Angela regna tra le rovine di un partito allo sbando. Ma il suo mandato è a rischio

Eredi «divorati» e assedio da destra. Arriverà al 2021?

Alla fine, come Crono, Angela Merkel ha divorato un altro dei suoi figli, alias possibili successori. Come Christian Wulff, come Friedrich Merz. La drammatica uscita di scena di Annegret Kramp-Karrenbauer lascia l’eterna cancelliera ancora una volta dominatrice della scena, padrona della Cdu e gigante imprescindibile della politica tedesca. Ma questa volta, intorno a lei, c’è solo un paesaggio di rovine. E quella che nei giorni precedenti era sembrata una prova di forza, la determinazione con cui ha in apparenza chiuso la crisi in Turingia, si è rivelata solo un’illusione ottica. Merkel assomiglia ora a una Trummerfrau, una donna delle macerie, come vennero chiamate le milioni di tedesche che letteralmente ripulirono le città della Germania dai resti della guerra.

La Cdu è un partito diviso. È sfinita da 15 anni di «smobilitazione asimmetrica», da una politica cioè non più guidata da idee forti e tantomeno da posizioni ideologiche, ma dalle necessità del momento, dal sequestro delle posizioni altrui e dalla Stimmung, lo stato d’animo prevalente. Ed è lacerata tra quanti invocano un riposizionamento conservatore in nome degli antichi valori e quanti vogliono ancora credere nella formula, a lungo vincente, del centrismo merkeliano. Fuori AKK, la successione a Merkel si annuncia come una battaglia esistenziale per l’anima della Cdu, la sua natura di partito popolare, la sua vocazione a governare. E nessuno riassume l’angoscia prevalente meglio di Wolfgang Schäuble, il presidente del Bundestag e uno di coloro (padre più che figlio) che Merkel ha divorato, quando avverte che «il nostro prossimo candidato cancelliere potrebbe non diventare più cancelliere».

Erano bastate poche ore ad Angela Merkel a rimettere la chiesa al centro del villaggio, dopo la «rivolta degli schiavi» in Turingia, dove la locale Cdu aveva rotto il tabù della collaborazione con l’estrema destra nazionalista. Dimissioni del premier liberale eletto con i voti di Cdu e AfD, dimissioni del commissario del governo federale per l’Est che aveva applaudito la scelta, riconferma a chiare lettere che la strada del dialogo con l’ultradestra rimane sbarrata.

Ma ne sono bastate anche meno per capire che nulla è più come prima e che nella Cdu cova uno scontento profondo nei confronti di Merkel. Sopratutto nell’Est , dove le organizzazioni locali devono misurarsi ogni giorno con la madre di tutte le questioni: l’esistenza di una forza politica che, a dispetto delle sue chiare contaminazioni neonaziste, attira il consenso di un elettore su quattro.

Detto altrimenti, Angela Merkel non riesce più a compattare il partito dietro di sé. Di più, forse per la prima volta sembra aver smarrito il suo senso per il potere. Decisa a rimanere cancelliera, ha smentito il suo mantra del doppio incarico cedendo la presidenza della Cdu. E ha fatto un grossolano errore di valutazione personale e politica, gettando il suo peso dietro AKK e designandola come sua erede, solo per vederla accumulare gaffe, sbagli e sconfitte elettorali. E ora che lo ha corretto, si accorge che forse è poco ed è tardi.

E se probabilmente basta a garantire la momentanea sopravvivenza della Grosse Koalition, da questo momento non è più Merkel a dettare i tempi del suo potere. Tutto dipenderà da chi verrà eletto alla guida della Cdu in autunno. Fino ad allora, complice anche la presidenza tedesca della Ue che scatta a luglio, rimarrà cancelliera. Ma che lo sia fino al settembre 2021 da ieri è tutto da vedere. Forse, con AKK, Angela Merkel ha divorato una figlia di troppo.