Ancora infetti tra i bengalesi: terrore per i controlli flop

Un cittadino bengalese che vive con altri sei connazionali a Tor Pignattara sarebbe risultato positivo al Covid-19. Si attende la conferma della Asl ma tra la comunità del Bangladesh c'è preoccupazione: "Era molto conosciuto, è andato in giro ovunque per il quartiere"

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Abbiamo rintracciato un positivo al Covid in una casa di via della Marranella dove vivono in sei persone, ha già i sintomi da quattro o cinque giorni, è una persona molto socievole e sarebbe andato in giro per il quartiere e tra la folla in coda per i tamponi”.

È l’allarme lanciato ieri da Mohammad Taifur Rahman Shah, presidente dell’associazione Italbangla.

Il portavoce della comunità bengalese di Roma non ha dubbi sulla positività del suo connazionale: “È infetto al cento per cento”. Secondo il racconto di Shah, sarebbe stato il medico di base, di fronte a quella febbre che non scendeva, a mandare lo straniero a fare il tampone presso una struttura privata. “Ieri mi ha chiamato e mi ha detto di essere malato, era molto agitato”, ricorda Shah che non ha perso tempo a raccomandare all’uomo ed ai suoi coinquilini di “rimanere a casa e non muoversi di lì per nessuna ragione”.

Poi ha allertato la Asl Roma 2. E così nel primo pomeriggio di ieri i sanitari hanno fatto il loro ingresso nell’appartamento di Tor Pignattara. “Abbiamo fatto i tamponi a tutti gli abitanti della casa, cinque o sei persone”, ci confermano dalla Asl. Ma in attesa dei risultati a prevalere è la cautela: “Non possiamo confermare nulla finché non arriveranno gli esiti”. Intanto nel Lazio ci sono stati altri 19 casi, di cui oltre la metà di importazione. Otto sono quelli legati ai voli di rientro dal Bangladesh, finiti sotto la lente di ingrandimento delle autorità.

È una corsa contro il virus per recuperare il tempo che ha preceduto lo stop ai voli dello scorso mercoledì. Si parla di più di mille persone, atterrate in Italia prima del 7 luglio. Soggetti potenzialmente infetti, a piede libero nel Bel Paese, che potrebbero trasformarsi in pericolosissimi untori. La preoccupazione è tanta, soprattutto nella “Banglatown” romana. Qui le file ai drive in allestiti dalla Asl Roma 2 diventano ogni giorno più lunghe. Se inizialmente l’affluenza è stata bassa per via delle difficoltà di comunicazione con i cittadini stranieri, ora è iniziata una vera e propria mobilitazione di massa grazie all’intervento dei rappresentanti, anche religiosi, della comunità. E così nei centri per lo screening sono arrivate le prime difficoltà.

A testimoniarlo ci sono le immagini scattate sabato mattina lungo i viali alberati di villa De Sanctis, il parco sulla via Casilina dove è stato spostato il servizio di raccolta tamponi. La fila sembra infinita, con gli stranieri in coda sfiancati dal caldo torrido di luglio. Ci sono anche donne e bambini, qualcuno si accovaccia a terra per trovare ristoro. “Gli operatori erano troppo pochi e così si è creato un imbuto”, denuncia Shah. Il portavoce dei bengalesi è indignato: “Stanno sottovalutando i rischi, questa è un’operazione importante, ci deve essere sufficiente personale per poterla portare a termine anche perché la comunità bengalese di Roma è molto estesa, parliamo di circa 12-13mila persone e sinora non hanno controllato neppure la metà della gente”.

La richiesta del presidente dell’associazione è che “venga aumentato il personale in servizio ai drive in e che si si velocizzino gli screening”. La premura di Shah è comprensibile. Il timore è che il quartiere possa trasformarsi in un lazzaretto e che il virus inizi a circolare anche grazie alla promiscuità con cui spesso vivono gli stranieri o a qualche attività commerciale che non rispetta le regole.

“La comunità del Bangladesh sta collaborando attivamente e prosegue senza sosta l’attività ai drive-in per il contact tracing”, ha detto ieri l’assessore alla Sanità della Regione Lazio, Alessio D’Amato, comunicando l’apertura di altri due centri per lo screening, a San Giovanni e piazzale Tosti. L’obiettivo è quello di rintracciare un migliaio di persone arrivate da Dacca nelle scorse settimane e potenzialmente infette. A complicare il lavoro di chi cerca di ricostruire movimenti e spostamenti, però, secondo Il Messaggero, ci sono le false residenze indicate sui documenti e sui permessi di soggiorno da almeno uno straniero su due.