AUGUSTO DEL NOCE – Il suo secolo breve

Il suicidio del marxismo, la scomparsa del cattolicesimo e il partito radicale di massa.

Mise in guardia la Democrazia Cristiana, fra le cui fila fu eletto in Senato, perché secondo lui era diventata il “partito della sociologia”. “Sta vivendo una decadenza culturale che la condurrà in tempi brevi alla decadenza politica”, dirà nel 1989 pochi mesi prima di morire. Temeva la disfatta culturale. Incalzava la stessa chiesa e si prese di “De Maistre redivivo”. Dei liberali puri, Del Noce non sapeva che farsene. Dei comunisti, li dava per spacciati. Dei cattolici inquadrati, li vedeva travolti da una scristianizzazione che non era banale anticlericalismo, ma il successo e il suicidio della cultura contemporanea. Nel 1971 chiuse così il suo intervento su “Tramonto o eclissi dei valori tradizionali?”: “La prima condizione perché l’eclissi abbia termine e il cattolicesimo esca dalla sua crisi è che la chiesa riprenda la sua funzione: che non è di adeguarsi al mondo, ma, al contrario, di contestarlo”.

Il 23 agosto 1984, cinque anni prima della sua morte, Augusto del Noce scrisse: “Sono rimasto assolutamente isolato e perciò condannato all’autodistruzione, per non aver aderito a nessuno dei movimenti, a cui avrei potuto aderire. E l’autodistruzione aumentò quando mi allontanai dall’antifascismo”. Inviso alla cultura laica dominante come a quella cattolica conciliare, anche in occasione dei trent’anni dalla sua scomparsa Del Noce è stato tenuto ben lontano dalla vista del pubblico e dell’opinione pubblica. Non poteva forse che essere così, per uno che criticava radicalmente l’Illuminismo, l’occidente e la borghesia. Lo disse già Norberto Bobbio, suo amico e avversario culturale: “A lungo Del Noce è stato un pensatore isolato tanto nell’ambiente della filosofia cattolica quanto in quello universitario”.

Mise in guardia la Democrazia Cristiana, fra le cui fila fu eletto in Senato, perché secondo lui era diventata il “partito della sociologia”. “Sta vivendo una decadenza culturale che la condurrà in tempi brevi alla decadenza politica”, dirà nel 1989 pochi mesi prima di morire. Temeva la disfatta culturale. Incalzava la stessa chiesa e si prese di “De Maistre redivivo”. Dei liberali puri, Del Noce non sapeva che farsene. Dei comunisti, li dava per spacciati. Dei cattolici inquadrati, li vedeva travolti da una scristianizzazione che non era banale anticlericalismo, ma il successo e il suicidio della cultura contemporanea. Nel 1971 chiuse così il suo intervento su “Tramonto o eclissi dei valori tradizionali?”: “La prima condizione perché l’eclissi abbia termine e il cattolicesimo esca dalla sua crisi è che la chiesa riprenda la sua funzione: che non è di adeguarsi al mondo, ma, al contrario, di contestarlo”.

Una parte della sinistra lo ammirava. Come il marxista Galvano Della Volpe, maestro di una generazione di intellettuali comunisti, che diceva: “Avessimo noi uno straccio di marxista con la forza di Del Noce”. In tanti però gli fecero terra bruciata attorno. Come ha ricordato uno dei suoi biografi Massimo Tringali, “Del Noce fu cacciato dalla redazione della Rivista di Filosofia di Nicola Abbagnano e, quando nel 1976 si riunirono gli Stati Generali della Cultura Cattolica italiana, Del Noce non fu neanche invitato, insieme a Sergio Cotta, perché ‘destrorso’”.

Pubblicava con la “fascistoide” e benemerita casa editrice Rusconi, quella di Alfredo Cattabiani, e trovava spazio nelle pagine culturali del Tempo diretto da Gianni Letta e nel settimanale ciellino Il Sabato. Studioso del marxismo, di Cartesio, della riforma cattolica, dell’ateismo, del comunismo, Del Noce aveva previsto il crollo del “dio che è fallito” di cui aveva parlato Ignazio Silone. “L’esito dell’eurocomunismo non può essere che quello di trasformare il comunismo in una componente della società borghese ormai completamente sconsacrata”, scriveva nel suo libro più famoso, “Il suicidio di una rivoluzione”. Un libro boicottato, a lungo ignorato, lasciato ai margini, come scriverà lo stesso Del Noce a Giuseppe Riconda in una lettera del 21 giugno 1979, dove lamentò che sul suo volume “il silenzio è stato completo”. A un convegno dell’aprile 1986, organizzato dal centro La Pira, Del Noce disse che persino la perestrojka sovietica era condannata a fallire: “La speranza di una evoluzione in senso socialdemocratico del regime sovietico, ispirata dalla relativa distensione di cui Gorbacev si è fatto portatore, è una pura illusione dei paesi occidentali. E’ più realistico invece sperare nell’ avvento di una maggiore libertà religiosa nell’Urss”. Poi, con la velata ironia che gli era propria, Del Noce disse: “Meglio non chiedere al comunismo più di quanto possa dare”.

