Alle tentazioni si risponde con la fede. Imitando Gesù

Il racconto delle tentazioni di Gesù nel deserto è al centro della prima domenica di Quaresima. E stimola una domanda sulla nostra vita quotidiana: chi è che tenta? Satana ci tenta per farci cadere e strappare all’amore divino, mentre Dio ci mette alla prova per scrutare il nostro cuore e irrobustirci nel bene. Gesù offre l’immagine autentica dell’uomo che combatte e rifiuta le false gioie offerte da Satana. Credere significa relativizzare i bisogni mondani, ricordando che è l’obbedienza a Dio la fonte della vera felicità.

La prima tappa domenicale del cammino di Quaresima propone sempre il racconto delle tentazioni di Gesù nel deserto ed invita a riflettere su questo avvenimento tanto  misterioso nella vita di Gesù quanto nella nostra.

Poiché siamo tentati dal male sperimentando in noi la legge richiamata da San Paolo: “quando voglio fare il bene, il male è accanto a me” (Rm 7, 21), ci ritroviamo spesso ad interrogarci su chi sia a tentarci. La risposta non è facile e può anche condurre a soluzioni sbagliate; possiamo tuttavia affermare, sintetizzando tanti passaggi contenuti nella Sacra Scrittura, che, a partire dalla considerazione che “tentazione” significa “prova”, noi siamo tentati tanto da Dio quanto da Satana; ovviamente per uno scopo diametralmente opposto.

Dio ci mette alla prova per scrutare il nostro cuore e irrobustirci nel bene, Satana ci tenta per farci cadere e strapparci all’amore di Dio. Il termine “prova”, quando viene riferito all’agire permissivo di Dio, evoca maggiormente la “tribolazione”, mentre, quando viene riferito al Maligno, si delinea come istigazione al male. Nell’esperienza concreta e quotidiana i due aspetti sembrano mescolarsi e così abbiamo l’impressione che sia la concupiscenza a tentarci e a condurci al peccato: “Nessuno, quando è tentato, dica: «Sono tentato da Dio»; perché Dio non può essere tentato dal male e non tenta nessuno al male. Ciascuno piuttosto è tentato dalla propria concupiscenza che lo attrae e lo seduce; poi la concupiscenza concepisce e genera il peccato, e il peccato, quand’è consumato, produce la morte” (Gc 1, 13-15). Possiamo cogliere in tale articolata prospettiva l’affermazione evangelica che “Gesù fu condotto dallo Spirito nel deserto per essere tentato dal diavolo” (Mt 4, 1).

In un quadro del genere trovo che sia molto illuminante ritornare all’origine per fissare un punto di antropologia biblica e teologica: “Allora il Signore Dio plasmò l’uomo con polvere del suolo e soffiò nelle sue narici un alito di vita e l’uomo divenne un essere vivente” (Gen 2, 7). Il breve versetto del racconto della creazione stabilisce il punto di contatto tra la materialità (fragilità/limite dell’uomo) e la sua dimensione spirituale: l’uomo è impastato di fango e Dio soffiandogli nelle narici il suo alito di vita scava dentro di lui una “gola” – immagine che evoca l’anima – rendendolo capace di desideri e di bene, cioè “capace di Dio”. È dalla gola che tutto passa: l’aria e il cibo; ed è dalla gola che tutto esce: “la bocca parla dalla pienezza del cuore” (Mt 12, 34); il salmo 81 riporta un invito di Dio: “apri la tua bocca, la voglio riempire”.

L’uomo, dunque, è sempre animato da una fame insaziabile e da una sete che fa ardere il suo cuore; è irresistibilmente attratto dal bene e lo cerca come sicurezza e felicità con il rischio, sempre dietro l’angolo, di mancare il bersaglio, cioè di peccare allontanandosi dalla fonte del vero e sommo bene. Gesù, tentato nel deserto, offre l’immagine autentica dell’uomo, che combatte e rifiuta i surrogati della felicità: “Mio cibo è fare la volontà di colui che mi ha mandato e compiere la sua opera” (Gv 4, 34).

