Attenzione ai segnali ambigui

Mentre altri Paesi europei, con meno morti di noi, si accingono, per le feste di Natale, ad adottare misure assai severe, in Italia è stata messa in discussione la raccomandazione a trascorrere i giorni di festa in esclusiva compagnia degli abituali conviventi. Dieci mesi fa l’Italia fu colpita per prima, Francia e Spagna non vollero capire che la pandemia avrebbe con ogni probabilità varcato i loro confini e qualche settimana dopo furono travolte. In autunno, invece, il contagio ha dilagato inizialmente in Francia, Spagna e persino in Germania. Toccava a noi far tesoro della lezione invernale e assumere ai primi di ottobre le decisioni che saremmo stati costretti a prendere a novembre

È preoccupante che per giorni il governo abbia preso in considerazione l’idea di cedere sul permesso di valicare i confini dei piccoli comuni a Natale, Santo Stefano e Capodanno. È preoccupante non perché quella concessione sarebbe stata priva, almeno in parte, di giustificazioni. Ma perché ciò che avrebbe indotto il presidente del Consiglio a compiere tale scelta è parso essere il desiderio di offrire un segnale di apertura alle forze politiche che, con baldanza o copertamente, da qualche giorno lo insidiano. Per «trattare» con chi cerca di sgambettarlo, il capo del governo si sarebbe dunque apprestato ad ammettere (implicitamente) che, quando varò il provvedimento per limitare gli spostamenti nei giorni festivi, non si era reso conto della differenza che c’è tra una metropoli con milioni di abitanti e un piccolo centro popolato da poche anime. E avrebbe finto adesso di riparare a quell’errore, tornando sui propri passi così da offrire agli italiani un’opportunità di ricongiungimento natalizio con i propri nonni. Mentre altri Paesi europei, con meno morti di noi, si accingono, per le feste di Natale, ad adottare misure assai severe (in primis la Germania), qui in Italia è stata messa in discussione la raccomandazione a trascorrere i giorni di festa in esclusiva compagnia degli abituali conviventi. E lo si è fatto per ragioni esclusivamente tattiche. Una sorta di «rimpasto sanitario» concesso alle parti politiche più insofferenti, attuato per giunta nel mentre la comunità scientifica, pressoché al completo, scongiurava di rinunciare a prendere misure di apparente buon senso che avrebbero però potuto avere conseguenze deleterie.

È sbagliato far paragoni con l’estate scorsa. Allora ci si poteva davvero illudere che il peggio fosse alle spalle. Ed era in qualche modo lecito coltivare tale illusione pur a dispetto del parere di molti medici che ancora esortavano alla prudenza. Sicché gli errori commessi a quell’epoca sono parzialmente perdonabili. Molto, molto parzialmente. Semmai una comparazione si può fare con le settimane tra la seconda metà di settembre e la prima di ottobre in cui il virus aveva ripreso a diffondersi in importanti Paesi europei e l’Italia non adottò per tempo le misure che avrebbero potuto porre argine alla cosiddetta seconda ondata. Si ripeté, a parti invertite, ciò che era accaduto alla vigilia della primavera. Dieci mesi fa l’Italia fu colpita per prima, Francia e Spagna non vollero capire che la pandemia avrebbe con ogni probabilità varcato i loro confini e qualche settimana dopo furono travolte. In autunno, invece, il contagio ha dilagato inizialmente in Francia, Spagna e persino in Germania. Toccava a noi far tesoro della lezione invernale e assumere ai primi di ottobre le decisioni che saremmo stati costretti a prendere a novembre. Cioè, imperdonabilmente, dopo ben quattro Dpcm, quando ormai il Covid aveva ripreso anche da noi a mietere vittime in abbondanza. Si privilegiò ad inizio autunno il desiderio di non compiere scelte che avrebbero potuto compromettere la stabilità politica e il risultato si è visto.