“Si è passati da un nichilismo tragico a un nichilismo gaio, è lui il vero nuovo paziente della crisi”. E poi il nuovo conformismo

Diceva che “i cattolici progressisti si sentono spesso più vicini ai progressisti non cattolici, che ai cattolici non progressisti”. Aveva fatto esperienza nella Resistenza torinese, ma affermò che “l’antifascismo non è il contrario del fascismo, ma il fascismo all’incontrario” e che si sarebbe trasformato in una “religione civile”. Del 1984 il suo giudizio sull’islam: “Oggi sembra che solo l’islam abbia il potere sorprendente di attirare i giovani”. Riteneva che il marxismo sarebbe finito con il libertinismo del marchese De Sade, la rivoluzione sessuale, la contestazione morale, la società dei desideri e dei diritti. Nella terza edizione (1970) del suo “Problema dell’ateismo”, Del Noce individuava già nella miscela Sade-Marx-Freud l’esito della postmodernità. Il Sade che scriveva nelle “120 giornate di Sodoma”: “La vita umana è a tal punto insignificante che possiamo disprezzarla a nostro piacimento, quasi fosse quella di un gatto o di un cane”. Con questa nuova filosofia, il liberalismo e il consumismo potevano diventare i nuovi déi post-cristiani. “Qualunque sia la dottrina che deve succedere al cristianesimo, vediamo in Sade e Freud i precursori designati della sua etica”, scriverà.

Alla domanda su quale fosse il rapporto tra il marxismo e l’avvento di un nuovo nichilismo, così rispondeva: “Una volta, quarant’anni fa, si parlava, non del tutto a torto dell’esistenzialismo come del ‘paziente della crisi’. Oggi il paziente della crisi è il nichilismo. Il marxismo è riuscito nella sua opera di negazione dell’assolutezza dei valori. Il nichilismo che domina l’occidente è il riflesso di questa ‘riuscita-fallimento’ del marxismo”. Il Maggio Sessantotto era per lui la strada maestra verso il consumismo e il nichilismo della “società opulenta”, che Del Noce iniziò a criticare fin dal convegno promosso dalla Democrazia Cristiana a Lucca nell’aprile 1967. L’approccio di Del Noce al Sessantotto fu originale e paradossale. Scrisse ne “L’epoca della secolarizzazione” che il 1968 era l’anno “più ricco di filosofia implicita dal ‘45 a oggi”. In sostanza, Del Noce da avversario a quella temperie attribuiva una importanza culturale. L’estremismo politico che seguì quegli anni gli apparve come il prodotto della società del benessere “perché accetta supinamente lo stato di poltiglia frammentaria di quei principi ideali che sono all’inizio del processo che ha portato al sistema attuale; quel sistema che vorrebbe contestare”. Vide il tentativo di dissolvere “il cristianesimo in una vaga religione dell’umanità”. E un nuovo conformismo: “Il conformismo del passato era un conformismo delle risposte, mentre il nuovo risulta da una discriminazione delle domande per cui le indiscrete vengono paralizzate quali espressioni di ‘tradizionalismo’, di ‘spirito conservatore’ ‘reazionario’, ‘antimoderno’. Si giunge alla situazione in cui sia il soggetto stesso a vietarsele come ‘immorali’. È nella sua trasposizione al ‘morale’ che il totalitarismo raggiunge la sua forma pura”.

Allo stesso modo, tratteggiò un nuovo tipo di nichilismo. In una lettera del 1984 e pubblicata sul Corriere della Sera, Del Noce parlerà dell’avvento non “più del nichilismo tragico di cui forse si potevano trovare le ultime tracce nel terrorismo”. Quello attuale e corrente è il “nichilismo gaio” con la riduzione di ogni valore a “valore di scambio”. Si tratta dell’“esito borghese massimo, nel peggiore dei sensi, del processo che comincia con la prima guerra mondiale”.

