«Benigni ha ridotto il Cantico a un poemetto erotico»

«Nel testo non si parla d’amore in modo generico, ma del rapporto monogamico eterosessuale, immagine del rapporto tra l’uomo e il Mistero». Parla Vittorio Benda

«Irritante e nauseante». Vittorio Robiati Bendaud, coordinatore del Tribunale rabbinico del Centro Nord Italia, racconta a tempi.it la sua reazione alla performance di Roberto Benigni al Festival di Sanremo, in cui l’attore ha prima spiegato e poi recitato il Cantico dei cantici.

Proprio in questi giorni, Bendaud ha girato l’Italia per spiegare il Cantico e lo ha fatto sulla scorta di approfondite letture e anni di studio sul testo biblico che è solito frequentare dopo esservi stato introdotto e guidato da un grande rabbino italiano, Giuseppe Laras, scomparso nel novembre 2017.

Benigni ha parlato del Cantico come di una presenza “strana” all’interno della Bibbia, come se si trattasse di un testo “imbarazzante”, eterodosso rispetto al libro sacro. Il messaggio che Benigni voleva far passare è che un testo così carnale, fisico, erotico desse fastidio a quei “sessuofobi” di ebrei e cristiani?

Abbiamo assistito ad un uso aggressivo e strumentale del testo biblico contro il testo biblico. Come se il Cantico fosse la parte bella e buona della Bibbia, in mezzo a tanti racconti brutti e malvagi. Appunto, un uso strumentale e indebito di parti della scrittura contro altre parti della scrittura.

Un’operazione che non tiene contro del fatto che la Bibbia è composta da testi plurali, diversi per epoca e genere.

E che non tiene conto di un altro aspetto fondamentale che Benigni s’è ben guardato dal ricordare puntualmente: è scritta in ebraico, mica in inglese. Altro che «song of the songs». Voglio dire che fa riferimento a una semantica e a una storia specifica, quella ebraica passata e presente che, forse questo Benigni non lo sa, ha una vastissima produzione letteraria erotica in lingua ebraica e araba, scritta sovente in età medioevale e rinascimentale da insigni rabbini che erano al contempo teologi e mistici. Sa Benigni quante storie d’amore sono raccontate nella Bibbia? Pensi a Isacco e Rebecca, ad Abramo, Agar e Sara, a Giuda e Tamar: storie a volte narrate con tratti di estrema delicatezza e riserbo, a volte con tratti a tinte vivide. La sua è stata una ricostruzione ideologica, falsante, trita ed esausta.

Ha anche voluto far notare che il Cantico è stato probabilmente scritto da una donna, dando alla “notizia” l’enfasi dell’eccezionalità, come se la peculiarità del Cantico fosse questa, all’interno – è il non detto – di un testo “maschio”, pieno di guerre e assassinii.

Ma di che parla? Ma che significa? E che notizia sarebbe? Ma, poi, soprattutto, e allora il libro di Ester? Il libro di Ruth? Il cantico di Debora, il cantico di Miriam? Come si vede, tutte donne. E questa sarebbe sessuofobia? Aggiungiamo che la tradizone successiva di commento rabbinica ha, per esempio, sempre sostenuto che il livello di profezia di Sara era più “alto” di quello posseduto dal patriarca Abramo… Non è un caso che Abramo esca di scena immediatamente dopo la morte di Sara.

Sul palco dell’Ariston Benigni ha anche detto che il Cantico non doveva essere inserito tra quelli biblici.

Sì, ma per la ragione opposta a quella che ha spiegato lui. Innanzitutto, punto numero uno, il problema di inserimento del testo è la stessa tradizione a narrarcelo. Poi, punto numero due, il dilemma che ci si pose è se un tale testo potesse essere frainteso nella stessa maniera con cui lo ha frainteso Benigni a Sanremo. Benigni ha citato rabbi Akivà il quale disse anche in relaziona al Cantico dei cantici che «se ogni libro della scrittura è santo, il Cantico dei cantici è il santo dei santi». Il problema non è soltanto di esaltare il mezzo espressivo della materia narrata, ma di coglierne il significato più autentico, quello allusivo. La cosa grandiosa non è che il Cantico sia riducibile e una poemetto erotico, ma che si sia ritenuto, per descrivere il rapporto di Dio con il creato e con il popolo ebraico, che non vi fosse nulla di sufficientemente nobile e ricco oltre all’erotismo e alla fisicità umana.

Sta dicendo che la discussione sull’inserimento del testo non dipendeva dalle immagini erotiche usate, ma dal fatto che qualcuno potesse fraintenderlo e manipolarlo?

Esatto. Ed è proprio quello che ha fatto Benigni.

Si spieghi meglio.

Ovviamente un non credente può leggere i testi sacri come semplici testi narrativi o storici. È qualcosa che si può fare legittimamente, ma bisognerebbe cercare di farlo con una certa onestà intellettuale, una certa gravitas e un certo decoro. Questi sono testi che, per il popolo che li ha trasmessi, sono sacri sin dal momento della loro stesura e non tenerne conto è opera intellettualmente disonesta, non tanto nei confronti di Dio, ma nei confronti del testo stesso e dei suoi lettori.

L’altra impressione che si è avuta dallo show di Benigni è che abbia trasformato il Cantico in un testo in cui Dio, il sacro, il Mistero non c’entrano nulla. Ciò che conta è l’amore, in tutti i suoi generi, «tra uomo e uomo, tra donna e donna, tra donna e uomo».

