Biden e quel calcio mancato a Trump. La sconfessione che non c’è stata di questi quattro anni indecenti

Comunque vada a finire, è stata una catastrofe culturale e spirituale da cui sarà difficile riprendersi anche qui, in questo continente alle prese con la mostruosità del nuovo

Sarò un emotivo, ma non mi accontento di così poco. C’è ancora una speranziella che il voto postale dia a Biden la presidenza degli Stati Uniti. Ma Trump ha schiantato tutti noi che lo consideriamo una orrenda escrescenza della storia americana e mondiale. Ha preso più voti che nel 2016 con la stessa agilità con cui aveva preso il Covid e ne era uscito come Superman, ci ha convinto praticamente che la pandemia è una burla e noi, i suoi avversari, siamo gente triste che vuole scippargli l’elezione e bloccare l’economia di successo, che il dottor Fauci è una benevola macchietta, che l’America è tornata grande e deve rimanerlo con lui e i suoi per chissà quanti anni ancora, che non contano il suo infantilismo e narcisismo razzista, violento, la sua irrisione beffarda del costume costituzionale, delle buone maniere, del rispetto dignitoso per gli altri, della stampa nemica del popolo, della satira fatta da vermi e impostori, e che il disprezzo degli intellettuali e dei dotti per il suo popolo bue è grottesco visto che sono in gioco i suoi valori, i valori di una maggioranza silenziosa che ora parla e straparla a nome dell’esperimento americano.

L’unica cosa che contava, voti postali a parte, era una sconfessione americana chiara di questi quattro anni indecenti, e non c’è stata, tutt’altro. Direi che parafrasando e rovesciando Pasolini, “io so e non ho le prove”, potremmo dire rassegnati e impotenti: io non so e ne ho le prove. La prova è lui, l’Arancione, l’improbabile più reale del reale. Trump con la sua baldanza, la sua energia, la sua capacità di divertire, di mettere nella colonna delle entrate tutti i suoi errori, anche quelli più ridicoli, ci sbalordisce, ci condanna all’insipienza, noi sapienti.

Il suo popolo di deplorables sembra una tribù barbarica nel pieno dell’onda alta, gente che si è rotta i coglioni dell’America città sulla collina e del dovere cristiano e civico, il popolo maggioritario degli antitrumpers sembra un gregge di perbenisti che si china a contare ogni voto, aspetta con pazienza, mentre quegli altri eleggono un QAnon in Parlamento, fanno la guardia, spesso armata, al movimento che cambia la faccia del mondo, e mentre al centro della derelitta Europa Bergoglio canta messa nella pioggia a una piazza San Pietro deserta Trump balla uno strano misto di twist e di rock sui palchi elettorali, ispira fiducia senza mascherina, se ne fotte dei dati e fa la sua performance piena di folla, di colori, di vitalità che qui provoca angoscia ma da quelle parti genera speranza.

Da noi, presso di me, è la disperazione l’ultima a morire. Che non gli abbiano dato un calcio in culo, anzi, lo prendo come un’offesa personale. Con mezzi sbrindellati e onesti trucchi da democrazia parlamentare, noi il nostro Papeete lo avevamo smantellato, ora ci sono tutte le premesse per il ritorno degli esibizionismi, delle imitazioni straccione di quella personalità così fatale, tosta, anche enigmatica.

Comunque vada a finire, e uno si augura che vada a finire bene ma ormai con poca energia mentale, è stata una poderosa sconfitta, una catastrofe culturale e spirituale da cui sarà difficile riprendersi anche qui, in questo vecchio continente alle prese con la mostruosità del nuovo.