“Altro che relativismo, c’è un fanatismo condotto in nome della lotta all’odio”

Intervista al sociologo Mathieu Bock-Côté, elogiato dal premier del Quebec e censurato dai cacciatori di fobie

“Il mio paese è un ospedale psichiatrico. L’islamismo ci minaccia fisicamente, ma chi pensa di aver ereditato una civiltà tossica non si mobilita quando sotto attacco”

Il primo ministro del Quebec, François Legault, per questo Natale ha suggerito la lettura del libro “L’empire du politiquement correct” del sociologo Mathieu Bock-Côté. “Siamo fortunati in Quebec ad avere un intellettuale così, leggete Bock-Côté”, ha detto il premier Legault. L’Associazione delle librerie del paese non l’ha presa bene. E così, un saggio che parla della censura è stato censurato. Siamo in quello che Bock-Côté, nel suo ultimo articolo sul Figaro, ha definito un “ospedale psichiatrico”. Il Canada descritto da Mordecai Richler tramite il suo alter ego letterario, Barney Panofsky. “Dall’inizio della pandemia, l’Association des Libraires du Québec ha chiesto ad alcune personalità di dare dei suggerimenti di lettura”, ci racconta Bock-Côté. “François Legault ha suggerito il mio libro. Questo ha causato un enorme scandalo tra gli attivisti molto presenti nel mondo culturale, che hanno accusato il presidente del Consiglio di promuovere un’opera inaccettabile. Questi attivisti mi accusano di tutti i peccati ideologici che si possono immaginare. E hanno inserito nella lista nera il mio libro. Di fronte all’accusa, l’Association ha deciso di rimuovere i suggerimenti del premier e di aggiungere un avvertenza al suo video, spiegando che le opinioni espresse erano solo sue”.

Quando è stato decapitato Samuel Paty, il premier canadese Justin Trudeau si è affrettato a spiegare che va bene la libertà di espressione, ma solo se usata con responsabilità. “Il caso di Samuel Paty è un vero shock” continua Bock-Côté. “Il terrorismo islamista rappresenta una minaccia per l’integrità fisica della nostra civiltà, come abbiamo visto anche con l’attacco a una chiesa di Nizza. Cinque anni dopo Charlie Hebdo e il Bataclan, il terrorismo islamista colpisce ancora, qualunque cosa dicano gli struzzi. Ma una società convinta di essere l’eredità di una civiltà tossica e avvelenata, vittima di una propaganda incessante che induce alla colpa, ha poche possibilità di mobilitarsi quando viene attaccata. I crimini d’odio contro gli europei sono regolari, ma trattati come notizie che non vale la pena menzionare troppo nei media per non eccitare una popolazione che è considerata fondamentalmente xenofoba. Si osserva che una società esageratamente eterogenea è inevitabilmente conflittuale, qualunque cosa possano dire i teorici stipendiati della ‘convivenza’ che credono nell’intercambiabilità di culture, popoli e civiltà, che immaginano di ridurre la società a una semplice associazione di individui con idee private.

Oggi possiamo vedere chiaramente dove ci sta portando l’utopia della diversità”. E’ infastidito dall’espressione “islamismo radicale”. “Finge di dare un nome alle cose, ma le ammorbidisce con un eufemismo. Siamo passati dal pensare alla difficile compatibilità dell’islam con la civiltà occidentale alla denuncia dell’islamismo e ora dell’islamismo radicale. Quale sarà il passaggio successivo? Denunceremo l’islamismo radicale violento, risparmiando l’islamismo radicale finché sarà pacifico? Dobbiamo elevarci un po’ per capire il significato degli eventi. Siamo in uno scontro di civiltà tra l’occidente e l’islam. Questo conflitto non risale a ieri e non scomparirà domani. Devono essere messe in prospettiva le risposte ridicole, come il solo rafforzamento della laicità, che lasciano da parte la questione demografica, ormai centrale. Non sto mettendo in dubbio la laicità o il suo necessario rafforzamento, sto semplicemente dicendo che non possiamo farne l’unico vettore possibile e legittimo dell’identità. La civiltà europea è indissolubilmente legata al suo nucleo ellenico, romano e cristiano, e non si può negarlo senza abolirsi o dissolversi. Di fronte si trova un movimento decoloniale aggressivo, che vuole umiliarla e sottometterla”.

Un movimento che non si nasconde: “Ritiene che la decolonizzazione finirà quando i popoli occidentali saranno stranieri in patria. Aggiungerei che c’è un collaborazionismo che trova sempre un modo per giustificare gli attacchi spiegando che rappresentano le risposte all’imperialismo occidentale o perché no, all’epoca delle crociate”.

Stiamo apparentemente vivendo il tempo più libero della storia, ma anche il tempo in cui la parola è più sotto attacco. “Non sono sicuro. Nelle società del Nuovo Mondo, un’icona come quella di Cristoforo Colombo è demonizzata. Lo scopritore delle Americhe è considerato la figura inaugurale della modernità coloniale e genocida. Il fondamento stesso delle nostre società è contestato. Assistiamo alla proliferazione di leggi liberticide e in nome di una cosiddetta lotta alla ‘discriminazione’ si moltiplicano i programmi di ingegneria sociale che aboliscono l’individuo e compartimentalizzano la società in gruppi identitari concorrenti, incapaci di riconoscersi in una cultura comune”.

