Benedetto, papato spirituale vs dittatura anticristica

Le risposte di Ratzinger nel libro di Seewald, "Benedikt XVI: Ein Leben", dicono molto più di quanto emerso finora. Il potere dell’Anticristo non si rivela solo con la legittimazione di aborto e unioni gay, ma s’incarna in una «dittatura mondiale di ideologie apparentemente umanistiche» che esclude i cristiani fedeli dal consenso sociale. A ciò si legano la rinuncia e il titolo di «Papa emerito», con cui Benedetto XVI ha inteso rafforzare il potere spirituale della Chiesa. Che si fonda sulla preghiera.

Le parole di Benedetto XVI, trapelate dal libro fresco di stampa di Peter Seewald Benedikt XVI: Ein Leben, non sono passate inosservate. Aborto e unioni omosessuali, segni dell’Anticristo: questo è il succo di quanto emerso finora, di fronte al quale si è subito denunciata l’antimodernità di Ratzinger, chi per biasimarla e chi per elogiarla.

Ma nelle risposte di Benedetto XVI, riportate nella sezione finale del libro, è contenuto molto di più: c’è una lettura profonda del momento che stiamo vivendo, una (definitiva?) chiarificazione del senso delle sue “dimissioni” e del ruolo del Papa emerito, la manifestazione della realtà più profonda della Chiesa. Andiamo con ordine.

Si tratta di 20 domande che Seewald aveva rivolto nell’autunno 2018 al Papa emerito. Ratzinger gli aveva cortesemente risposto, ma, in una lettera del 12 novembre, aveva anche precisato che «quanto lei mi chiede, certamente si addentra molto nell’attuale situazione della Chiesa» e che la risposta a quelle domande «sarebbe inevitabilmente un immischiarsi nell’azione dell’attuale Papa. Tutto quello che va in quella direzione, lo dovevo e lo voglio evitare».

È importante tenere ben presente questo contesto: le affermazioni inedite di Benedetto XVI sono dunque delle indicazioni che vanno molto in profondità nella comprensione di quanto la Chiesa sta vivendo in quest’ora della sua storia e che, ad un certo momento, si è deciso di pubblicare, nonostante il rischio che possano essere intese come un’invasione di campo. Peraltro, proprio in queste risposte, Ratzinger fa presente che «l’affermazione che io mi immischi regolarmente nel pubblico dibattito è una distorsione malevola della realtà».

Il Papa emerito sintetizza questo nostro tempo come una «crisi dell’esistenza cristiana» che deriva direttamente da «una crisi della fede». È nella dimensione dell’apostasia in atto – che minaccia la presenza cristiana nel mondo – che occorre porsi.

La vera battaglia non è al livello delle problematiche interne della Curia romana; non è Vatileaks a minacciare il Papato («devo dire che il raggio delle cose che un Papa può temere viene considerato in modo troppo limitato»), ma nel manifestarsi dell’Anticristo in una dittatura mondiale, che porterà i cristiani fedeli ad essere esclusi dalla vita sociale: «La vera minaccia della Chiesa e quindi del ministero petrino [sta] nella dittatura mondiale di ideologie apparentemente umanistiche, la cui contraddizione comporta l’esclusione dal consenso di base della società». È in questo contesto più ampio che il Papa emerito si riferisce all’aborto, ai matrimoni omosessuali e alla produzione degli esseri umani in laboratorio, come segni di questa dittatura umanistica. E incalza: «La società moderna sta formulando un credo anticristico, opponendosi al quale si viene puniti con una scomunica sociale. La paura di fronte a questo potere spirituale dell’Anticristo allora è naturale e serve veramente l’aiuto della preghiera di un’intera diocesi e della Chiesa mondiale per resisterle».

Queste parole provvidenziali illuminano la situazione che stiamo vivendo: la sospensione delle Messe con il popolo, la sottomissione della vita della Chiesa alle pseudo condizioni igienico-sanitarie dettate dagli esperti di turno, è già un indice molto eloquente di qual è e sarà il posto della Chiesa nel mondo del tanto declamato nuovo umanesimo.

I nostri sono dunque tempi chiaramente anticristici e dobbiamo combattere «contro i Principati e le Potenze, contro i dominatori di questo mondo tenebroso, contro gli spiriti del male che abitano nelle regioni celesti» (Ef 6, 12), un combattimento che si affronta essenzialmente con la preghiera.

