Barbara Sambuco: “La nostra fabbrica stava per chiudere. Fra un mese dovrà produrre il vaccino per tutta Europa”

È la direttrice della Catalent di Anagni, lo stabilimento per l'infialamento del vaccino che si trova nel Lazio e produrrà 50 milioni di dosi al mese. "Inizieremo a metà ottobre. Dovremo raggiungere volumi enormi. Abbiamo assunto cento persone. E pensare che a dicembre alcuni piangevano per paura di perdere il lavoro"

“Non sono solo fiale. È un’emozione”. Ad Anagni, in provincia di Frosinone, si trova lo stabilimento che si occupa dell’infialamento del vaccino di Oxford. Da qui a novembre usciranno le dosi per tutta l’Europa. Barbara Sambuco, chimica, 53 anni, è direttrice generale della fabbrica da 30mila metri quadri che fa capo alla multinazionale americana Catalent. “Cinque milioni di fiale, ognuna con dieci dosi. Un totale di 50 milioni di dosi al mese: quello che per un farmaco biologico si produce in un anno. Nella prima fase, da metà ottobre, tutta la produzione europea del vaccino di Oxford e AstraZeneca uscirà da qui. Poi, immagino ci affiancheranno altri stabilimenti. Da soli non ce la faremmo. Sono volumi enormi”. Per far fronte alla pandemia, ad Anagni sono state assunte cento persone, oltre alle 650 già impiegate. “Le stiamo formando. È da luglio che facciamo prove su prove. E pensare che all’inizio dell’anno scorso abbiamo temuto di chiudere”.

Qual è il vostro lavoro esattamente?
“Qui arriva il principio attivo del vaccino. Noi abbiamo il compito di mescolarlo con gli eccipienti, filtrarlo e riempire le fiale. Il tutto in condizioni di totale sterilità”.

Come arriva il principio attivo?
“In container capaci di mantenere la temperatura fra meno settanta e meno ottanta. Arriveranno dai vari stabilimenti di AstraZeneca in Europa. Non sappiamo esattamente dove. Li scaricheremo in stanze a temperatura e umidità controllata, dove attenderemo che si scongelino in modo il più possibile omogeneo. Poi riverseremo il liquido in grandi contenitori e lo mescoleremo con gli eccipienti, che non possono essere citati per ragioni di brevetto. La soluzione alla fine verrà filtrata e versata nelle fiale”.

State lavorando solo per AstraZeneca?
“Più in là infialeremo anche il vaccino di Johnson&Johnson. Ma AstraZeneca è più avanti con le sperimentazioni. Arriverà prima. Ci aspettiamo i primi carichi a metà ottobre e una produzione che entrerà a regime a novembre”.

Il principio attivo del vaccino è un adenovirus inattivato e modificato geneticamente. Per questo deve essere lavorato in condizioni sterili?
“Tutti i farmaci biologici iniettabili usati per esempio in oncologia hanno bisogno di condizioni totalmente sterili. Noi ad Anagni siamo al primo vaccino, ma il processo non cambia molto rispetto ad altri farmaci. Abbiamo linee di produzione completamente isolate. Le macchine lavorano in modo separato dagli operatori, per evitare contaminazioni reciproche. Ora stiamo testando la sterilità nella maniera più rigorosa possibile, per superare tutti i test delle autorità regolatorie. I tempi di lavorazione a temperatura ambiente devono essere molto rapidi, parliamo di ore, per poi riportare il prodotto finito a 2-8 gradi e avviarlo alla distribuzione”.

Come vi siete ritrovati al centro di questa tempesta?
“I nostri precedenti proprietari, Bristol Myers Squibb, ci hanno venduto a dicembre dell’anno scorso. Ricordo i dipendenti in lacrime, i timori per i posti di lavoro, i discorsi che io facevo ai dipendenti sulla fine dei matrimoni e sulle nuove possibilità che si aprivano. Del coronavirus non sapevamo ancora nulla. Ma io credevo molto in quel che dicevo”.

Perché AstraZeneca e Johnson&Johnson vi hanno scelto?
“Perché ci siamo ritrovati con uno stabilimento avanzatissimo, dopo che Bristol Myers Squibb aveva speso molti milioni per rinnovare gli impianti, non dico vuoto ma con molta capacità libera per produzioni sterili. Offriamo l’opportunità più unica che rara di una fabbrica con una grande capacità produttiva proprio nel momento in cui il mondo ha bisogno di fabbricare volumi enormi, impensabili prima, di vaccini. E poi abbiamo un personale straordinario. In tutti questi mesi abbiamo lavorato insieme con loro nel preparare lo stabilimento alla vendita, fianco a fianco ai nostri sindacati. Insieme con loro abbiamo preparato le viste per i nostri nuovi clienti. I nostri dipendenti non si sono mai tirati indietro, durante il lockdown. L’assenteismo non è praticamente esistito da noi. Prima del coronavirus fabbricavamo farmaci contro i tumori. Non potevamo fermarci. E anche ora so che posso contare su tutto il personale, per affrontare gli imprevisti. Sono persone di grande qualità umana e professionale. Devono far funzionare lo stabilimento 24 ore su 24 sette giorni su sette”.

Che tipo di imprevisti?
“Il Covid ha sconvolto tutti come una tempesta. Il nostro lavoro non dipende solo da noi. Abbiamo bisogno dei fornitori di vetro e di tappi, che sono stati messi in crisi dalla pandemia. Sono materiali fatti apposta per i vaccini. I tappi, in particolare, devono essere fatti di mescole inerti per non interagire con il contenuto. Anche molti dei contenitori che usiamo per la produzione sono plastiche speciali usa e getta. Lo so, raccontata cosi, sembrerebbe  che il nostro non sia un lavoro amico dell’ambiente, ma dobbiamo evitare l’acciaio o altri materiali che potrebbero assorbire o creare interferenze con il prodotto. I nostri fornitori hanno visto esplodere gli ordinativi, ma noi dobbiamo essere sicuri che tutti i meccanismi dell’ingranaggio funzionino in modo sincrono”.

Lei ha una voce molto combattiva, ma il suo non deve essere un ruolo facile.
“Ho 53 anni, l’età dello stabilimento. Lo spirito è ancora fanciullesco. Ma so che dopo questa prova mi sentirei pronta per la pensione, se potessi, non perché priva di energie, ma perché credo di aver raggiuto il massimo che si possa ottenere nel mio ruolo: uno stabilimento con un brillante futuro popolato da colleghi che non si sono mai arresi”.