Allargare i test. Parla il dottor Vella

“Più tamponi (mirati) per capire la reale diffusione del virus ed essere pronti per il prossimo giro”, dice il professore dell'Università Cattolica del Sacro Cuore di Roma

Fondamentale il distanziamento sociale. Stare a casa per ora è il nostro “farmaco”. Adesso la via suggerita dall’Organizzazione mondiale della sanità è quella di fare più test, per capire chi è soltanto portatore del virus. Cioè quanti sono gli asintomatici. “Se vogliamo arginare futuri ritorni epidemici del coronavirus serve un vaccino – dice il prof. Stefano Vella dell’Università Cattolica – Ma intanto sarà importante capire quanto ha già circolato. Abbiamo i numeri precisi dei pazienti sintomatici, che però non rappresentano la totalità della popolazione infetta”. Tamponi a tutti? “Uno screening di massa è impensabile, anche perché non ha senso dal punto di vista scientifico ed epidemiologico. Andrebbe però allargata la platea alle categorie esposte per motivi professionali: penso ai medici e agli operatori sanitari, ma anche a a chi lavora in condizioni che li espongono al contagio: ad esempio autisti dei mezzi pubblici, addetti ai supermercati, farmacisti, impiegati delle poste e dei servizi pubblici a contatto con le persone. Secondo alcuni modelli (ma son modelli eh!) entro il 26 marzo il totale degli infettati in Italia potrebbe toccare il suo picco, con 180.000. Ma è un numero che equivale al numero totale di contagi nel paese? Forse no. Servono indagini epidemiologiche mirate per capire come si comporta questo virus. Anche per prepararsi al prossimo, inevitabile, ‘giro di giostra’. Ormai questo virus è tra noi e ci resterà. Certo, quando sarà, lo avremo conosciuto meglio, e sapremo muoverci per tempo. E chissà potremmo già avere un vaccino, seppur sperimentale, all’orizzonte. E terapie per salvare la vita degli ammalati più fragili”.