Aggressione iraniana ai sauditi? Niente è certo

E' appena iniziata l'indagine internazionale sull'attacco ai siti petroliferi sauditi, condotto con droni, il 14 settembre scorso e rivendicato dalle milizie sciite degli Houthi. La monarchia saudita e i suoi alleati, soprattutto gli Usa, ritengono l'Iran direttamente responsabile. Ma non ci sono ancora prove e la dinamica è ancora fitta di misteri. Sul piano politico, l’attacco ha impedito l’ormai pianificato incontro distensivo tra i presidenti Trump e Rohani, mediato da Parigi, che aveva l’obiettivo di stemperare la crisi in atto nel Golfo. I raid di droni e missili lo hanno fatto saltare e non mancano certo le parti in causa che avevano tutto l’interesse a mantenere alta la tensione nel Golfo. In assenza di prove e dettagli concreti chiedersi “cui prodest” non è un esercizio né banale né vano, specie ora che anche gli Houti yemeniti hanno offerto tregua e negoziati incassando il plauso delle Nazioni Unite.

Nonostante a Riad, Londra e Washington si dicano certi che ci sia l’Iran dietro l’attacco con missili e droni alle installazioni petrolifere saudite del 14 settembre scorso, nessuno è ancora riuscito a produrre prove certe circa l’entità e l’origine degli attacchi che sembra abbiano devastato due grandi siti petroliferi della compagnia di Stato saudita Aramco, bloccando oltre la metà dell’export di greggio saudita.

“Riteniamo l’Iran responsabile, perchè i missili e i droni che sono stati lanciati contro l’Arabia Saudita erano costruiti e commissionati dall’Iran”, ha detto il ministro degli Esteri saudita, Adel al-Jubeir. “Ma lanciare un attacco dal proprio territorio, se è questo il caso, ci mette in una posizione diversa, sarebbe considerato un atto di guerra”, ha sottolineato il ministro. L’Arabia Saudita sta aspettando i risultati di un’inchiesta, a cui son stati invitati investigatori internazionali, ma in pochi credono alla rivendicazione dei ribelli sciti yemeniti Houthi appoggiati da Teheran.

Certo gli Houthi hanno tutte le ragioni per colpire l’Arabia Saudita, che guida la coalizione araba che li combatte da ormai quattro anni e, in passato, hanno lanciato droni e missili balistici contro obiettivi sauditi anche di tipo civile. Nessuna delle armi in loro possesso però, né i droni né i missili balistici iraniani che pare vengano assemblati in Yemen, hanno l’autonomia sufficiente per colpire i due siti petroliferi nei pressi di Daharan. A dire il vero non sono stati chiariti finora neppure l’entità e la provenienza dell’attacco. Inizialmente fonti saudite hanno riferito di un attacco condotto con 2 droni, gli Houthi hanno invece rivendicato di averne impiegati 10, mentre fonti statunitensi hanno riferito di 20 droni e missili da crociera che avrebbero colpito i siti petroliferi attaccando da nord, quindi dal territorio iraniano o dall’Iraq, paese molto legato all’Iran dove operano diverse milizie legate a Teheran.

Baghdad e Teheran hanno smentito seccamente e in effetti i resti di missili e droni “made in Iran” mostrati da Riad per provare le responsabilità iraniane potrebbero essere stati prelevati in Yemen in precedenti attacchi degli Houthi contro obiettivi sauditi.

Possibile che due aree energetiche così strategiche non fossero protette dai sistemi di difesa antimissile e da apparati anti-drone, che Riad ha acquistato negli USA, o dalle batterie da difesa aerea schierate recentemente da Washington, in territorio saudita, in seguito all’escalation della crisi con l’Iran? Sia Mosca che Teheran hanno ironizzato sul flop delle difese aeree americane e saudite, offendo l’acquisto dei loro sistemi di difesa aerea definiti “più efficaci”, ma al di là delle battute provocatorie gli interrogativi vanno ben al di là dell’aspetto tecnico e militare.

