Beirut, rabbia e riscatto nel Ground Zero libanese: «Ci risolleveremo»

Viaggio nel vuoto della capitale libanese sconvolta dall’esplosione: la ricerca dei corpi, «i ragazzini delle scope», le teorie del complotto, l’appello a Macron: «Liberaci da questa classe dirigente di inetti»

Rabbia. Tanta rabbia. Assieme a frustrazione, risentimento e una gran voglia di rivalsa contro la classe politica e il sistema settario che l’ha promossa. Cerchiamo di dare un nome e un significato ai sentimenti che scuotono le strade tra il porto e il centro della capitale libanese. Una rabbia così profonda che ieri erano in tanti ad avere eletto per acclamazione loro nuovo premier Emmanuel Macron, in visita per un giorno tra le rovine generate dall’esplosione di martedì scorso. «Presidente ci salvi lei. Ci aiuti a liberarci da questi politici inetti», gridavano e scrivevano per le strade ringraziando il leader francese. «Impiccate i responsabili», minacciavano invece riferiti ai loro dirigenti. Con la necessità però di specificare un elemento importante: la deflagrazione ha investito soprattutto i quartieri cristiani tradizionali, che vanno dalla zona del porto a Jamaizeh, la via ricca di bar e ristoranti della movida notturna tradizionale, sino alla zona vecchia di Ashrafieh, una delle roccaforti della Falange ai tempi della guerra civile nel 1975-90. Va aggiunto che i quartieri più poveri del sud-ovest, dove sono concentrati gli sciiti e le basi militari di Hezbollah, sono praticamente intatti. Così pure quelli sunniti verso la vecchia strada commerciale Hamra e le colline. E ciò non può che alimentare le teorie dei complotti, oltre che aggiungere benzina sul fuoco delle antiche divisioni settarie.

Il cratere al porto

Siamo atterrati ieri verso le tre del pomeriggio in una città ancora sotto shock. Guardando dall’alto la zona del cratere attorno ai moli sul mare è impressionante vedere l’intera area delle dogane, dei grandi silos di grano e dei capannoni assolutamente rasi al suolo. Ci vorranno forse anni per rimettere il porto in funzione. Ma sono soprattutto i grandi palazzi di cemento, vetrate e alluminio tutto attorno a lasciare interdetti. «La mia fidanzata armena viveva al quattordicesimo piano di Skyline, che è il palazzone a quaranta piani proprio di fronte al porto. Tutti gli appartamenti sono stati spazzati via. L’onda d’urto ha sfondato le finestre che guardano al mare e si è sfogata su quelle verso la montagna. Uomini e cose sono stati scaraventati di sotto. Non la troviamo più», racconta il 28enne Achmad Assoun che incontro camminando tra le vie ingombre di macerie.

Le proteste

Piazza dei Martiri, simbolo della ricostruzione dopo la fine della guerra, sino a ieri era invasa dalle tende dei movimenti di protesta, che dall’ottobre scorso chiedono una nuova costituzione su basi non settarie e il ricambio della «classe politica corrotta». Ora le tende sono occupate da gruppi di giovani, che in modo del tutto spontaneo si offrono di aiutare. «Se non c’è il governo allora ci penseremo noi», gridano. E questo loro grido risentito lo troverò di continuo sino a sera. Non ci sono spazzini, mancano i pompieri, non c’è un servizio di soccorso civile organizzato dal centro. Però ovunque s’incontrano i «ragazzini delle scope», spesso giovanissimi, che si danno da fare come possono.

L’abbraccio a Macron

Verso le diciassette per Jamaizeh transitano una ventina di pompieri francesi. E partono applausi plateali. Una ragazza li abbraccia offrendo acqua fredda e focaccine calde condite di zatar e olio. Lo stesso abbraccio che poco prima ha ricevuto Macron da un’anziana in lacrime. «Per favore ci aiuti a fare fuori questi criminali», gli ha sussurrato. Quell’abbraccio in serata veniva replicato all’infinito dalle televisioni nazionali. Anche perché Macron non si è tirato indietro: ha parlato pubblicamente della necessità di «rifondare la politica libanese». «Che questa tragedia sia l’occasione della ricostruzione», ha aggiunto, perorando la necessità di «un’inchiesta internazionale sulle cause dello scoppio».

La convinzione popolare

E qui tocca davvero nervi scoperti. Nonostante le tante evidenze che si sia trattato di un incidente per incuria e superficialità, in Libano cresce la convinzione popolare sull’origine dolosa. «Ovvio che qualcuno ha tirato un missile. Lo abbiamo sentito e visto tutti», dicono nel San Miguel, un ristorante messicano bello, ma devastato. «Ho subito danni per almeno 80.000 dollari. Avevo aperto in ottobre, poi sono stato chiuso quattro mesi causa virus. A metà giugno si era ripreso. Ma ora come faremo? Dovremo cavarcela da soli, come sempre lo Stato non sborserà una lira», dice il proprietario, il trentenne Sherben Mazir. «Credo che l’attacco sia stato architettato da Hezbollah che intende spostare l’attenzione dall’imminente verdetto al processo contro gli assassini di Rafiq Hariri», aggiunge. Con lui ci sono una quindicina tra cuochi e camerieri, tutti impegnati a pulire le macerie dal giardino dove stavano i tavolini.

Le lacrime di Talia

Nel palazzone vicino la famiglia della 31enne Talia Ashi piange nell’appartamento disastrato. Il padre è all’ospedale e anche il cameriere filippino, che pare gravissimo con una ferita alla testa. «Mia sorella stava scendendo verso il centro con l’auto, quando nei pressi del palazzo presidenziale di Babda ha visto chiaramente un missile sparato da un jet colpire il porto. Non so chi sia stato: Israele, la Siria, Hezbollah? Non è facile capire. Il Libano è sempre stato al cuore di sfide altrui», dice. Talia però ha altre preoccupazioni. Da due anni non trova lavoro. Vorrebbe farsi una famiglia, ma è costretta a restare a casa. «La crisi economica è molto peggiore dell’esplosione. Ci mette tutti in ginocchio. Toglie significato alle nostre vite», dice di fronte alla parete della sua camera rovinata nel giardino tre piani sotto.

La crisi strutturale

Le fa eco Karim Abi Khalil, 32 anni, elettricista. «Nonostante tutto anch’io sono disoccupato», protesta. E lo dice mentre sia nella sua camera che tutto attorno per la strada si notano grovigli confusi di fili elettrici da riparare. Com’è possibile? «Fatto è che la nostra crisi è strutturale. Non ci sono più contanti. Le banche non fanno credito, mancano materiali e mezzi di trasporto. Non abbiamo modo di ricostruire», si lamenta. Tornando verso l’area degli edifici lussuosi ricostruita dalle compagnie di Rafik Hariri ormai tre decenni fa, s’incontra in Rue Pasteur l’ospedale cattolico delle «Soeurs du Rosaire». La superiora è affranta. «Disponiamo di oltre 200 letti. Avremmo potuto aiutare. Ma l’ospedale è inagibile. Tutti i pazienti sono stati trasferiti», dice. Verso le otto di sera i militari iniziano ad imporre il coprifuoco notturno. Le vie si svuotano. Ma per i prossimi giorni sono previste grandi manifestazioni di protesta.