Appello in Francia: «Senza la domenica, non possiamo vivere»

Vescovi, filosofi e imprenditori si uniscono per chiedere al governo di non chiudere le chiese e di autorizzare la partecipazione pubblica e fisica alla Messa durante il lockdown Molti cattolici si rifiutano di disertare le loro chiese, dove i fedeli vanno a trovare consolazione e speranza, in questi tempi difficili da affrontare da soli. La celebrazione della Messa non è per loro una modalità di esercitare la loro fede, ma ne costituisce la fonte e il punto più alto. L’Eucaristia non soltanto riunisce, ma costruisce la Chiesa; ne è il cuore e il centro vitale. Fin dalle origini della Chiesa, i cristiani hanno sempre affermato: «Senza la domenica, non possiamo vivere». Neanche le persecuzioni hanno mai scoraggiato i cristiani dal riunirsi il giorno del Signore.

Pubblichiamo una nostra traduzione dell’appello al governo uscito su Le Figaro e firmato da vescovi, filosofi e imprenditori (in fondo i nomi) perché durante questo secondo lockdown in Francia siano tenute aperte le chiese e sia garantito il rispetto della libertà di culto.

Proprio nel momento in cui il nostro paese entrava nel suo secondo periodo di confinamento, il triplice assassinio di Nizza è venuto dolorosamente a ricordarci che i cristiani pagano un tributo alto negli attentati terroristici. Tre persone sono state selvaggiamente massacrate in una chiesa per il solo motivo di essere cristiane. Già il 26 luglio 2016 padre Jacques Hamel era stato sgozzato a Saint-Étienne-du-Rouvray durante la Messa che stava celebrando.

Gli omaggi che si moltiplicano dappertutto in Francia, in questi giorni in cui siamo ancora sotto choc per la decapitazione del professore Samuel Paty, mostrano fino a che punto il nostro paese resti attaccato alle sue libertà fondamentali, messe in pericolo da questi crimini: libertà di espressione, libertà di insegnamento, libertà di culto. I cristiani in generale, i cattolici in particolare, sono sensibili ai tributi di simpatia e solidarietà che vengono loro rivolti. Sono coscienti del loro dovere di partecipare a questo sforzo collettivo, se necessario nella lotta contro il terrorismo islamico.

Eppure, proprio mentre si riafferma che la libertà di culto costituisce un diritto fondamentale da proteggere, questa viene ristretta nel suo esercizio da un divieto quasi totale di riunirsi negli edifici religiosi. Non la si considera infatti una «attività essenziale». Noi pensiamo al contrario che la libertà di culto non si possa mettere in discussione e che sia necessario lasciarla libera di esprimersi, soprattutto in questi tempi in cui viene minacciata. Se la «Repubblica assicura la libertà di coscienza» (legge del 1905, primo articolo), lo Stato di diritto deve rendere possibile l’esercizio e la pratica del culto.

Molti cattolici si rifiutano di disertare le loro chiese, dove i fedeli vanno a trovare consolazione e speranza, in questi tempi difficili da affrontare da soli. La celebrazione della Messa non è per loro una modalità di esercitare la loro fede, ma ne costituisce la fonte e il punto più alto. L’Eucaristia non soltanto riunisce, ma costruisce la Chiesa; ne è il cuore e il centro vitale. Fin dalle origini della Chiesa, i cristiani hanno sempre affermato: «Senza la domenica, non possiamo vivere». Neanche le persecuzioni hanno mai scoraggiato i cristiani dal riunirsi il giorno del Signore.

Questo nuovo confinamento, necessario per proteggerci dal virus, rappresenta un periodo particolarmente difficile e ansiogeno per tanti. Le Messe costituiscono uno dei rari momenti in cui i fedeli riprendono forza e coraggio per essere sostenuti. Vietarne l’accesso è una pena doppia per i cattolici, così provati nella loro fede. Non priviamoli di questi spazi di rinnovamento!

Se i luoghi di consumo e le grandi catene di distribuzione restano aperti, non potranno però soddisfare le aspirazioni più profonde del cuore e non saranno sufficienti a fugare le paure. Davanti all’epidemia di coronavirus, noi siamo coscienti delle precauzioni sanitarie che vanno prese e del rispetto di tutte le norme che bisogna osservare rigorosamente. Da quando il confinamento è finito, noi ci siamo fatti carico delle nostre responsabilità rispettando tutte le misure necessarie. Non sono stati rinvenuti focolai nelle chiese. Noi condividiamo totalmente la preoccupazione perché sia preservata la salute pubblica. Ma il divieto generale delle Messe ci sembra avere un carattere sproporzionato davanti al bisogno di riaffermare le nostre libertà più care, tra le quali c’è quella di praticare la religione. Noi vogliamo anche poter celebrare pubblicamente la Messa, in particolare la domenica. L’Eucaristia è il cuore della nostra vita.

Ci sembra dunque che questo tema debba interpellare tutti gli uomini che hanno a cuore le nostre libertà pubbliche fondamentali. Attraverso questo divieto della pratica religiosa è la libertà di culto a non essere rispettata. Davanti a questa situazione di profonda gravità, noi abbiamo presentato diversi ricorsi davanti al Consiglio di Stato già dopo la fine del confinamento di giugno e questi ha intimato al primo ministro di prendere misure meglio proporzionate ai rischi sanitari.

Firmatari: Marc Aillet, vescovo di Bayonne; Bernard Ginoux, vescovo di Montauban; Jean-Pierre Cattenoz, arcivescovo di Avignon; David Macaire, arcivescovo di Saint-Pierre e Fort-de-France; Dominique Rey, vescovo di Fréjus-Toulon; Charles Beigbeder, imprenditore; Rémi Brague, filosofo; Chantal Delsol, filosofa; Fabrice Hadjadj, filosofo; Jean d’Orléans, conte di Parigi; Pierre Manent, filosofo; Charles Millon, ex ministro della Difesa; Jean Sévillia, storico e giornalista; Thibaud Collin, docente di filosofia.