Contesto della tentazione di Gesù è il deserto, il luogo della Parola, ove Dio conduce l’uomo per parlare al suo cuore, secondo la famosa e bellissima profezia di Osea: “Perciò, ecco, la attirerò a me, la condurrò nel deserto e parlerò al suo cuore” (Os 2, 16). Nel richiamo all’alleanza nuziale viene così introdotto il tema avvincente della “gelosia” di Dio; egli offre all’uomo la possibilità di una vera relazione d’amore, che, nella sua logica strutturale, prevede ed esige l’esclusività e l’appartenenza. Non si tratta tanto di osservare un codice comportamentale quanto piuttosto di vivere in pienezza un rapporto sponsale, che, nella fecondità di una vita buona, sia strada e strumento per il conseguimento di un destino di pienezza e di felicità. Il peccato, dunque, se nell’immagine dell’alleanza nuziale viene descritto come adulterio, cioè tradimento, nella relazione con Dio si configura sempre come idolatria.

L’antico racconto del peccato originale, che in questa domenica viene proclamato nella prima lettura e richiamato nella seconda, diviene come una chiave interpretativa della misteriosa e travagliata vicenda umana: chiamato alla vita, alla gioia e alla comunione con Dio, l’uomo è sempre tentato da un egoistico orgoglio e da un’assurda presunzione di bastare a se stesso, come abbagliato da uno splendore delle cose terrene, alle quali si aggrappa come per possedere sicurezza dimenticando che tutto è segno e dono di Dio per giungere fino a Lui. “Davvero stolti per natura tutti gli uomini che vivevano nell’ignoranza di Dio, e dai beni visibili non riconobbero colui che è, non riconobbero l’artefice, pur considerandone le opere. Ma o il fuoco o il vento o l’aria sottile o la volta stellata o l’acqua impetuosa o i luminari del cielo considerarono come dèi, reggitori del mondo. Se, stupiti per la loro bellezza, li hanno presi per dèi, pensino quanto è superiore il loro Signore, perché li ha creati lo stesso autore della bellezza. Se sono colpiti dalla loro potenza e attività, pensino da ciò quanto è più potente colui che li ha formati. Difatti dalla grandezza e bellezza delle creature per analogia si conosce l’autore. Tuttavia per costoro leggero è il rimprovero, perché essi forse s’ingannano nella loro ricerca di Dio e nel volere trovarlo. Occupandosi delle sue opere, compiono indagini, ma si lasciano sedurre dall’apparenza, perché le cose vedute sono tanto belle” (Sap 13, 1-7).

Da questa intricata esperienza prende forza la concupiscenza, attraverso la quale il male si insinua. L’uomo vive la realtà come una forza che lo precede e che rimane dopo di lui; il mondo appare in grado di offrire tutto, ma anche di sottrarre; l’uomo quindi per un verso lo teme e per l’altro lo desidera per affermare se stesso.

Se questo mondo viene considerato come un assoluto, paura e desiderio restano gli unici punti di riferimento e il successo è da perseguire a qualsiasi costo, una brama che ci acceca fino a non farci vedere come la nostra vita diventi schiava di paure e ambizioni. Il successo, il potere e il denaro conducono a considerare il mondo come luogo di onnipotenza e tutto ciò è proprio l’opposto della fede. Se il pane diventa un assoluto e il mondo lo può soddisfare, allora il mondo diventa dio. Se si accetta la dinamica del potere senza riserve e quindi lo si adora, la percezione di poter dominare il mondo inganna l’uomo e lo mette in ginocchio davanti a Satana.

La terza tentazione, “buttati giù”, è come una scommessa di non morire puntando sulla vita mondana. Quando un bisogno diventa assoluto, la sua soddisfazione si sostituisce a Dio e quel bisogno diventa il padrone della vita. Credere significa relativizzare questi bisogni e ritenere che l’obbedienza a Dio valga più della ricerca del successo nel mondo tendente a diventare una forma di idolatria. Condizione per riconoscersi nella fede autentica è non essere mondani.

E come si può sapere se la fede è vera? Se ci si confronta con qualcosa che è altro da sé e se si osservano i comandamenti di Dio, sottomettendo i desideri ad una volontà che non necessariamente li approvi tutti e che non li assolutizza.

Dal mondo noi riceviamo la vita e la morte, non però in forma definitiva, perché la vita ha bisogno di compimento e la morte biologica è soltanto un passaggio: l’atteggiamento della fede coglie giustamente come relative tali coordinate e le spinge verso l’ultimo orizzonte.

Alla tentazione dunque, sull’esempio di Gesù, si risponde con la fede, che si aggrappa alla Parola di Dio, ricordando che “là dov’è il tuo tesoro, sarà anche il tuo cuore” (Mt 6, 21).