Biden-Trump: è iniziato il secondo atto

Questo anno di tutte le calamità si concluderà in America con due presidenti che si contendono la legittimità, stile Venezuela? La più antica liberaldemocrazia fallirà per la prima volta nella sua storia la transizione pacifica, ordinata e civile del potere esecutivo? La matematica sembra avere ormai dato la vittoria a Joe Biden. Contestare la legittimità delle schede recapitate per posta significa negare la certezza del diritto: quei voti sono legali. Ma gli avvocati d’assalto che hanno accompagnato la carriera dell’immobiliarista Donald Trump possono scatenare la loro creatività per prolungare la guerriglia nei tribunali. La legge gli concede un mese: l’8 dicembre i 50 Stati Usa sono tenuti a ufficializzare il verdetto al collegio elettorale. Un mese è tanto per seminare dubbi, sospetti e sfiducia su un sistema elettorale che ha funzionato perfino durante la guerra civile. Poi, che accadrà se Donald Trump si ostina a dichiararsi vittima di brogli, vero presidente, defraudato della vittoria? La Costituzione lo lascia nel pieno esercizio dei poteri fino a metà gennaio, Inauguration Day.

Quanti danni potrà ancora fare, asserragliato dentro la Casa Bianca, se si atteggia a vittima di un golpe? Dopo un quadriennio senza precedenti, eccezionale sia per il personaggio Trump sia per gli eventi che lo hanno concluso, anche gli ultimi due mesi si aprono all’insegna dell’imprevedibilità. All’interno del partito repubblicano per fortuna si moltiplicano gli appelli alla ragione, le pressioni sul presidente perché accetti le regole del gioco. Pesa il fatto che in tutti gli Stati lo spoglio delle schede, i controlli e le verifiche, i ri-conteggi ove richiesti, si svolgono sotto una gestione bipartisan. Anche dove governano localmente dei democratici, ci sono assemblee legislative a maggioranza repubblicana.

Trump è Trump, però. Difficilmente vorrà rinunciare a quello “stile” che gli ha consolidato un patrimonio di consensi. Ricordiamolo: questo presidente che i media di riferimento (Cnn, New York Times, Washington Post) davano per spacciato ogni due o tre mesi – Russiagate, impeachment, coronavirus, recessione, George Floyd – ha chiuso il suo mandato con lo stesso livello di consensi con cui lo aveva iniziato.

Minoritario ma stabile. Si capisce perché la sua teoria del complotto, per quanto menzognera, risulti verosimile ai suoi seguaci. Rivediamo il replay degli ultimi sei mesi: è dall’inizio del 2020 che i sondaggi e i principali media hanno cominciato a prefigurare un’Onda Blu inesistente, hanno assegnato a Biden dei vantaggi irreali. L’idea che l’establishment potesse pianificare l’estromissione di Trump è falsa ma credibile. Che di establishment si tratti, lo dimostra la sproporzione nei mezzi economici: negli ultimi due mesi della campagna un fiume di denaro si è rovesciato su Biden, che ha potuto spendere in spot televisivi quasi il doppio di un presidente in carica, uno squilibrio senza precedenti… se non risalendo a Hillary Clinton, anche lei plebiscitata da Wall Street, dalla Silicon Valley, dai poteri forti del capitalismo.

Il popolo trumpiano, la classe operaia del Midwest che ha continuato a sostenerlo, non ha dubbi su quale sia il “confine di classe”. Ad alimentare la teoria del complotto arriva anche la censura. Nel Paese dove vige la più estrema libertà di espressione, dove il Primo Emendamento tutela perfino l’apologia del nazismo, i grandi social media e i principali network televisivi hanno oscurato le esternazioni del presidente. Che fossero delle bugie spudorate e pericolose, è indiscutibile. Però si crea un precedente, quando i chief executive di Facebook e Twitter, nonché dei tre principali network Abc Cbs Nbc, diventano gli arbitri di ciò che si può pubblicare.

Accadde in tempo di guerra, da Abraham Lincoln a Franklin Roosevelt, con leggi speciali sulla censura solitamente revocate al termine dei conflitti. Ora è la proprietà privata dei maggiori gruppi digitali e organi d’informazione a decidere che l’America è in guerra per difendere la democrazia. Il loro punto di vista è legittimo; forse incostituzionale; di sicuro conferma nel popolo trumpiano l’idea che questa elezione ha una regìa. Non è vero – anzi la magnifica partecipazione di 160 milioni di cittadini, il 67% degli aventi diritto, è stata una prova di vitalità del suffragio universale.

Attenzione a non equivocare quella grande affluenza: ciascuna delle due Americhe si è mobilitata perché teme le prevaricazioni dell’altra.
Trump nelle teorie del complotto continuerà a sguazzare perché è così che cominciò la sua carriera politica: con la calunnia su Barack Obama “finto americano, presidente illegittimo, perché nato in Africa”. Nella guerriglia giudiziaria sui ricorsi e i riconteggi delle schede ci sono segni premonitori del Trump atto secondo. Si appresta a fare il capo di un’opposizione selvaggia; prepara la propria ricandidatura, o il lancio della carriera politica dei figli, o la creazione di una sua tv (o tutte le cose assieme). Sarà una presenza ingombrante e un condizionamento sul partito repubblicano, che grazie a lui conserva la maggioranza al Senato e si rafforza perfino alla Camera.

Per governare Biden dovrà negoziare compromessi con il Senato repubblicano. Almeno una parte dei senatori della destra sentirà il fiato sul collo di Trump. Per il neo-presidente la convivenza con “l’altro presidente” si preannuncia lunga.