Assalto alle famiglie di mormoni. I narcos massacrano donne e bambini

Nove morti americani in Messico, 200 proiettili sparati: vendetta o errore? Trump offre aiuto militare. Il presidente López Obrador ha risposto con un grazie, ma ha sottolineato la sovranità del suo Paese. Non è però il tempo delle parole. Da gennaio a settembre sono stati registrati 26.638 omicidi — un record —, il governo ha dovuto rilasciare sotto minaccia il figlio de El Chapo e i generali hanno messo sotto accusa la strategia anti-crimine. Orrori quotidiani ignorati dai più, ma non per questo meno feroci con innocenti trucidati ma senza che i loro nomi facciano notizia.

Le Belve si sono sbagliate ed hanno sterminato tre mamme e sei bimbi. Oppure no. Le Belve non si sono sbagliate ed hanno voluto mandare un messaggio capace di superare i confini del Messico. Un massacro diverso da quelli quotidiani perché ha coinvolto degli americani.

Sono le 9.30 di lunedì mattina, tre Suv si muovono intorno a Bavispe, Sonora, a bordo tre donne e 14 minori. Si dirigono verso Nord attraverso la Sierra. Attorno alle 13 il mezzo guidato da Rhonita LeBaron, parte di una famiglia trapiantata da decenni nella regione, fora una gomma. Le amiche rientrano a Bavispe per trovare un’altra auto. Quando tornano sono inghiottite dall’inferno.

Rohita è stata assassinata, insieme ai figli: i gemellini hanno 8 mesi, poi gli altri di 12 e 10 anni. Un gruppo di sicari ha sparato dozzine di colpi provocando l’incendio della vettura. I corpi inceneriti sono legati ai seggiolini. I killer tirano ancora, senza pietà, oltre 200 proiettili. Una donna scende con le mani alzate e la centrano al petto, spezzano la vita dei piccoli, compreso uno che scappa nei campi. Coraggioso Dewin, 13 anni, riesce a nascondere la sorellina sotto dei rami e poi si mette in marcia per chiedere aiuto.

Ci vogliono ore prima che i parenti — armati — e i soldati raggiungano la zona: strade insicure per la presenza dei criminali e zona selvaggia, spiegano le autorità ammettendo il ritardo. Quando arrivano trovano il mattatoio. Miracolosamente è ancora in vita Faith Marie: qualcuno l’ha nascosta sul pavimento del sedile posteriore. Il bilancio è sconvolgente, le vittime hanno un’età compresa tra i pochi mesi e i 43 anni.

Militari, Guardia Nazionale e vigilantes ora riempiono la strada, si cercano i responsabili. Testimoni sostengono di aver visto circa 50-60 pistoleros. Ma per quale motivo hanno colpito?

Gli investigatori non escludono un errore, i criminali hanno scambiato i civili per rivali. È terra del Cartello di Sinaloa, dei sottogruppi Los Salaza e i Los Jaguares. È arena di faide, visto che l’America è a poche ore di distanza, qui passano clandestini, droga e qualsiasi cosa di illegale. Possibile che gli assassini non abbiano visto donne e bambini? Eppure, secondo la ricostruzione, l’imboscata è avvenuta in fasi diverse, le auto sono state trovate lontane una dall’altra (18 chilometri), c’era tempo di comprendere.

Altro scenario è quello di una vendetta contro i LeBaron. Imprenditori, un passato tumultuoso e violento, in passato sono stati presi di mira. Strano che non avessero scortato i familiari.

Insieme allo sdegno è arrivato il commento, su twitter, di Donald Trump. «È venuto il momento per il Messico — ha scritto — di scatenare una guerra, con l’aiuto degli Usa, contro i cartelli per spazzarli via. Noi aspettiamo solo una chiamata dal vostro nuovo grande presidente». Un’offerta di collaborazione diretta, dimenticando che da anni Washington fornisce intelligence e mezzi alla Marina messicana per contrastare il crimine. Il presidente López Obrador ha risposto con un grazie, ma ha sottolineato la sovranità del suo Paese. Non è però il tempo delle parole. Da gennaio a settembre sono stati registrati 26.638 omicidi — un record —, il governo ha dovuto rilasciare sotto minaccia il figlio de El Chapo e i generali hanno messo sotto accusa la strategia anti-crimine. Orrori quotidiani ignorati dai più, ma non per questo meno feroci con innocenti trucidati ma senza che i loro nomi facciano notizia.