Annunciava il Vangelo in un’Italia lacerata dalle divisioni

San Bernardino da Siena e la sua predicazione con il monogramma “Jhs”

Il nome di Gesù era l’argomento principale, forte e ricorrente dell’attività apostolica di un frate francescano che nel XV secolo percorreva le contrade italiane a piedi, accompagnato solo da un asino carico dei suoi libri. Fra Bernardino veniva chiamato da principi e municipalità, ma anche da comunità religiose, per annunciare il Vangelo ed esortare alla conversione, in un’Italia lacerata da divisioni e lotte intestine. E non c’era predica che non finisse con il bacio di una tavoletta di legno con sopra impressa l’immagine del monogramma Jhs. Infatti egli era talmente convinto del valore salvifico del nome di Gesù che vi incentrò tutte le sue catechesi al popolo. Jhs sono le iniziali latine di “Gesù Salvatore degli uomini” (Iesus hominum salvator); ma sono fondamentalmente anche le tre prime lettere greche maiuscole del nome “Gesù” (ih ouc).

Bernardino da Siena (al secolo, degli Albizzeschi) era solito porgere al bacio del popolo quella tavoletta lignea che recava inciso il monogramma Jhs, sormontato da un Crocifisso e circondato da un sole d’oro in campo azzurro. Simbolicamente, il sole diffonde il suo calore benefico attraverso dodici raggi, a ciascuno dei quali il santo attribuiva una qualità: rifugio dei peccatori, vessillo dei combattenti, medicina degli infermi, sollievo dei sofferenti, onore dei credenti, splendore degli evangelizzanti, mercede degli operanti, soccorso dei deboli, sospiro di quelli che meditano, aiuto dei supplicanti, debolezza di chi contempla, gloria dei trionfanti.

Anche sant’Ignazio di Loyola e i suoi compagni scelsero il monogramma Jhs per sottolineare il legame particolare con Gesù caratterizzante la nascente Compagnia, che annovera tra i suoi religiosi anche Jorge Mario Bergoglio. Ignazio intestò molte lettere con Jhs, tanto che nella prima edizione degli Esercizi spirituali (1549) scelse come frontespizio proprio il monogramma iscritto in un sole.

Bernardino era nato a Massa Marittima, all’interno della Maremma toscana, l’8 settembre 1380, da una nobile famiglia di origine senese — suo padre era il governatore della città del Palio — e fu battezzato lo stesso giorno nella cattedrale dedicata a san Cerbone. Purtroppo, ben presto il lutto bussò alla porta della sua casa: aveva solo tre anni quando morì la madre e sei quando rimase orfano anche di padre. Venne così accolto in casa dalla zia Diana, dove rimase fino al 1391. Da Massa Marittima si trasferì poi a Siena, ospite dello zio Cristoforo degli Albizzeschi, che non avendo figli lo considerò come suo primogenito. Grazie a lui Bernardino poté studiare e dopo aver appreso le arti liberali del trivio (grammatica, retorica e dialettica) passò all’università dove frequentò corsi di diritto canonico per tre anni. Poteva aspirare a qualsiasi carriera gli fosse stata prospettata, ma iniziò a orientarsi alla vita religiosa. Si iscrisse alla Compagnia dei Battuti della Beata Vergine, presso l’ospedale della Madonna della Scala in Siena. Ne fu consigliere da dicembre 1400 a gennaio-febbraio 1401. Si distinse per la carità durante la peste che colpì la città nel 1400. Con dodici compagni, mentre infuriava l’epidemia si dedicò per quattro mesi alla cura degli appestati.

A ventidue anni, l’8 settembre 1402, entrò nell’ordine dei frati minori. Poco dopo aderì all’osservanza: non essendovi però in Siena nessun convento, si trasferì nel romitorio del Colombaio sul monte Amiata, praticando una vita di durissimo ascetismo. L’8 settembre 1403 emise la professione religiosa e l’anno successivo nello stesso giorno celebrò la prima messa.

Rimase al Colombaio fino al 1405, approfondendo gli studi teologici e preparandosi all’attività pastorale e alla predicazione. Una volta pronto, iniziò a girare per l’Italia centro-settentrionale, richiamando i fedeli alla conversione. Le sue prediche, scritte in latino e pronunciate in volgare, erano caratterizzate da un linguaggio molto popolare, immediato, efficace. Voleva che tutti comprendessero e fossero messi in condizione di riflettere sulla propria vita. Passava dalla critica delle false reliquie — come il latte della Vergine, del quale diceva che «è così abbondante che cento mucche non ne avrebbero fatto tanto» — all’esaltazione delle qualità di Maria e dell’ideale di povertà di san Francesco.

Uno dei suoi argomenti forti era la lotta contro l’usura. Si deve a un cimatore di panni, Benedetto di maestro Bartolomeo, se sono giunte fino a noi trascritte le 45 prediche che il santo tenne a Siena, in piazza del Campo, a partire dal 15 agosto 1427 per 45 giorni. Purtroppo, tanta attività apostolica che incontrava un seguito enorme di fedeli, suscitò pure le invidie e le gelosie di molti, persino di ordini religiosi, e così, Bernardino venne accusato di eresia, in particolare a causa del monogramma usato.

Venne istruito un processo contro di lui a Roma. Non poteva contare su appoggi in Curia in grado di aiutarlo, ma Bernardino seppe difendersi dalle accuse e venne assolto. Anzi, fu autorizzato a utilizzare nelle predicazioni il monogramma Jhs. Anche Martino v rimase affascinato da questo frate e il 4 luglio 1427 lo nominò vescovo di Siena, ma Bernardino rifiutò. Il Papa ci riprovò nel 1428 per destinarlo a Viterbo e nel 1431 a Ferrara. Il suo successore, Eugenio iv, nel 1435 avrebbe voluto eleggerlo alla sede di Urbino. Ma Bernardino declinò le offerte ogni volta. Nell’aprile 1428, invitato dal duca Filippo Maria Visconti, si recò a Milano, poi nel febbraio seguente andò a Venezia, dove fu colpito da una grave malattia. Si deve all’attività del santo il diffondersi in Italia dell’osservanza che, da movimento quasi eremitico e limitato a pochi frati, divenne un ramo importante del francescanesimo. Nel 1437 fu nominato vicario generale dell’ordine degli osservanti e nel 1438 venne scelto come vicario generale di tutti i francescani italiani.

Alla fine di aprile del 1444, percorse l’Umbria predicando, fino a quando fu chiamato all’Aquila. Vi morì il 20 maggio, nel convento di San Francesco. Nel 1445 fu iniziato il processo di canonizzazione. Dopo solamente sei anni, il 24 maggio 1450, venne proclamato santo da Papa Niccolò v. (nicola gori)