Una diversità che richiede di mettere la museruola alla libertà di espressione. “Si sta aprendo un nuovo totalitarismo in nome della lotta all’odio e all’intolleranza e arriva, come si vede in Scozia, fino alla richiesta di controllo delle conversazioni nelle residenze private, con il pretesto che non possiamo tollerare parole che non si tollererebbero in televisione o al pub. E’ il progetto portato avanti da Humza Yousaf, ministro scozzese della Giustizia. E’ la nozione di odio che deve essere messa in discussione. Qualsiasi disaccordo sottilmente o energicamente espresso con il regime della diversità si tradurrà inevitabilmente in una fobia. La critica all’islam, e persino all’islamismo, è equiparata all’islamofobia, quella della teoria del genere alla transfobia e così via. Si psichiatrizza il dissenso e lo si criminalizza”. Il prezzo da pagare è altissimo: “La condanna alla pena di morte sociale è assicurata. Le minoranze che si pongono sotto la bandiera della diversità chiedono il diritto di imporre alle società occidentali la propria definizione di blasfemia. Non la vedo come una richiesta di rispetto, ma come un gesto di potere. Ci viene detto che non spetta alla comunità di maggioranza decidere cosa le minoranze percepiscono come ‘microaggressioni’ e che le minoranze hanno il diritto di decidere quali parole possono essere usate e quali dovrebbero essere censurate. Si perde il lavoro all’università o in televisione, come abbiamo visto più volte in Canada negli ultimi mesi. E’ nello stesso spirito che dobbiamo interpretare la lite sul velo, che non riguarda il diritto delle donne musulmane a esprimere la propria spiritualità, ma il diritto di un islam conquistatore di colonizzare lo spazio pubblico delle società occidentali. Ma la nostra mente eccessivamente dominata dai diritti umani non comprende più ciò che sta accadendo alle nostre società. Si chiude in categorie sterili e derealizzanti”.

E’ un intero sistema di tabù ideologici e formule ritualizzate che ostacola la rappresentazione della realtà. “L’apparato ideologico dominante spinge alla persecuzione sociale e legale di coloro che si rifiutano di applaudire il regime, che moltiplica anche i tentativi di ostracismo trattando i suoi avversari come nemici dell’umanità. Ci vuole un carattere più che robusto per resistere quando scatta la macchina della demonizzazione e cerca di espellere dal perimetro della rispettabilità sociale e mediatica coloro che osano trasgredire i suoi princìpi e resistergli”. La razzializzazione delle relazioni sociali spaventa. “Ci rinchiude nella categoria di identità più regressiva e impermeabile che ci sia. Le popolazioni di origine immigrata si sono stabilite in Europa appropriandosi della memoria dei neri americani. Vorrei ricordare alle popolazioni arabe e africane che vivono in Europa che non sono figlie della schiavitù, ma discendenti di immigrati e rifugiati che volevano unirsi alle nostre società per un futuro migliore. L’americanizzazione delle mentalità, che spinge le popolazioni di immigrati a immaginarsi nella posizione dei neri americani spiega in gran parte questa rottura della coscienza collettiva. Riduciamo gli uomini al colore della pelle e dimentichiamo che la razzializzazione delle identità abolisce la diversità delle civiltà, dei popoli, delle nazioni, delle culture e delle religioni. Il campus americano è diventato la fabbrica dell’ideologia dominante in occidente e le idee che ci sembrano le più assurde si stanno normalizzando a grande velocità”.

Riguarda anche la questione sessuale. “Viviamo in un mondo in cui dire che le donne hanno il ciclo e che gli uomini no suona come un incitamento all’odio che può portarti a una campagna stampa globale particolarmente violenta, come ha visto J. K. Rowling. Anche i rapporti tra uomo e donna sono soggetti a una forma particolarmente tossica di puritanesimo neofemminista, che criminalizza la semplice espressione del desiderio maschile. In alcune università nordamericane, ad esempio, quello che viene chiamato ‘sguardo maschile insistente’ può essere annoverato nella categoria di violenza sessuale, o almeno di comportamento inappropriato. Dio ci salvi dal diventare americani!”.

I media devono fare ammenda. “Hanno un immenso potere di nominare il reale e di etichettare coloro che partecipano al dibattito pubblico. Padroneggiano i codici di rispettabilità. Sono loro che decidono chi è moderato e chi è radicale, chi è rispettabile e chi è sospettoso, chi è umanista e chi è populista o, peggio ancora, ‘di estrema destra’. Questo potere è fondamentale. I media si chiedono regolarmente se dovrebbero invitare questo o quell’intellettuale, se dovrebbero acconsentire alla rappresentazione di questa o quella corrente di pensiero. Vorremmo chiedere loro chi pensano di essere, ma la risposta è chiara: pensano di essere il potere spirituale del nostro tempo”.