Qui sta l’altro grande inganno del suo discorso. Il Cantico non parla d’amore in modo generico. Sta parlando invece esattamente e precisamente del rapporto monogamico eterosessuale perché, a detta del testo, è solo nella coppia monogamica che il rapporto d’amore è elettivo, peculiare ed esclusivo. Quindi stiamo parlando di un rapporto tra diversi, uomo e donna (Dio e umanità/popolo ebraico) in cui ognuno dei due partner è esaltato e apprezzato nella sua irriducibile diversità. Questo, ovviamente, non significa squalificare altre esperienze di amore umano o negare che vi sia dignità e rispettabilità in altre declinazioni affettive e che ciò non costituisca una sfida oggi per l’ortodossia delle tradizioni religiose.

Il punto è che si cerca di far dire al Cantico ciò che il Cantico non dice.

Mi lasci fare due esempi: nel libro di Heinz Heger (Gli uomini con il triangolo rosa) ci viene consegnata la testimonianza drammatica e altissima di martirio e fede cristiana di un pensatore omosessuale protestante. Un simile esempio di fede, spiritualità e determinazione deve essere compreso, apprezzato e valorizzato. Consiglio anche la lettura proprio su queste questioni delicate e ineludibili del saggio del pensatore omosessuale Douglas Murray (The Madness of Crowds: Gender, Race and Identity). E, ancora, rimanendo su questi temi, alla lettura del libro del rabbino ortodosso Steve Greenberg, Wrestling with God and Men: Homosexuality in the Jewish Tradition. Chiaramente capisco che vi siano persone che legittimamente rifiutano o hanno difficoltà serissime con la prospettiva proposta dai testi biblici. Ci si trova spesso di fronte a contraddizioni, ipocrisie, imbarazzi e dolenti drammi esistenziali. Ma, come dice lei, pretendere di far dire al testo ciò che chiaramente non afferma, mi pare un po’ troppo.

Prima ha accennato al fatto che nel Cantico si parla di un rapporto tra diversi: uomo e donna, Dio e umanità. Può spiegare meglio?

In ebraico uomo si dice Ish e donna Ishà, con l’aggiunta, ora semplifico per farmi capire, di una “à”. È come se in italiano dicessimo “uoma”. La parola Ià, Dio, è l’unione delle lettere diverse delle parole ebraiche per “uomo” e “donna”. Capisce cosa significa? Che per la tradizione ebraica il rapporto uomo-donna è un mistero, avendo a che fare, anche nel suo aspetto sessuale, unitivo, col Mistero: è un mistero che comunica il Mistero. Il Cantico dei cantici è il tentativo di descrivere questo rapporto tra Dio e il mondo, tra Dio e il singolo orante, tra Dio e Israele e, proprio sulla scorta di questa lettura per i cristiani, tra Dio e la Chiesa.

Quindi è un rapporto d’amore elettivo ed esclusivo, come un rapporto tra un uomo e una donna.

È così misterioso il rapporto tra uomo e Dio che per renderlo comprensibile, descrivibile, lo si paragona, lo si illustra con il rapporto umano, sessuale, tra uomo e donna. Come nel rapporto tra uomo e Dio, così anche nel rapporto tra uomo e donna essi si “conoscono” (termine biblico) rimanendo però irriducibili a se stessi, ovvero con una zona di inconoscibilità strutturale ove si incontra il totalmente altro.

E perché sono “abusive” le altre forme?

Perché il Cantico dei cantici non è evidentemente solo descrittivo, ma anche normativo: cioè indica alla società come essa si debba strutturare, ovvero basandosi in via ordinaria, archetipica e privilegiata sul rapporto monogamico (e non poligamico – ed è qui che si individua, per la prima volta nella storia, una svolta decisiva nel riconoscimento e nelle possibilità di implementazione dei diritti della donna) ed eterosessuale.

Da ormai diversi anni Benigni ha smesso i panni del giullare per vestire quelli del predicatore. Sono finiti i tempi dell’Inno del corpo sciolto, ora si misura con la Shoah, con Dante…

Su La vita e bella mi limiterò a ripetere quel che disse a suo tempo Liliana Segre: «Un filmetto senza pretese nella prima parte, terribilmente falso nella seconda». Per quanto riguarda Dante, ho l’impressione che Benigni sia molto scaltro. Ha capito che la tradizione ebraica e cristiana, anche se spesso negata e avversata, è ricca di capolavori, che ebrei e cristiani se ne rendano conto o meno. A fronte di una cultura laica ormai imbesuita, saccheggiata e in crisi, essa cerca di appropriarsi dei tesori di quelle tradizioni, spogliandoli dell’aspetto religioso, della fede in Dio.

Eppure in prima fila ad applaudire Benigni vediamo così tanti uomini di fede…

Appunto. Purtroppo oggi molti credenti sono così privi di spirito e fede, o disincantati o così confusi che s’innamorano di queste vacue riduzioni progressiste che stuprano i testi delle loro tradizioni, talora con persino la pretesa di rivolgerli contro la tradizione di appartenenza. È anche colpa dei dirigenti delle varie comunità religiose che, non riuscendo più a essere sufficientemente credibili e offrire contenuti esistenziali seri alle folle, accettano oziosamente le letture “benignesche” che svendono i tesori della loro tradizione al supermarket di una religiosità indistinta e superficiale, atea nel senso deteriore del termine. È colpa della loro sciatteria e arrendevolezza, che risponde alla logica del “tutto va bene, purché se ne parli”. Ma così, intanto, si diffonde un altro tipo di religione: quella di un “umanesimo post ebraico e post cristiano” senza più nulla né di ebraico né di cristiano. E questo non è nemmeno rispettoso di tante serie e buone persone rigorosamente “non credenti”.