Biden nel Medio Oriente, una brutta partenza in salita

Partenza difficile per l'amministrazione Usa nel Medio Oriente. La decisione di riallacciare il dialogo con l'Iran e di snobbare Arabia Saudita e Israele potrebbe avere ripercussioni negative sugli Accordi di Abramo e sulla pace nella regione. Cresce il pressing su Israele anche da parte di Onu e Giordania, alla vigilia delle elezioni.

Gerusalemme

Venti inquieti sono tornati a prevalere sulla situazione generale del Medio Oriente, quelli ben conosciuti , e per questo  il viaggio-pellegrinaggio di papa Francesco in Iraq è apparso proprio tempestivo; se non provvidenziale. Per far comprendere a chi, accecato dalle ambizioni, strategie e farneticazioni del potere, in primis del fondamentalismo religioso islamico, non vuol rendersi conto che la gente ha sofferto molto, e da troppi anni, e non sopporta più guerre, distruzioni, migrazioni.  Vuole finalmente respirare, vivere un’ aria di pace.

Per questo nella regione gran parte dei cittadini  non vorrebbe continuare ad essere vittima dei devastanti giochi politici manovrati da estranei che sente “ingombranti” ma dai quali non riesce a “liberarsi”. La disanima è tanto complessa quanto varia e inestricabile se si entra nella realtà di ciascuna nazione. Ad esempio “ingombranti” vengono considerati in Iraq anche gli Stati Uniti e loro alleati della NATO, che pure hanno spiegato il loro lungo impegno a combattere il sedicente Stato islamico. Ma altrove, come in Afghanistan, la loro presenza viene considerata essenziale per contrastare le persistenti ambizioni di potere degli estremisti islamici. “Ingombrante” in Siria è la Russia, intervenuta militarmente a sostegno del potere centrale di Damasco (ottenendo delle contropartite che esaltano l’ambizione di superpotenza, quali basi aeree e marittime), e dei miliziani sciiti di varia provenienza, in alleanza con le forze dell’Iran in campo. Sempre lo stesso aggettivo, ma ben più carico di disprezzo, viene impiegato da tanti siriani e iracheni curdi, verso la Turchia, scesa in aperto conflitto contro di essi per impedire la nascita del loro Stato indipendente.

L’inquietudine non si attenua appena si volge lo sguardo sulla penisola araba per il ritorno del Partito Democratico alla guida degli Stati Uniti. Il repubblicano Donald Trump aveva, non solo voltato le spalle all’Iran sciita, ma anche, resosi sempre più credibile ai paesi musulmani sunniti, soprattutto del Golfo, ne aveva convinto alcuni alla pace e a relazioni di amicizia con Israele (gli “Accordi di Abramo”). Rafforzando inoltre i legami con questo alleato (soprattutto con il trasferimento della sua ambasciata da Tel Aviv a Gerusalemme) e troncando ogni dialogo con l’Autorità Palestinese. L’insediamento di Joe Biden ha visto la Casa Bianca corteggiare l’Iran con l’intento di ridiscutere il trattato del suo contenimento nucleare, dal quale Trump si era ritirato; compromettere le relazioni con il principe ereditario saudita Mohammed bin Salman; ostentare freddezza nelle relazioni con Israele e lanciare segnali per la ripresa del dialogo con l’Autorità Palestinese.

Si dirà che questo era prevedibile, se non scontato. Restano gli interrogativi e le apprensioni per le posizioni quanto meno equivoche di Biden. A esempio non si comprende perché abbia rivelato il rapporto dell’Intelligence Usa (dell’anno 2019 e che Trump non volle  divulgare) ove il principe saudita è indicato come mandante dell’assassinio del giornalista Jamal Khashoggi; quando poi si è guardato dal trarne ogni possibile conseguenza, evitando persino di ipotizzarla, sia nei confronti dell’Arabia Saudita (forse perché suo principale Paese alleato ed amico), sia degli agenti colpevoli dell’omicidio. Perché allora ha voluto riaprire una vicenda chiusa?  Soltanto per sottolineare la sua diversità di vedute da Trump? Per non parlare con il principe ereditario (che pure è il protagonista di un’autentica svolta nell’imponente sviluppo del suo Paese) ma solo con il Re suo padre? O per far intendere al mondo quanto gli stiano a cuore i diritti umani?

Altre perplessità ha suscitato l’ intenzione di Biden di riaprire il dialogo con l’Iran proprio quando il suo presidente ha ribadito la volontà di svilupparne la tecnologia nucleare e mentre le milizie sciite, finanziate da Teheran, si mostrano molto attive nello Yemen nella guerra in corso (e “senza fine”) con l’Arabia Saudita sunnita.  Come pure la sua revoca dell’abbandono di parecchie istituzioni dell’ONU che erano state accusate da Trump , non senza fondamento , di parzialità del loro operato ed una, quella per i Diritti Umani con sede a Ginevra, addirittura di deliberata e continuata prevenzione contro Israele. Questo ritorno pieno di Washington nelle Nazioni Unite, accompagnato naturalmente dal ripristino delle contribuzioni, è però coinciso con l’annuncio da parte di un altro organismo onusiano, la Corte Penale Internazionale (CPI) con sede all’Aja, di aver esteso la sua giuridìsdizione ai cosiddetti “Territori palestinesi” della Giudea e Samaria sui quali l’Autorità Palestinese esercita dei poteri autonomi delegati da Israele con gli “Accordi di Oslo”.

