Beethoven e la Messa solenne, tra titanismo e fede

Il 16 dicembre di 250 anni fa nasceva Ludwig van Beethoven, uno dei più grandi geni della musica, colpito dalla sordità sul finire della vita terrena. Lasciò un’impronta vigorosa nel campo dell’armonia, prendendosi licenze a tratti spregiudicate. Cattolico, ma forse poco praticante, scrisse una Missa solemnis che si presta a un duplice giudizio, frutto del suo titanico mondo interiore e del grido a Dio, a volte disperato, altre giubilante

Il 16 dicembre 1770, nasceva a Bonn Ludwig van Beethoven, uno dei più grandi geni della tradizione musicale occidentale. Quindi, sono oggi 250 anni dalla nascita di questo grandissimo musicista. Musicista che fu molto tormentato anche per via della sua sordità, che lo affiggerà negli ultimi anni della sua vita (morirà nel 1827 a Vienna) e che naturalmente fu per lui un’autentica tragedia impedendogli di ascoltare le opere che creava. Fu anche probabilmente infelice nella sua vita privata, il che fa di lui uno dei tipici esempi del musicista tormentato, genio e sregolatezza. Un’immagine con tutta probabilità non molto accurata ma alimentata anche da una certa narrativa e da un certo marketing.

Ludwig van Beethoven è uno dei marchi più riconoscibili della musica classica occidentale. Si trova a prendere la tradizione del periodo classico e a portarla in quello romantico, espandendo forme e compagini esecutive per cercare di dare vita a quelle visioni musicali che cominciavano a sentirsi strette nelle regolarità illuministiche del ‘700. In lui si muoveva come una forza bruta che cercava di forzare le costruzioni formali che ben avevano funzionato per i musicisti prima di lui ma che ora sembravano insufficienti ad esprimere il suo titanico mondo interiore.

Massimo Mila, nella sua Breve storia della musica, scriveva: «L’armonia era il campo in cui si sentiva più forte il bisogno di libertà. Beethoven vi stampò un’orma vigorosa, con una spregiudicatezza che a mezzo secolo di distanza lascerà ancor perplesso un ardente romantico come Berlioz. Attorno all’uso di determinati accordi e successioni d’accordi si scateneranno vere battaglie, e va da sé che spesso le locuzioni “proibite” verranno cercate senza reale necessità, impiegate semplicemente come battagliera professione di fede. Artisti che nell’Ottocento conservarono intatta la purezza armonica e il rispetto delle regole classiche furono odiati con furore dai novatori, come simbolo d’oscurantismo retrivo. Fu il caso di Cherubini (cfr. cap. XVII, § 2), artista pur degno di sommo rispetto, autore di musica sacra e strumentale straordinariamente ben fatta, e nella cui correttezza formale e lessicale non manca un soffio di robusta vita interiore, ma che ebbe il solo torto di sopravvivere troppo a lungo alla propria età migliore, in una posizione che troppo si prestava a farlo apparire come il tiranno della vita musicale francese (fu direttore del Conservatorio di Parigi dal 1822 al 1842)».

Beethoven era cattolico, ma probabilmente non molto praticante. Ad un certo punto della sua vita, nel 1818, per la consacrazione episcopale dell’arciduca Rodolfo d’Asburgo, scrisse una Missa solemnis per soli, coro, organo e orchestra (op. 128 in re maggiore) che terminerà nel 1823. Sulla Civiltà Cattolica, padre Giandomenico Mucci dirà su questo lavoro: «(La) Missa solemnis è esposta a due opposte interpretazioni. C’è chi, come Vincent d’Indy e quanti sono sensibili al puro testo liturgico, pensa che quest’opera somma esprima la fede cattolica e che in essa Beethoven avrebbe dimostrato la sua devozione verso la dottrina della Chiesa romana. E c’è chi pensa che l’artista sia stato un cattolico sui generis, intimamente fedele al deismo illuministico del XVIII secolo, con un’evidente propensione al panteismo. Forse, il giudizio più equilibrato resta quello di Eduard Herriot, secondo il quale la Missa solemnis possiede un suo accento religioso, qualunque ne sia la religione. Giudizio del tutto condivisibile. Chi ascolta il Kyrie, il Sanctus e il Benedictus di questa Messa fa un’esperienza religiosa che innalza fino alla soglia del divino inesprimibile».

In effetti questo duplice giudizio è comprensibile, in quanto questa Messa lascia frastornati. Questo perché è veramente un monumento sinfonico corale, evidentemente senza troppe preoccupazioni di osservare le convenienze liturgiche. Sappiamo che Beethoven aveva comunque studiato il gregoriano e la tradizione musicale della Chiesa cattolica prima di comporre questa Messa. Ma al momento della scrittura, ci sembra, il suo titanismo interiore aveva preso il sopravvento. Nel Kyrie notiamo questo tono solenne ossequioso anche del contrappunto che si richiama al rinascimento riletto nel Gradus ad Parnassum di Johann Joseph Fux. Nel Gloria sembra echeggiare la memoria di Georg Friderich Händel, musicista che Beethoven prediligeva. E qui il tono si fa ancora più monumentale e solenne, quasi una statua sonora alla gloria di Dio. Fino all’apoteosi finale.

Non si pensi che in questa Messa ci siano soltanto toni roboanti, ci sono anche momenti di intensissima ispirazione spirituale. Lo spirituale è presente anche nei momenti di grande giubilo sonoro, è il compositore che cerca di costruire un monumento fatto di suoni a quella divinità con cui forse aveva anche un poco bisticciato in vita. Poi, se è vero che la forma possente della musica sembra quasi forzare le convenienze liturgiche, bisogna anche dire che l’autore cerca di rispettarle pur nella loro espansione dovuta alla natura della composizione.

Insomma, c’è da dire che questa Messa è certamente un vertice della musica sinfonico-corale, una composizione straordinaria in cui l’autore eleva un grido a volte disperato, a volte giubilante a quel Dio che tanto gli aveva dato ma anche tanto gli aveva tolto.