,2 mila miliardi di dollari). In questo 5% si possono far rientrare le spese amministrative, gli stipendi dei dipendenti e contributi ad altri fondi. Le detrazioni fiscali però si applicano al totale delle donazioni.

Da Warren Buffett a Bill Gates, i giganti della filantropia

Il magazine Forbes ha stilato la top 25 dei miliardari che hanno donato più «soldi veri» alle fondazioni non-profit dal 2014 al 2018. Parliamo di denaro che in 5 anni è stato usato effettivamente usati per scopi caritatevoli. La cifra complessiva è di 51,6 miliardi di dollari. Al primo posto troviamo Warren Buffett con 14,7 miliardi di dollari (trasferiti in gran parte alla Bill & Melinda Gates Foundation che ha finanziato campagne contro la povertà e iniziative sanitarie nei Paesi in via di sviluppo). Al secondo posto c’è Bill Gates con 9,9 miliardi di dollari (il fondatore di Microsoft ha finanziato la distribuzione di contraccettivi ad oltre 120 milioni di donne nei Paesi più poveri, e alcune ricerche su vaccini per svariate malattie). Seguono George Soros e Michael Bloomberg. Il primo attraverso le sue Open Society Foundations ha sovvenzionato con 3,1 miliardi partiti politici e movimenti in Europa che promuovono lo Stato di diritto, le politiche d’accoglienza e la libertà d’espressione. L’ex sindaco di New York invece con la Bloomberg Philanthropies ha messo 3 miliardi di dollari nella promozione della lotta contro il riscaldamento climatico e le lobby delle armi, e 1,8 miliardi alla Johns Hopkins University, l’ateneo in cui si è formato. Chiude la top 5 la famiglia Walton, che tramite la Walton Foundation ha finanziato con 2,3 miliardi di dollari scuole pubbliche e iniziative ambientali.

L’immagine da riabilitare

L’attività benefica è sempre meritoria, anche quando si tratta di una piccola parte rispetto a quanto è confluito nella fondazione. E non solo per ragioni fiscali. Ad alcuni miliardari serve a riabilitare l’immagine «predatoria». A partire da Bill Gates, oggi considerato il più grande filantropo del pianeta. Nel 2004, quando era ancora alla guida di Microsoft, l’azienda americana fu condannata dall’Unione Europea a pagare una supermulta da 497 milioni di euro per «abuso di posizione dominante nel settore dei sistemi operativi per i personal computer». Nel 2012, secondo un rapporto del Senato americano la multinazionale tecnologica era riuscita a blindare nei paradisi fiscali oltre 21 miliardi di dollari in soli tre anni. Jeff Bezos, l’uomo più ricco del mondo, ha lanciato a febbraio il Bezos Earth Fund, fondazione da 10 miliardi di dollari per sostenere la lotta al cambiamento climatico. Amazon, la multinazionale che Bezos ha fondato nel 1994, è una dei complici nella crisi dell’effetto serra: nelle consegne a domicilio in tutto il mondo non risulta utilizzi mezzi elettrici, al contrario, spesso i furgoni utilizzati dai suoi fornitori sono vecchi e inquinanti. E’ noto che Amazon «ottimizza» i suoi profitti nei Paesi a fiscalità agevolata, e non dove tali profitti vengono prodotti. Esattamente come fa Facebook, il cui fondatore Mark Zuckerberg ha abbracciato la causa filantropica. Ebbene, a febbraio 2020 è finito nel mirino del fisco americano per aver evaso 9 miliardi di tasse. Zuckerberg ha lanciato con la moglie Priscilla nel 2015 la Chan Zuckerberg Initiative, fondazione in cui sarebbero dovuti confluire i proventi del 99% delle azioni di Facebook di sua proprietà. Come rivela Forbes, fino a febbraio la coppia avrebbe devoluto «solo» l’1,2% del proprio patrimonio, che oggi vale quasi 98 miliardi di dollari. Infine George Soros, con la sua attività pro diritti e democrazia, si è ripulito l’immagine di spregiudicato speculatore.

