Andare a Messa fa bene anche alla salute del corpo

La Messa? È un supporto fondamentale alla salute - e alla stessa felicità - di un popolo. Questa la  conclusione cui è pervenuta una nuova imponente ricerca scientifica. Chi pratica la fede ha basse percentuali di incorrere nei cosiddetti “decessi della disperazione”, dall’abuso di droghe, all’uso di alcol e allo stesso suicidio. 

La Messa? È un supporto fondamentale alla salute – e alla stessa felicità – di un popolo. Questa la  conclusione cui è pervenuta una nuova imponente ricerca scientifica che appare interessante non solo per i suoi contenuti, che passeremo subito ad illustrare, ma anche per il fatto che è stata pubblicata proprio in queste ore, in singolare coincidenza con la decisione – sia pure parecchio discutibile per modi e tempi – del governo italiano di consentire la ripresa delle funzioni religiose nelle chiese.

Ma torniamo alla nuova pubblicazione sull’importanza, per il bene comune, del culto religioso. Stiamo parlando di un lavoro significativo anzitutto perché uscito su JAMA Psychiatry, rivista peer-reviewed pubblicata dall’American Medical Association; non quindi una fonte di dubbia affidabilità, bensì una rivista altamente qualificata. Fra l’altro, la ricerca in questione ha come primo autore Ying Chen, nome che ai più può non dire molto, ma trattasi comunque di una studiosa della Harvard University, il che conferma che ci troviamo davanti ad un lavoro scientifico che ha tutti i crismi dell’eccellenza.

Al di là della sua matrice seriamente accademica l’aspetto più significativo della ricerca, intitolata Religious Service Attendance and Deaths Related to Drugs, Alcohol, and Suicide, sta però nel suo contenuto. Con essa, infatti, i suoi autori si sono proposti di esaminare quale legame esista fra l’assiduità alle funzioni religiose e le deaths from despair, espressione in origine coniata per descrivere le difficoltà della classe operaia statunitense e che, letteralmente, indica i decessi della disperazione, ossia quelle morti espressione o correlabili all’abuso di droghe, all’uso di alcol e allo stesso suicidio. Per approfondire tale aspetto, si è considerato un campione vastissimo, composto da oltre 66.400 infermiere e 43.100 professionisti sanitari.

Osservando questo vasto campione, rappresentativo di entrambi i sessi, si è visto che nell’arco temporale monitorato tra le donne 75 hanno ceduto alla «morte per disperazione» (43 delle quali tramite suicidio, e il resto dovuto cirrosi, intossicazione, ecc.), mentre tra gli uomini siffatti decessi sono stati più di 300 (con ben 197 suicidi). Dinnanzi a tale scenario, è stata grande per Ying Chen e colleghi la sorpresa, quando costoro hanno messo sotto controllo tutta una serie di fattori confondenti per mettere in rilievo l’eventuale influenza del culto religioso.

Quel che i ricercatori si son trovati davanti, infatti, è che la frequenza ad un luogo di culto e preghiera almeno una volta la settimana è associata ad una riduzione molto consistente delle deaths from despair; più precisamente, si è visto come tra gli uomini praticanti il rischio di tali decessi si riduce, rispetto gli altri, del 33%; per le donne praticanti addirittura del 68%. Un calo che ha colto di sorpresa gli stessi autori della ricerca, i quali non hanno potuto fare a meno di osservare come tali riscontri siano doppiamente significativi in tempo di pandemia, quando cioè la disperazione – per cause economiche o di salute – rischia di prendere il sopravvento.

Ora, benché questo pur pregevole studio abbia qualche limite non consideri, per esempio, in modo diversificato i culti religiosi – che non sono affatto, come noto, tutti uguali né tutti cattolici -, resta il fatto che esso sia stato condotto considerando dati statunitensi, e cioè di un popolo dove comunque i cristiani hanno ancora il loro bel peso. Inoltre, quel che risulta particolarmente attuale è il richiamo che la pubblicazione scientifica in parola fa al valore pubblico della fede religiosa. Veniamo infatti da decenni in cui, complice una certa mentalità laicista penetrata ahinoi anche in casa cattolica, si è fatto largo l’idea della fede religiosa come affare privato tra il fedele, la sua coscienza e, se esiste, Dio: stop.

Ebbene, questo nuovo studio ci dice l’esatto contrario, mettendo in luce come il recarsi in chiesa abbia molto a che vedere non solo con la dimensione spirituale, ma anche con quella della salute; e se la salute ne è beneficiata, ecco che allora le chiese risultano veri e propri pilastri per il bene comune. Anche per il bene stesso dei non credenti, se pensiamo che la sanità pubblica si regge grazie ai contribuenti. A questo punto, non resta dunque che sperare che simili evidenze scientifiche possano aprire gli occhi ai governanti affinché riscoprano, se non la fede, quanto meno il suo valore pubblico, che supera di parecchio il perimetro individuale. Guai, insomma, a considerare la Messa solo una questione per credenti, perché non è così. Sociologia docet.