Sul Sabato dell’aprile 1991, Del Noce scriverà di questo “totalitarismo di nuova natura, assai più aggiornato, assai più capace di dominio assoluto di quel che i modelli passati, Stalin e Hitler inclusi, non fossero. Dico si nasconde, ma sarebbe meglio dire che oggi si dichiara abbastanza apertamente; è il superpartito tecnocratico, che attraversa i partiti, che ha in possesso le sorgenti di informazione, che cura la propria apologia attraverso la casta degli intellettuali”.

“In Italia sono finanzieri alla De Benedetti e giornalisti corifei del più brutale ‘esprit bourgeois’ gli ispiratori del nuovo Pci”

Tutta la sua produzione filosofica ruotò attorno ad alcuni temi: il marxismo “laicizzato” e sconfitto sul piano culturale (oltre che storico) dal pensiero laico; il cattolicesimo assediato dallo stesso laicismo.

Nella sua “Idea di Modernità”, Del Noce scriverà che “non si tratta di inverare filosoficamente la religione, ma di constatare che, al modo delle divinità antiche, il Dio del monoteismo sta scomparendo senza lasciare traccia”. Era l’anti-Bobbio. E lo rivendicò allo stesso amico e filosofo torinese, in una lettera che gli inviò il 30 giugno 1957: “Ti mando un articolo su ‘Filosofia e Politica nel comunismo’, in cui puoi vedere alcune idee dell’Anti-Bobbio che vorrei scrivere”.

Nato a Pistoia l’11 agosto 1910 e morto a Roma il 30 dicembre del 1989, professore di Storia della filosofia all’Università di Trieste e di Storia delle Dottrine politiche e Filosofia della Politica alla Sapienza di Roma, Del Noce attaccò l’azionismo torinese per aver fatto dell’antifascismo l’ideologia religiosa della Repubblica, un errore storico che derivava dal considerare il fascismo come il male del secolo, il male assoluto, e non come una conseguenza quanto il comunismo sovietico del pensiero positivista moderno. Così, quando nel 1986 scoppia la polemica nota come Historikerstreit, Del Noce si schiera a fianco di Ernst Nolte, senza riserve. Si domandava, con non poca lungimiranza: “Non dice nulla che, in Italia, non solo finanzieri alla De Benedetti, ma anche giornalisti corifei del più brutale ‘esprit bourgeois’ siano gli ispiratori della dirigenza del nuovo Pci?”.

Attaccò quella “ideologia piemontese” che conosceva fin troppo bene con i suoi famosi “mercoledì all’Einaudi”, dove si stabiliva che cosa pubblicare e scartare. Al Meeting di Rimini del 1989, quattro mesi prima di morire, Del Noce si schierò contro i “padroni del pensiero” e disse, col Muro di Berlino ancora in piedi per altri quattro mesi, che la secolarizzazione sarebbe stata un avversario ben più temibile del fatiscente comunismo. L’avversario da battere non era più il vecchio laicismo crociano del “non possiamo non dirci cristiani”, ma un laicismo di tipo diverso, che “svuota la tradizione cattolica del suo nucleo essenziale per ridurla a semplice umanesimo, abito per tutti i gusti e adatto a ogni stagione”. Osservò che la morte di Dio “è necessaria alla società del benessere, che non tollera smagliature nel suo finalismo tecnico-produttivo”. Ed è qualcosa, scriveva, che “non ha precedenti nella storia della civiltà”. Si lamentò della “prevalenza della cultura progressista nella pubblicistica cattolica”.

Quattro mesi prima che il Muro di Berlino venisse giù disse che la secolarizzazione era un nemico più insidioso del comunismo

In una intervista alla Stampa nel 1986, il filosofo spiegò che “l’Urss, pur avendo rinunciato all’idea di utopia, crede pur sempre nei valori di potenza. Non solo, ma ha saputo recuperare certi valori intermedi come la patria, la famiglia. L’occidente invece, su questo piano, appare disarmato”. Vedeva buio, dietro le promesse del futuro. Vide l’avvento del “partito radicale di massa” e la “trasformazione della sinistra in un partito delle élite e degli intellettuali”.

In un saggio del 1983, “Perché quest’Italia non ci piace”, Del Noce scriverà che “se si volesse riassumere in una formula il senso della presente democrazia occidentale si dovrebbe parlare di una menzogna obbligata e sostanziale, cioè di una falsificazione obbligata di tutti i termini, a partire da quello indefinitamente ripetuto della inviolabilità della persona umana”. Avvertiva il rischio che, dietro le apparenze della democrazia più compiuta, si celasse un potere tanto più pericoloso in quanto neppure avvertito come tale. Fu la grande modernità di questo “antimoderno” della cultura italiana. Scortecciava l’intonaco dalla facciata scintillante del progresso. E ci vede le crepe di un imminente declino.