Ed è di fronte all’Anticristo che Papa Benedetto ha percepito di trovarsi, durante il suo pontificato, e anche ora, come Papa emerito. Se si entra in questa prospettiva, allora si è in grado di comprendere meglio le ragioni profonde della sua scelta e della “ostinazione” di mantenere il titolo di Papa emerito, tema che occupa buona parte delle questioni poste da Seewald.

Non è stata la corruzione della Curia, non è stata una minaccia a fargli compiere il passo del 2013, che egli aveva deciso definitivamente in cuor suo dall’agosto 2012, quando si trovava a Castel Gandolfo per rinfrancare un po’ le forze.

Seewald cerca allora di comprendere appieno il senso di quelle dimissioni, proponendo al Papa emerito l’analisi del filosofo Giorgio Agamben: con la sua rinuncia Benedetto XVI ha voluto rafforzare il potere spirituale della Chiesa e ha in qualche modo anticipato la separazione tra Gerusalemme e Babilonia, che convivono nella Chiesa e nel mondo. E qui Ratzinger «confessò e non negò e confessò» (cfr. Gv 1, 20); egli si aggrappa all’amato sant’Agostino per ricordare che alcuni sono nella Chiesa solo in apparenza e altri, senza saperlo, vi appartengono, e che «fino alla fine del tempo la Chiesa si evolve pellegrina fra le persecuzioni del mondo e le consolazioni di Dio» (De Civitate Dei XVIII, 51,2). Poi il commento alle parole del grande vescovo di Ippona: «Vi sono tempi in cui la vittoria di Dio sulle potenze del male si manifesta consolante e altre in cui la potenza del male ottenebra tutto».

Pare che ci troviamo nella seconda situazione, che non deve però far dimenticare che sempre «nella Chiesa si può riconoscere, in mezzo alle tribolazioni dell’umanità e al potere che genera confusione, il potere silenzioso della bontà di Dio». Ed è a motivo di questa tenebra fitta, di questo ergersi dell’Anticristo, che dev’essere compresa la scelta di lasciare la guida “attiva” e, nel contempo, di mantenere il titolo di Papa emerito.

Ratzinger passa in rassegna il dibattito che, ai tempi del Vaticano II, aveva portato alla definizione giuridica del “vescovo emerito”, soluzione trovata dal vescovo di Passau, mons. Simon Konrad Landersdorfer: «Emerito significa che non era più titolare attivo della sede vescovile, anche se stava nella particolare relazione di un vescovo nei confronti della sua ex-sede. Pertanto era, da una parte, indispensabile tener conto della necessità di definire il suo ufficio in relazione ad una reale diocesi, senza però farlo diventare il secondo vescovo della diocesi. La parola “emerito” significava che aveva ceduto pienamente il suo ufficio, ma il suo legame spirituale verso la sede che aveva finora, adesso era riconosciuto anche come qualità giuridica». Il legame spirituale, nell’ottica della fede, non è qualcosa di accessorio, un contentino per farti sentire ancora utile; al contrario, l’essenza dell’incarico spirituale «è servire la sua diocesi dall’interno, dalla parte del Signore, nell’essere orante con e per».

Ma è possibile affermare la stessa cosa per il Papa? Risposta: «Non si comprende perché questa figura giuridica non dovrebbe essere applicabile al vescovo di Roma. In questa formula abbiamo ambedue le cose: nessun pieno potere giuridico concreto, ma un’assegnazione spirituale che, anche se invisibile, rimane», perché questa «unione spirituale non può essere tolta in nessun modo». È questa “la rivoluzione” voluta da Ratzinger con la sua scelta: che la forza spirituale sia pensata come qualcosa di essenziale per la Chiesa, come la realtà più profonda. E come tale venga riconosciuta anche giuridicamente.

Di fronte ai continui, inutili e dannosi tentativi di voler riformare la Chiesa modificando l’assetto della Curia, inventando “nuovi” piani pastorali, etc., Benedetto XVI ha in qualche modo imposto il primato della dimensione spirituale, mediante il riconoscimento giuridico del Papa emerito. Il suo è stato un atto radicale per spingere i cristiani a capire che la preghiera è sostanza, che la dimensione spirituale è prioritaria e più concreta di qualsiasi azione materiale, perché significa agire «dall’interno, dalla parte del Signore».

Agamben aveva colto nel segno. È principalmente a questo livello che la grande battaglia del nostro tempo dovrà essere combattuta.

Articolo con la collaborazione di Katharina Stolz