Israele però non ha mai aderito al Trattato di Roma con  il quale la CPI è stata costituita. E gli Stati Uniti hanno invano espresso la loro contrarietà alla decisione annunciata dal Procuratore Capo della Corte, la giurista Fatou Bensouda. E tuttavia costei, ben consapevole che il suo mandato sta per scadere, è andata avanti, comunicando l’apertura di  un’indagine per presunti crimini di guerra commessi da Israele, ed anche dall’ organizzazione islamica Hamas che controlla la Striscia di Gaza, durante il conflitto del 2014. Decisione accolta con favore e salutata come “necessaria e urgente” dall’Autorità Palestinese (che non controlla la Striscia di Gaza, mentre Hamas si è autoassolto, definendo le sue azioni come “legittima resistenza”) e sdegnosamente respinta da Israele che l’ha definita “essenza dell’antisemitismo e dell’ipocrisia”. “Senza avere alcuna giurisdizione, ha spiegato il premier israeliano Benjamin Netanyahu, il Tribunale ha stabilito che i nostri soldati, che adottano ogni precauzione per evitare vittime civili contro terroristi del mondo che, loro sì, prendono deliberatamente di mira i civili, sono proprio i nostri soldati ad essere criminali di guerra”. Non solo Israele e gli Stati Uniti, ma anche l’Unione Europea, definiscono terrorista il gruppo di Hamas.

Queste reazioni da sole dicono dello stato di tensione che continua a regnare in questa area medio-orientale. Ma è avvenuto dell’altro, indicativo di come sono evoluti, e pure deteriorati, certi rapporti ritenuti saldi e persino privilegiati. Come quelli tra Israele e Giordania, Paese confinante, legati da un trattato di pace, che però da qualche anno sono in crisi per le divergenze sul futuro di Gerusalemme capitale. Soltanto del nostro Stato, sostiene Israele, e di essa non può non far parte la Spianata delle Moschee (che è la stessa area dell’antico Tempio ebraico) aperta al culto dei fedeli delle tre religioni monoteiste. La Giordania invece, nel rivendicare il diritto del suo Sovrano di protezione della Spianata, esige che ne sia preservato lo status attuale di luogo sacro gestito dal Waqf musulmano e preconizza che tutta la Città vecchia di Gerusalemme sia la capitale di uno Stato palestinese.

Ed è successo che a causa di alcuni ostacoli frapposti da Israele alla prima visita a tale Spianata del principe ereditario di Giordania, il governo di Amman ha negato il sorvolo dell’aereo di Netanyahu che ieri avrebbe dovuto raggiungere Abu Dhabi per l’annunciata e propagandata sua prima visita ufficiale agli Emirati del Golfo, a coronamento e sviluppo di quegli “Accordi di Abramo” che hanno stabilito rapporti diplomatici e di collaborazione in tutti i campi tra i due Stati. Un brutto incidente per Netanyahu in piena campagna elettorale e dai sondaggi dato per vincitore, il 23 marzo prossimo, della quarta consultazione elettorale in due anni per il rinnovo della Knesset. Come è risaputo, questa Camera dei deputati non è finora riuscita ad esprimere un governo stabile. L’ evento meriterà una speciale presentazione, anche per la vittoriosa battaglia, guidata dal governo Netanyahu – la rapida vaccinazione di tutti gli israeliani  – alla pandemia del Covid 19. Ed anche perché queste elezioni dovrebbero essere seguite il 22 maggio da quelle palestinesi, pure generali, previste in tutti i territori dell’autonomia, Gaza compresa. Sarebbero le prime dopo ben 16 anni segnati da varie difficoltà e parecchi rinvii (e per questo il loro svolgimento è incerto). Indette dal presidente dell’Autorità Nazionale Palestinese Mahmoud Abbas (Abu Mazen) dovrebbero segnare il suo confronto con la lista promossa dal rivale Mohammed Dahlan, che fu radiato dall’ANP nel 2011 e dal partito al-Fatah l’anno successivo. E che,vedi caso,vive in esilio ad Abu Dhabi.

Entrambe le elezioni non dovrebbero essere influenzate dalle circostanze internazionali. Impregnate dalle inquietudini  delineate, soprattutto per la presenza sulla scena delle tante forze militari di Paesi che non intendono abdicare alle loro ambizioni, non sarebbero foriere di tempesta. Anche se questa è incombente, nessuno vuol provocarla, valutando così attentamente ogni sortita militare e confidando alla diplomazia le inevitabili tensioni e le crisi in fieri. Ovvero preferendo il ritorno ai tempi di Obama, premiato, lui sì senza che se ne sappiano i meriti, con il Nobel per la Pace.