Il ritorno politico

C’è poi un ritorno in termini di potere politico e personale. Bill Gates è oggi il maggior contribuente dell’Oms, eroga più fondi per la salute globale di qualsiasi Paese. La fondazione lanciata con la moglie Melinda ha donato 50,1 miliardi di dollari in 20 anni, però tutti destinati a progetti specifici decisi da Gates. In questo modo orienta le strategie sanitarie dell’Organizzazione mondiale della Sanità. I suoi principali campi d’intervento sono lo sviluppo di farmaci e vaccini per curare le malattie più diffuse nei Paesi a basso reddito e la lotta contro la fame in Africa con lo sviluppo di nuove tecniche agricole. Dal 2003 Gates finanzia la ricerca sul Golden Rice, il riso geneticamente modificato. Nel gennaio 2010 Bill e Melinda si sono impegnati al World Economic Forum a destinare 10 miliardi alla ricerca e all’introduzione di nuovi vaccini contro malattie come malaria, Hiv, colera. Tra i risultati più significativi raggiunti grazie a questi finanziamenti c’è l’eradicazione della poliomielite dall’Africa e dal subcontinente indiano, oltre ai promettenti risultati del primo vaccino anti-malarico, che tuttavia non mette d’accordo gli esperti. L’ultima donazione è di 530 milioni di dollari nella la ricerca del vaccino contro il Coronavirus.

Le donazioni non diminuiscono i patrimoni

Nonostante il consistente impegno filantropico, il patrimonio personale di Bill Gates è cresciuto da 54 a 120 miliardi di dollari. Nicoletta Dentico, che ha lavorato tanti anni per l’Oms, nel libro Ricchi e buoni? Le trame oscure del capitalismo afferma che la fondazione Gates «riceve consistenti fondi pubblici per le sue attività private senza, che l’istituzione pubblica che le cofinanzia abbia la minima voce in capitolo. E’ ragionevole pensare che la fondazione, nella misura in cui promuove uno sviluppo del Sud globale ispirato alle tecnologie informatiche e sorretto dall’intervento delle grandi imprese, aiuti Microsoft». La Fondazione (che intrattiene un rapporto privilegiato con multinazionali come Cargill, Monsanto, Nestlé, Mars, DuPont Pioneer, Sygenta e Bayer) secondo uno studio della rivista «The Lancet» segue logiche di mercato per selezionare priorità strategiche come le malattie che hanno bisogno dello sviluppo di vaccini, mentre non investe minimamente nella ricerca contro polmonite, diarrea e malnutrizione, responsabili del 75% della mortalità infantile nei Paesi più poveri. Gates non è l’unico miliardario-filantropo ad aver aumentato notevolmente il proprio patrimonio nell’ultimo decennio. Nello stesso periodo i 62 super-ricchi pionieri di The Giving Pledge hanno visto crescere del 95% le loro ricchezze, passate da 376 a 734 miliardi di dollari.

Conclusioni

La filantropia è storicamente una strategia del potere economico per guadagnare rispettabilità sociale e orientare la politica. Il meccanismo delle fondazioni, giustamente favorito da una bassissima tassazione, ha via via cambiato natura.

Oggi queste società muovono capitali talmente grandi che riescono a sostituirsi agli Stati nelle politiche sociali, sempre più a corto di risorse, imponendo campi d’azione e una visione del mondo. Tutto in nome della bontà

Intanto crescono le disuguaglianze e la povertà estrema – come ricostruisce l’ultimo rapporto della Banca Mondiale – è tornata a crescere. Lo scrittore Anand Giridharadas, nel suo libro «Winners Take All» scrive: «Molti miliardari sostengono di voler cambiare il mondo. In realtà stanno solo proteggendo il sistema alla radice dei problemi che pretendono di risolvere».