America, il voto più lungo

Il mondo si prepari a un verdetto contestato

Le democrazie ovunque nel mondo devono prepararsi all’eventualità che l’esito delle elezioni statunitensi più importanti a memoria d’uomo venga contestato.Tenendo conto del caos scoppiato attorno all’elezione contestata del 2000 farebbero bene ad assumere un atteggiamento comune. Affidandosi agli osservatori internazionali dovrebbero attendere pazientemente il tempo necessario perché il sistema statunitense, decentrato e straordinariamente complesso, giunga ad un esito elettorale chiaro. L’atteggiamento misurato e lucido da parte delle altre democrazie può contribuire, ai margini, a garantire un processo elettorale più civile negli Usa e, più in concreto, a distendere l’atmosfera internazionale attorno a questa competizione febbrile.

Nel 2000 i leader stranieri erano andati in confusione. Tra gli altri il presidente tedesco inizialmente si era congratulato con il candidato George W. Bush, per poi fare marcia indietro. Ci vollero cinque settimane e la sentenza della Corte suprema nel caso Bush contro Gore per fare chiarezza.

La situazione oggi è molto peggiore rispetto al 2000. A causa del Covid 19, più della metà degli elettori è orientata a votare per corrispondenza, il che complicherebbe le cose anche se negli Usa regnasse un clima di calma buddista. Ma l’ambiente politico e mediatico ora è talmente polarizzato che ogni fazione ha le sue verità, che per gli altri non sono affatto tali.

Il presidente Donald Trump ha accanitamente seminato sfiducia nella legittimità del voto, soprattutto quello postale. “Queste saranno le elezioni più corrotte della storia americana” ha twittato di recente. E si è rifiutato di prendere le distanze da gruppi violenti come i Proud Boys.

Anche il contesto internazionale è meno favorevole. Nel 2000 sembrava che gli Usa fossero l’unica “iperpotenza” e la democrazia trionfava in tutto il mondo. Oggi gli Usa affrontano la sfida globale posta dalla Cina autoritaria e nel mondo è in atto una recessione democratica.

Se i dati dei sondaggi attuali si tramutassero in voti negli stati in bilico questi piani di emergenza potrebbero anche non servire. Se, già la sera del voto, si vedrà che il democratico Joe Biden ha vinto negli stati chiave indecisi, i repubblicani responsabili dovrebbero esortare il presidente ad accettare subito il risultato.

Ma dato che a chiedere di votare per posta sono più i democratici che i repubblicani, è ben possibile che Trump sia in vantaggio la sera e Biden lo superi nel momento in cui verranno conteggiati i voti per corrispondenza. In una situazione di “blue shift”, cioè di spostamento del voto a favore dei democratici, per giorni o addirittura settimane potrebbero infuriare contestazioni, a partire dai seggi e dalle amministrazioni elettorali della contea, municipali e statali per arrivare ai tribunali statali e federali.

In un’eventualità ancora peggiore, il risultato potrebbe dipendere dalla decisione della Corte suprema, la cui composizione è a sua volta oggetto di un’aspra polemica tra fazioni: una replica del caso Bush contro Gore, ma all’estrema potenza. Nel peggiore dei casi la diatriba potrebbe proseguire fino a gennaio 2021 inoltrato, tra violenza politica, panico dei mercati e costernazione internazionale.

Un approccio calmo e ponderato da parte delle altre democrazie mondiali avrà la massima rilevanza in caso di “blue shift”. Quei Paesi avranno migliaia di diplomatici e giornalisti in loco. I media statunitensi e internazionali daranno ampia copertura all’evento e Facebook e Twitter si attiveranno per contenere la disinformazione. Il fatto che la verità sia oggetto di contestazione non significa che non esista. È compito vitale delle democrazie liberali aderire alla verità e difenderla.

A questo fine possiamo contare sulla missione di monitoraggio elettorale portata avanti dalla Organizzazione per la sicurezza e la cooperazione in Europa, che include gli Usa tra i suoi 57 membri, e nell’arco di trent’anni ha condotto circa 370 missioni di osservazione elettorale elaborando con l’aiuto statunitense buone prassi di riferimento per garantire rigore e imparzialità. La missione Osce ha appena presentato un rapporto ad interim e terrà una conferenza stampa a Washington il 4 novembre.

Se, come nel 2000, sulla controversia deciderà la Corte suprema, le democrazie di tutto il mondo dovranno senza dubbio accettarne il verdetto. Ma il mio collega di Stanford Nathaniel Persily sostiene che, ben prima di un mezzogiorno di fuoco giudiziario del genere, saranno decisive le azioni degli innumerevoli funzionari delle amministrazioni locali e statali nelle oltre 10.000 giurisdizioni coinvolte e dei giudici dei tribunali di prima istanza. Alcuni saranno di parte, ma in maggioranza saranno americani impegnati a garantire che questo antico processo, pur se in qualche misura fatiscente, si svolga nella maniera più libera ed equa possibile nell’epoca del Covid, del populismo e della paranoia. Queste persone meritano il nostro appoggio silenzioso.

La posta in gioco è altissima per tutti noi. Nel peggiore dei casi questa elezione potrebbe segnare un ulteriore deterioramento nell’ambito della recessione democratica mondiale. Nel migliore, potrebbe essere l’avvio di un rinnovamento democratico globale più ampio, così che il governo del popolo, dal popolo per il popolo, non abbia a perire sulla terra