A questa cultura è necessaria la secolarizzazione assoluta. “L’ossessione per la piccola felicità spinge la gente comune a volere a tutti i costi vivere secondo il consumo, sebbene notiamo, dopo mesi di reclusione, che le feste sono una necessità vitale. Ma vediamolo da un’altra angolazione: una società eccessivamente materialista, che non riesce più nemmeno a prendere sul serio l’ipotesi della trascendenza, prima o poi finirà per abbracciare una concezione rovesciata della trascendenza, una trascendenza negativa, idealizzando un magma originale, rannicchiandosi in una fantasia di indifferenziazione generalizzata, un mondo prima della caduta, prima dell’uomo e della donna, prima di civiltà, delle religioni e delle nazioni. Vedremo in essa un’ipnosi del nulla, un’idealizzazione della regressione, un desiderio di abolirsi per non sopportare più il peso della condizione umana”.

Da qui un irrefrenabile desiderio di conformismo. “Si potrebbe parlare di una forma di conformismo inverso, poiché ognuno è portato a cercare in un modo o nell’altro il proprio segno distintivo in relazione a una civiltà di cui si devono negare codici e riferimenti. Inoltre, lo vediamo quando si tratta di integrazione degli immigrati. In Quebec, ad esempio, ci si presenta come vittima del presunto ‘razzismo sistemico’ della società, piuttosto che unirsi a quella che qui viene chiamata la storica maggioranza francofona. Si ottengono molti vantaggi simbolici e finanziari. E’ una questione di condizionamento sociale, e i giovani ambiziosi capiscono quale linguaggio adottare se vogliono entrare nelle grazie del regime e sfruttare appieno i vantaggi della prosperità e delle posizioni sociali vantaggiose che esso fornisce. Le grandi imprese si sono convertite alla cultura woke e intendono sottomettere tutte le aree dell’esistenza sociale”.

Bock-Côté non pensa sia colpa del relativismo. “Il relativismo è stato solo un momento speciale nella storia della decostruzione della civiltà occidentale. Oggi siamo di fronte a un nuovo fanatismo, una nuova ortodossia, che non tollera in alcun modo l’esistenza del vecchio mondo, o di quel che ne resta, che vuole umiliare e calpestare. Il nostro mondo non dice che tutti i valori ed eredità sono validi e uguali. E’ costruito sul rifiuto dell’uomo bianco, che diventa il diavolo nella storia, il capro espiatorio assoluto, come lo era la borghesia per i marxisti. La sinistra non è relativista, cerca di fare dell’ortodossia della diversità una religione di stato. Chiunque osa opporsi sarà trattato da eretico. Chi difende l’universalismo sarà accusato di razzismo sistemico. Mea culpa ovunque. La nostra civiltà è stata convinta della propria colpa ontologica. Crede di nobilitarsi disprezzandosi. Le viene detto che è stata colpevole di così tanti crimini che ora deve offrire al mondo un’espiazione senza redenzione. Continuiamo a parlare di incitamento all’odio, ma questo per oscurare meglio l’odio principale che domina il nostro mondo: quello dell’occidente, che non ha altro da fare, in questo mondo, che piegare le ginocchia e cercare di diventare l’alleato delle minoranze che avrebbe dominato. E’ rivoltandosi contro la civiltà occidentale che salverà la propria anima, offrendo l’immagine più detestabile del proprio paese”.

Il Canada è l’avanguardia di questo movimento. “Il Canada di Trudeau si vanta di non avere un nucleo storico e un’identità, ma di essere definito esclusivamente dalla diversità e, ancor di più, dalla ricerca della diversità, che lo porta persino a celebrare il niqab o a produrre documenti governativi che raffigurano una ragazza velata come simbolo di emancipazione. Dal suo punto di vista, la libertà di espressione si ferma dove inizia l’ipersensibilità degli identitari e delle religioni minoritarie. Il Canada è un non-paese, il ricettacolo dell’utopia della diversità. Si costruisce dissolvendo la propria storia, negandola, liquidandola. Rivendica il titolo di primo stato postnazionale ed eleva il multiculturalismo a religione quasi statale, al punto che il suo dogma è imposto all’intera classe politica e mediatica. Si considera una superpotenza morale sulla scena mondiale. Trudeau si è preso la briga di spiegare che la libertà di espressione va bilanciata con il dovere di non ferire la sensibilità delle comunità. In altre parole, ha abbracciato la prospettiva degli islamisti che intendono imporre la loro definizione di blasfemia a tutte le nostre società. E d’altra parte, quando il multiculturalismo canadese si allea con l’antirazzismo americano, tocchiamo il delirio, come testimonia la vita universitaria dove si impone una nuova censura, particolarmente violenta, e le minoranze radicali si permettono di stabilire nuovi divieti e di chiedere l’immediata sanzione di coloro che non si sottomettono. Siamo una Disneyland alienante”. Un parco giochi inaugurato dal padre di Trudeau, Pierre, che negli anni Sessanta lanciò la “rivoluzione tranquilla”.