Bergamo, la Terapia intensiva libera dal Covid: negativo l’ultimo paziente

È stata la trincea dell’epidemia. Nelle settimane peggiori ha raggiunto i 100 pazienti intubati. Ora, il ritorno alla normalità con un applauso liberatorio. Il direttore generale: «Una grande emozione». Il primario: «Abbiamo sconfitto un nemico terribile uniti»

Nei giorni bui, in una città già straziata e silente, il luogo più rumoroso di Bergamo era «la più grande terapia intensiva d’Europa», come fu definita, quella dell’ospedale Papa Giovanni, tra frenesia, fatica, sacrifici e macchine per l’ossigeno: un reparto che il primo marzo fu allargato svuotandone altri, nel giro di 24 ore, da medici, infermieri e impiegati. L’avamposto italiano, e probabilmente occidentale, contro il coronavirus. Da ieri, dopo 137 giorni consecutivi (a partire da domenica 23febbraio), non c’è più nessun paziente ricoverato in rianimazione positivo al Covid-19: gli ultimi si sono negativizzati e sono fuori pericolo, altri non sono più in quel reparto.

È il passaggio che segnala la fine dell’emergenza, che racconta una lotta al Covid ormai terminata in ambito clinico. Mentre i nuovi positivi, che comunque non mancano, ormai da settimane sono asintomatici sul territorio di città e provincia. «Il cuore della Repubblica»: così, dieci giorni fa, il presidente della Repubblica Sergio Mattarella ha parlato di Bergamo, durante la commemorazione di tutte le vittime al cimitero monumentale. Ed è anche ripensando a quelle parole, che la direttrice generale dell’ospedale Maria Beatrice Stasi, ha parlato ieri di un «momento di grande emozione: finalmente in Rianimazione tutti gli operatori sono vestiti con le loro normali divise, in un reparto ormai libero dal Covid. Abbiamo raggiunto dei numeri importantissimi nella fase acuta dell’emergenza, oggi il reparto può dedicarsi a tutte le altre patologie che vengono seguite. Un momento da condividere con i responsabili dei reparti e con tutto il personale, augurandoci che questa sia una fase davvero discendente che non porti più al grande incubo in cui ci siamo trovati a lavorare a marzo e aprile».

Niente più scafandri e protezioni speciali, per medici e infermieri. Un applauso, in reparto, ha accompagnato l’annuncio di Stasi. «Un applauso liberatorio, che ognuno ha fatto al suo compagno di avventura — secondo il direttore dell’Area critica del Papa Giovanni, Luca Lorini —. Tutti quanti, tutto il personale, sono stati uniti, a combattere questo nemico terribile». Proprio lì, in Terapia intensiva, c’è ancora ricoverato, e ormai negativo, anche un medico dell’ospedale Papa Giovanni. «Siamo felici, contenti, non ci sono molte altre parole: il dato della rianimazione è l’indicatore più importante e finalmente ci siamo», le parole di Fabiano Di Marco, direttore di Pneumologia, nominato Cavaliere al Merito dal presidente Mattarella per aver raccontato come veniva affrontata l’emergenza. Il Papa Giovanni è stato un luogo di cure, di lotta al virus, ma anche di ricerca, di medici che volevano capire. È lì, così come al Sacco di Milano, che grazie all’autopsia è stato scoperto e certificato (fino a una pubblicazione su Lancet) il rischio trombo-embolico legato al Covid, che ha fatto molte vittime. Con gli occhi lucidi Stasi ricorda la mezza giornata in cui fu creata una nuova centrale per l’ossigeno da dare ai pazienti: «Temevamo che il virus ci superasse, ma ce l’abbiamo fatta».

Era il 23 febbraio quando il primo paziente positivo è stato trasferito dall’ospedale di Alzano Lombardo al Papa Giovanni, dove già era stata preparata una piccola unità completamente isolata dal reparto visto il «paziente zero» di Codogno di due giorni prima. Ci si aspettavano casi, non un’ondata così violenta e rapida.

In poche settimane è stata la rivoluzione, sia per la Terapia intensiva sia per i reparti trasformati dalla sera alla mattina in zone per la degenza Covid. Molti medici e operatori hanno contratto il virus, alcuni pazienti, nelle settimane peggiori, sono stati trasferiti in altre città. Ora, nell’ospedale, restano una trentina di malati che stanno lentamente riemergendo dal virus, mentre al presidio in Fiera sono stati organizzati gli ambulatori per l’attività di follow-up, visite riservate a chi ha sconfitto la malattia, importanti anche per comprenderne gli eventuali strascichi.

Intanto si scopre che i focolai rilevati negli ultimi giorni a cavallo tra Lombardia ed Emilia Romagna, nelle province di Cremona, Mantova e Parma, sarebbero collegati ai lavoratori di una cooperativa della provincia di Bergamo, che corrisponderebbe alla Europo: una società attiva nell’industria alimentare di trasformazione e nella catena del freddo.