L’attacco del 14 settembre all’Aramco resta fitto di misteri, così come i precedenti attacchi alle petroliere nell’area dello Stretto di Hormuz. Sul piano politico, l’attacco ha impedito l’ormai pianificato incontro distensivo tra i presidenti Trump e Rohani, mediato da Parigi, che aveva l’obiettivo di stemperare la crisi in atto nel Golfo. I raid di droni e missili lo hanno fatto saltare e non mancano certo le parti in causa che avevano tutto l’interesse a mantenere alta la tensione nel Golfo. In assenza di prove e dettagli concreti chiedersi “cui prodest” non è un esercizio né banale né vano, specie ora che anche gli Houti yemeniti hanno offerto tregua e negoziati incassando il plauso delle Nazioni Unite.

Probabilmente al Pentagono e in altri ambienti statunitensi dominati dai “falchi” il rischio di un’intesa tra Trump e Rohani è considerato un incubo al pari dell’accordo con i Talebani per il ritiro delle truppe statunitensi dall’Afghanistan, al momento scongiurato dal dietro-front del presidente. Di certo anche Israele avrebbe visto con preoccupazione una distensione tra USA e Iran e non va dimenticato che proprio gli israeliani sono gli autori dei numerosi raid condotti con droni contro le milizie filo-iraniane in Libano e Siria, estesi negli ultimi tempi addirittura alle basi delle milizie scite in Iraq. Il condizionale è d’obbligo, ma non sembra vi siano altri Stati che abbiano mezzi sofisticati e interessi a condurre azioni di questo tipo in territorio iracheno. Anche in Arabia Saudita l’attacco ai pozzi potrebbe portare qualche vantaggio al principe bin Salman, impegnato in una importante ma forzata modernizzazione e apertura del Regno verso il mondo esterno che incontra fortissime resistenze in numerosi ambienti politici, tribali e religiosi wahabiti. Non a caso proprio la reiterata “minaccia iraniana” ha offerto a bin Salman il pretesto per accogliere truppe americane sul territorio nazionale molti anni dopo che erano state allontanate da Riad che non tollerava la presenza di truppe straniere vicino ai luoghi sacri dell’islam. Circa gli interessi sauditi nell’attacco ai pozzi dell’Aramco (che stava per essere quotata in borsa) qualche dubbio lo può sollevare anche l’entità dei danni subiti. Inizialmente molti report riferirono che sarebbero stati necessari mesi per riparare le infrastrutture distrutte ma dopo pochi giorni una parte della produzione era stata già ripristinata lasciando il dubbio che i raid missilistici e dei droni-kamikaze non fossero poi stati così devastanti.

Certo occorre valutare anche gli interessi dell’Iran, che da un lato non ha interesse a scatenare un conflitto in cui verrebbe probabilmente annientato ma dall’altro potrebbe voler dimostrare con “attacchi fantasma” mirati ai pozzi o alle petroliere che in caso di guerra è in grado di provocare gravi danni ai suoi nemici. Attribuire però agli iraniani un raid effettuato con una ventina di missili da crociera e droni che sarebbero penetrati da nord attraversando il Golfo Persico o sorvolando i confini di Iraq e Kuwait prima di penetrare in profondità nello spazio aereo saudita significa riconoscere che Teheran dispone di tecnologie avveniristiche fuori dalla portata degli USA, oppure che gli Stati Uniti non hanno il capillare controllo dello spazio aereo nel Golfo Persico e della Penisola Arabica. Ipotesi francamente improbabile anche perchè la rotta degli ipotetici aggressori iraniani non era molto lontana dalla base area di al-Udeid, in Qatar, che ospita oltre 100 velivoli statunitensi e il comando delle forze aeree del Central Command responsabile per il medio Oriente e l’Asia Centrale. In attesa di improbabili chiarimenti credibili, ogni valutazione e ipotesi resta lecita.